Magritte e il mistero della natura
di - pubblicato il 24 Dicembre, 2008 in Mostre
Finalmente Magritte! E' quello che mi sono detta mentre varcavo la soglia di Palazzo Reale a Milano una mattina uggiosa, dopo essermi fermata a rimirare il Duomo appena rimesso a nuovo, per vedere l'ultima mostra allestita sull'artista belga. Di lui ho sempre amato la lucidità di pensiero e il suo modo composto e lineare di rivoluzionare l'arte. Il titolo della mostra è già di per sé evocativo dell'universo artistico di Magritte: “Il mistero della natura”. Questa linea di percorso è stata voluta dai curatori Michel Draguet e Claudia Beltramo Ceppi per sottolineare il rapporto diretto dell'artista con l'indagine della natura, nella quale si manifesta il mistero della realtà. La rassegna presenta centodieci dipinti oltre a gouaches e sculture provenienti da collezioni private e dai Musée royaux des Beaux-Arts del Belgio, la collezione pubblica più rilevante di opere di Magritte. I curatori hanno voluto presentare accanto alle opere le parole dell'artista come unica guida del percorso espositivo, lasciando la libertà di interpretazione al visitatore. Mistero è la parola chiave con la quale Magritte mette in discussione i luoghi comuni dell'arte e del pensiero.

Coma afferma Arturo Schwarz nel testo in catalogo edito da Giunti Arte: “Il compito dell'artista, secondo Magritte, doveva essere quello di creare apparizioni che rivelino il mistero assoluto. Senza mistero, nulla davvero esiste. Il mistero è ciò che deve esistere affinchè la realtà sia possibile.” Tematica centrale dell'esposizione è appunto l'indagine del suo rapporto con la natura, ispiratrice ma anche sfondo di ogni tematica e si propone di mostrare come egli sia uno dei pochi artisti del Novecento che abbia posto la natura al centro della propria ricerca, mettendola in relazione con il pensiero umano e con i suoi limiti.
La mostra è prodotta dal Comune di Milano - Palazzo Reale, Civita e Giunti Arte, con il contributo di A2A in qualità di main sponsor e si avvale della collaborazione dei Musées royaux des Beaux-Arts de Belgique e della Fondation Magritte.
Nato a Lessines, in Belgio, nel 1898, dopo aver frequentato l'Accademia di Belle Arti di Bruxelles avvia i suoi primi passi all'interno delle avanguardie storiche: futurismo e cubismo. Sono presenti in mostra i primi e sconosciuti dipinti futuristi degli anni '20 da cui però si discosterà ben presto, alla ricerca di vie diverse. Per alcuni anni lavora in una ditta che produce carta da parati e a questo affianca il lavoro di grafico di manifesti e di pubblicitario. Anche se non amava la pubblicità, per il suo carattere ripetitivo, è molto probabile che sia stato influenzato da questa sua attività. L'influenza più grande però gli viene dalla riproduzione di un quadro di De Chirico, “Il canto d'amore” del 1914 , mostratagli da un amico che per lui è il trampolino di lancio di una rincorsa intellettuale che aveva già avviato, ma che trova conferma alla vista dei quadri dell'italiano. Le sue riflessioni si concentrano infatti sul rapporto tra realtà e rappresentazione, sul divario tra linguaggio e realtà che lo porta a presentare gli oggetti quotidiani in un ordine sconvolto rispetto all'ordine naturale per rendere visibile il mistero che si cela dietro a tutte le cose. Si avvicina così al gruppo surrealista parigino, capitanato da Breton che nel 1924 pubblica il Manifesto del Surrealismo. Come i surrealisti l'arte di Magritte non mira all' estetica e vuole rendere visibile il funzionamento reale del pensiero ma a differenza di questi non riconosce il valore dell'inconscio come spiegazione onirica dei quadri: le sue opere sono pensieri lucidi, nati dalla “ricerca metodica di un effetto poetico sconvolgente che, ottenuto mettendo in scena oggetti tratti dalla realtà, desse al mondo reale, da cui tali oggetti erano presi, un senso poetico nuovo.”

Tra il 1925 e il 1936 la ricerca di Magritte porta alla elaborazione di quelle immagini che saranno caratteristiche ed emblematiche del suo pensiero e dei suoi interrogativi davanti alla realtà per lui assolutamente enigmatica: il cavaliere, i sonagli, l'uomo con la bombetta, il corpo femminile. Alla base del suo pensiero ci sono tre relazioni logiche date per scontate che lui mette in discussione: la relazione tra oggetto reale e cosa rappresentata, tra linguaggio iconico e linguaggio verbale e tra realtà e linguaggio. Esplicativo di questo complesso nucleo di pensieri è il famoso quadro del 1928 L'uso della paola I che rappresenta una pipa e al di sotto la scritta “Ceci n'est pas une pipe” (Questa non è una pipa). Riguardo a questo quadro è riportata in mostra questa citazione “Potete riempirla la mia pipa? No vero? Non è altro che una rappresentazione. Quindi? Se avessi scritto sul mio quadro -questa è una pipa- avrei mentito”.
Sono presenti in mostra anche opere del periodo cosiddetto Impressionista, nati dopo la Seconda Guerra Mondiale, che mostrano un Magritte molto diverso da quello che siamo abituati a vedere. Presenti anche i dipinti più famosi dagli anni '50 ad oggi come “Souvenir de voyage”, che rappresenta una mela verde mascherata per il carnevale, “L'heureux donateur”, “Le domaine d'Arnheim”, una montagna a forma di aquila e in primo piano, su di un muro,un nido. Magritte provoca continuamente lo spettatore con accostamenti spiazzanti, sintesi tra immagini differenti, titoli insoliti che non sono spiegazione del quadro ma che toccano corde interne della coscienza di ciascuno. Ci si trova quasi a disagio, in bilico e nel dubbio davanti ad ogni immagine e ad ogni parola, spinti ad interrogativi profondi sul rapporto tra noi uomini moderni e il mondo esterno con la sua solitudine, sulla libertà del pensiero e sul confronto tra sogno e realtà. Conclusione ideale del viaggio nell'universo magrittiano il famosissimo “L'empire des lumières”(L'Impero delle luci): una casa, un parco e un lampione immersi nel buio della sera mentre sopra di loro il cielo è azzurro, puntellato da nuvole bianche. “Nel quadro L'Impero delle luci- dice lo stesso Magritte- sono rappresentate le cose di cui ho avuto l'idea ossia, esattamente, un paesaggio notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Questa evocazione della notte e del giorno mi sembra dotata del potere di sorprenderci e di incantarci. Questo potere io lo chiamo poesia”