Giovanni Michelucci e Firenze fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta
di // pubblicato il 25 Giugno, 2011
Nel 1954, in piena ricostruzione post-bellica, l’architetto Giovanni Michelucci realizza una casa per abitazioni e negozi all’angolo fra via Guicciardini e via dello Sprone, nella zona di ricostruzione del dopoguerra.
La costruzione è una riflessione sull’ambiente senza rinunciare al moderno; al piano terra le botteghe sono sottolineate dall’arco ribassato, e collegate al piano superiore con l’utilizzo della tipologia del “duplex”. Il rivestimento in pietra forte è aggiornato dall’aggetto intonacato delle finestre; il tetto è molto sporgente, quasi in dialogo con lo sporto dell’antico palazzo di fronte.

In questi stessi anni (1956) Michelucci collabora con gli architetti Carlo Scarpa e Ignazio Gardella per la sistemazione museografica delle prime sale della Galleria degli Uffizi. Le opere medievali trovarono sistemazione in un ambiente semplice ed austero, ma proprio per questo allusivo del contesto originario, ovvero le pievi ed i conventi toscani. Il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi viene sistemato con il progetto di Detti e Scarpa.

L’intervento più innovativo viene progettato nel 1953: l’edificio per la sede centrale della Cassa di Risparmio di Firenze, che, pur se costretto a mimetizzarsi dietro ad una facciata di aspetto ottocentesco, risulta una struttura moderna di grande forza espressiva.
Michelucci realizza un grande e luminoso vano centrale a doppia altezza, sul quale si proiettano a sbalzo balconate che riecheggiano percorsi stradali; la struttura si risolve grazie all’utilizzo di travi in cemento a vista, vetrate e volte metalliche di copertura, che, sebbene di grande modernità, evocano un ambiente di carattere rinascimentale.

Già qui diventa chiaro uno dei temi cari a Michelucci, quello del percorso come prolungamento delle strade della città, che verrà da lui sviluppato nelle sue architetture degli anni Sessanta.
Nel Marzo 1961 la nuova giunta di centro-sinistra, presieduta da Giovanni La Pira, tornato a ricoprire la carica di sindaco, incarica l’architetto Detti di progettare un nuovo piano regolatore per la città, giudicando non più attuabile il precedente.

Il Detti, eletto assessore all’urbanistica, nella sua revisione del piano precedente, prevedeva il trasferimento dell’aeroporto nei comuni di Campi e Prato, lo spostamento della ferrovia intorno alla città con un raccordo fra Castello e Coverciano, da realizzare con gallerie sotto le colline di Fiesole, la salvaguardia delle colline dalle speculazioni edilizie, l’isolamento del quartiere di Sorgane “senza avere aderenze con le espansioni previste”.
Il centro direzionale veniva localizzato sul campo di aviazione di Peretola e l’asse di scorrimento est-ovest prevedeva l’espansione di Firenze verso Prato. A differenza del piano precedente, il numero di chiese da costruire passò da quattro a ventidue.

Il piano, considerato un esempio di urbanistica moderna, non aveva fatto i conti con le esigenze e le
decisioni dei comuni limitrofi, a cominciare dalla città di Prato, né con il rifiuto delle ferrovie dello stato, che bocciarono lo spostamento verso Coverciano.
Il piano verrà approvato nel gennaio 1966 (con la condizione di non spostare l’asse ferroviario), ma non sarà mai attuato, riportando la situazione urbanistica fiorentina ad uno stallo nelle decisioni da prendere.
Fra le nuove chiese da realizzare, quella lungo l’autostrada del Sole (Campi Bisenzio) viene inaugurata nell’aprile del 1964.
Giovanni Michelucci disegna una sorta di tenda che sembra essere l’emblema delle idee professate dal sindaco La Pira: la città di Firenze come una “sorella di Gerusalemme”, che accoglie il viandante nel duo pellegrinaggio.
La chiesa di San Giovanni Battista è, però, anche un chiaro esempio del pensiero dell’architetto pistoiese sui percorsi umani e sul bisogno dell’uomo di momenti di riflessione e spiritualità, opposti alla frenesia moderna che viene testimoniata dalla nuova autostrada italiana.
L’edificio appare come una tenda incurvata, che ripara dalla luce e dai rumori del mondo; lo spazio interno è ampio ma articolato in vari cammini dove poter trovare luoghi appartati o strade per passeggi silenziosi, guidati da una luce filtrante che avvolge con calde sfumature ogni cosa. L’architetto aveva previsto anche un percorso ascensionale sul tetto, che però non è mai stato realizzato.
Una ulteriore riflessione sui percorsi urbani è rappresentata dall’altro edificio che Michelucci realizza a Firenze negli anni Sessanta: lo stabile per le poste di via Pietrapiana, ai margini del quartiere di Santa Croce.
L’edificio sorge su un lotto di terra liberato negli anni Trenta dalle demolizione del periodo fascista, che però non aveva trovato conclusione in alcun progetto. Michelucci elabora varie soluzioni fra il 1959 e il 1964 e l’edificio viene completato nel 1967.All’inizio degli anni Settanta il palazzo viene sopraelevato di alcuni volumi per spazi funzionali.
Pur se in cemento armato a faccia vista nei piani alti, l’opera è
un esempio di inserimento moderno in un contesto profondamente storicizzato; Michelucci realizza una costruzione che cerca l’inserimento e non il protagonismo, tentando di usare la moderna tecnologia per
ricreare antiche visioni.
Dove al piano terra ci sono gli uffici pubblici, viene infatti realizzata una galleria, ovvero un percorso coperto parallelo alla strada, che introduce e correla gli spazi con la città. La copertura del salone interno su cui si affacciano i tre edifici è realizzata con una sequenza di paraboloidi in cemento armato di grande suggestione: alte travi continue, raccordate con le volte a guscio, si trasformano in ampi fornici aperti verso lo spazio per catturare la luce.