“Pina” di Wim Wenders: quando una rivoluzione ne serve un’altra.
di // pubblicato il 31 Maggio, 2011
Alzi la mano chi tra noi, amanti del cinema d’autore, appena appresa la notizia che l’ultimo film di Wim Wenders era girato in 3D, non ha avuto un moto di perplessità, preoccupazione e una leggera sindrome da snobismo? Andate a vedere il film il prima possibile e deciderete poi se ne è valsa la pena.

La genesi dell’opera è fondamentale per capire il film stesso. Wenders ci racconta di aver conosciuto per la prima volta Pina Bausch a metà degli anni ottanta. Rimasto affascinato da Cafè Müller, esprime alla “danzatrice” il desiderio di sviluppare un progetto artistico comune rendendosi però immediatamente conto che il cinema a due dimensioni ha un gran limite intrinseco che non avrebbe mai permesso di rappresentare nel miglior modo possibile la danza.
L’intuizione che l’uso del 3D potesse essere una buona soluzione a questo problema Wenders la ebbe dopo aver visto il film sugli U2 del 2007: da questo momento ha inizio la collaborazione tra i due artisti. Il 2008 fu l’avvio ufficiale del lavoro di scrittura a quattro mani; le riprese furono previste per il 2009. Una settimana prima di iniziare a girare le scene a Wuppertal Pina, improvvisamente, muore.
Nello sconcerto e nella tristezza prevedibili, il progetto doveva inevitabilmente trasformarsi in qualcos’altro: è qui che si situa il passaggio da “il film di Pina” a “il film per Pina”. Un’opera corale dove tutti gli attori ed il regista decidono di rendere un omaggio, in punta di piedi ma con grande intensità, ad una donna che non ha avuto il tempo di vedere cosa il 3D avrebbe potuto sottrarre o magari aggiungere alla sua grande arte.

Una morte, in particolar modo quella di una grande artista, richiede sempre un’elaborazione che sfoci in una catarsi: Wenders questa catarsi ce la offre col suo racconto. Il film “Di Pina” non potremo mai più vederlo e non ci resta che immaginarcelo ognuno nella propria solitudine. Fortunatamente l’altro film, quello “Per Pina”, Wenders l’ha girato per farci appassionare a questa artista che di danza si nutriva.
Nella pellicola i ballerini non usano mai il linguaggio verbale perché Pina non ha mai amato spiegare i suoi lavori a parole: la sua è una non-narrazione che mette lo spettatore davanti a sentimenti forti e molto terreni, provocando comunque una violenta risposta emotiva, ma sempre e solo attraverso il Movimento. I pezzi di repertorio re-inscenati per il film sono molti ma credo sia importante citare almeno i più celebri: Cafè Müller, Kontakthof, Le Sacre du printemps, Arien, ed il magnifico Vollmond.
Il rischio in questo film, (ma potrebbe essere considerato anche uno dei suoi meriti), è che si perda di vista il fatto di essere davanti ad un testo che ha il proprio linguaggio, la propria sintassi e tutto ciò che questo può comportare; che si finisca insomma per concentrarsi solo sulla figura della ballerina-coreografa e ci si scordi che dietro ogni racconto c’è sempre un narratore che va seguito.
Un rischio, quello di scomparire quasi totalmente dietro al suo soggetto, che Wenders ha corso con consapevolezza e gioia. Non siamo davanti ad un esercizio di stile, bensì ad una poesia dove la forma serve il contenuto facendolo risaltare e risplendere. Questo ragionamento è ancor più valido se ci si riferisce alla scelta del 3D: non un semplice espediente commerciale ma una scelta consapevole e ben calibrata.
Commenta Wenders stesso ”ho usato il 3D per poter rendere a pieno lo spazio tra pubblico e danzatori, tra due persone che stanno agendo sul palco. La danza è la cosa più appropriata per il cinema in 3D”.

Come al solito il nostro autore non si accontenta di sperimentare ed essere all’avanguardia, vuole a tutti i costi provocarci. Le inquadrature di tutto il film sono stilisticamente poco connotate riflettendo un senso di neutralità che permette allo spettatore di guardare il film con occhi e mente liberi e farsi così sedurre completamente dall’ammaliante lavoro della danzatrice teatrale. Il film inoltre è la coronazione del concetto di modernità nella settimana arte – combinazione tra l’aspetto riproduttivo del cinema e l’utilizzo del metalinguaggio. Ed è proprio tramite la scelta del 3D che l’aspetto riproduttivo del mezzo entra prepotentemente in circolo permettendo la quadratura del cerchio. Quando poi un regista come Wenders dichiara di immaginare difficile un ritorno, a cuor leggero almeno, al cinema a due dimensioni, vuol dire davvero che una rivoluzione è iniziata e forse dovremmo cominciare seriamente a parlare di un’ “ottava arte”. Credo che di diritto il film entrerà nella storia del cinema per molti motivi, non ultimo per un aspetto curioso: Wim Wenders, girando in 3D un film d’Autore, ha fatto incontrare due “popoli cinematografici” normalmente distinti e diffidenti l’uno nei confronti dell’altro: quello “intellettuale e quello “ricreativo-commerciale”. Questo primo contatto promette interessanti alchimie.

L’intero film si può anche guardare come un viaggio attraverso i quattro elementi fondamentali: due pezzi ballati sono ricollegabili alla terra, due all’acqua. Il fuoco è rappresentato dalla passione presente negli animi di chi con la nostra artista ha avuto a che fare. Pina Bausch è l’aria, nonostante la precedesse sempre il suo fisico spigoloso. Aria che ti riempie di desiderio, che porta sempre ad una ricerca sfrenata, rivoluzionaria, quotidiana, leggera insomma, ma densa. La vera sfida, diceva lei, era quella di ridere sempre e soprattutto quando una catastrofe ti investe. Vista dal vivo, molto spesso poteva incutere un certo timore, perché risultava severa. Ma sapeva smettere la sua aria spigolosa quando qualcosa la tormentava o tormentava chi le stava accanto e cominciava allora a dispensare delicatezza. Per questo mi sono commosso quando nel film una delle ballerine racconta che Pina una volta le chiese “perché hai paura di me? Non ti ho fatto niente ”. E’ vero, lei poteva incutere tanto timore ma poteva essere anche molto fragile; di quella fragilità feconda, che le ha permesso di avviare una rivoluzione che ci ha poi regalato il Tanztheater. Il miglior inchino ce lo regalano le sue labbra in chiusura di pellicola: “tanzt, tanzt sonst sind wir verloren.”
Questa era la sua Poetica che noi custodiremo con amore.