Lo scultore Francesco Diluca presenta presso il castello Maniace a Siracusa e l’Orto botanico dell’Università di Palermo l’esposizione “Rarica”, voluta per omaggiare la Sicilia e i luoghi che la ospitano.
“Rarica” infatti, incentrata sulla simbiosi tra uomo e natura, nasce dal mare su cui si affaccia il Castello di Ortigia e al contempo richiama le pregiate specie vegetali dell’Orto botanico palermitano.

“Rarica”, il cui nome sta per “radice” nel dialetto siciliano, si ispira alle creature di terra e mare per trattare il tema olistico degli ecosistemi, delle metamorfosi, del rapporto tra uomo e ambiente, con più di trenta opere come sculture, video, interventi di land art.
Le sculture di Francesco Diluca sono corpi umani dall’essenza rachitica, spinosi e ispidi come rovi, bozze di anatomie prossime allo sfaldamento ma solide come il ferro, che è il materiale con cui sono realizzate; alcuni sono percorsi da foglie, fibre filamentose e farfalle, altri si snodano tra aggregazioni minerali dall’aspetto roccioso, corallino o calcareo.
L’iter espositivo prende l’avvio dalla scultura subacquea Reef – Kura Halos, collocata nelle acque prospicienti al castello svevo e realizzata da Diluca con la collaborazione di biologi marini; per vederla infatti occorre recarsi in spiaggia o immergersi. L’opera è pensata per vivere nel fondale ed evolversi nel tempo grazie alle forme di vita che popolano le acque e che possono essere accolte nelle sue cavità. Reef quindi ammonisce il visitatore: l’emergenza ambientale provocata dall’innalzamento della temperatura marina e dallo sbiancamento dei coralli è più che mai attuale e richiede attenzione immediata.

La mostra prosegue in superficie, dove l’opera Radicarsi – Orfeo apre e chiude l’accesso al cannoniere del castello ed è accompagnata da Madrepora – Euridice. Anche qui il tema della natura è presente, perché Euridice è la ninfa dei boschi che ha fatto perdere la testa a Orfeo e quest’ultimo in mostra sembra avere ancora una parvenza umana a differenza dell’amata che appare eterea, incorporea; le figure sono fatte di sabbia, sale, ghiaia e il pubblico può percorrere l’installazione, raccogliere e portare con sé le piccole sculture che richiamano i coralli e che fanno parte dell’opera di land art. Il mito d’amore e morte ivi si fa portavoce dell’interdipendenza tra terra e mare, tra baratro e superficie, tra l’esistenza e l’annientamento; ma se il compimento finale del mito è lo scacco, la dipartita, l’esito dell’opera di Diluca è il recupero della vita attraverso nuove forme, quelle organiche e naturali.

Il percorso espositivo vira dall’acqua al fuoco nelle installazioni pensate per la monumentale sala ipostila. Alle finestre infatti sono applicate delle vetrofanie tratte dalle performances di Post Fata Resurgo, in cui Diluca incendia grandi sculture in filamento metallico. Ne consegue un’installazione coinvolgente e scenografica che ricorda l’incendio subito dal castello nel 1704 ma che qui inneggia a una rinascita. Il fuoco infatti determina il cambiamento, proprio come la lava vulcanica dell’Etna che distrugge per generare nuova vita attraverso il ruolo fertilizzatore della cenere.
Le opere della serie Radicarsi connettono la sede siracusana a quella palermitana. Nell’Orto botanico troviamo anche l’opera Micelio, una figura femminile gravida che ricorda l’apparato vegetativo dei funghi e insegna come la natura sappia intrecciare e connettere con maestria e potenza; i filamenti dei funghi infatti costituiscono un’immensa rete sotterranea che connette l’intero pianeta al pari del web.

Per l’Aquarium è stata realizzata l’opera circolare Mangrovia, che innesca reciproche e suggestive affinità tra terra e mare e fa riflettere sulla componente del tempo, su cui si incentra accuratamente la poetica dell’artista; Mangrovia, le cui radici sono piantate nell’acqua, raccorda tutte le opere in mostra perché è intesa da Diluca come una mamma-ambiente protettiva, che culla, accoglie e protegge le creature da lui ideate.
Le antiche piante dell’orto inoltre hanno esercitato grande fascino sull’artista, che ispirandosi al ficus e all’ulivo ha generato Ulivo e Autunno; la prima opera è l’emblema delle capacità di resistenza e rigenerazione della natura, mentre la seconda omaggia il lungo vissuto del granitico ficus che con il tempo regala lo spettacolo delle sue “architettoniche” e aeree radici ed è eterno. L’eternità dunque è il fulcro di “Rarica”, che in contrapposizione alla fine e all’annichilimento dell’uomo e del pianeta, auspica respiro e vita.