
Wong Kar-wai è un Maestro assoluto del Cinema contemporaneo – uno dei pochi – e i suoi film hanno influenzato tutto il mondo delle immagini con uno stile personalissimo, già perfettamente vibrante e strutturato all’esordio con As tears go by nel 1988. Uno stile, fatto di forme e contenuti, a cui è ancora fedele senza alcun pudore, nel mettersi a nudo in personaggi che attraversano l’esistenza con un temperamento profondamente sentimentale, afflitti da nostalgie, solitudini e rimpianti per quegli amori che avrebbero potuto essere, ma poi deviati dal succedere degli eventi, non sono mai diventati.
L’ultimo film per il grande schermo firmato Wong Kar-wai era The grandmaster realizzato nel 2013, dopo dieci lunghi anni di silenzio nel 2023 è tornato con Blossoms Shanghai, ora finalmente visibile anche in Occidente. Un’opera monumentale che il cineasta di Hong Kong – nato però a Shanghai – ha curato personalmente nella sua fluviale totalità, contro ogni consuetudine delle serie televisive, indispensabile per portare sullo schermo questo affresco storico di oltre ventidue ore, a conferma, casomai ce ne fosse stato bisogno, che si tratta di una splendida opera d’Autore con la struttura della serialità da piccolo schermo, adottata per semplici motivi di contingenza.
Lo sfondo della storia è il periodo di profonda trasformazione dell’economia cinese, tra fine anni ’80 e primi ‘90 del secolo scorso, quando l’apertura della Borsa a Shanghai e l’assenza iniziale di regole hanno creato fortune dal nulla o causato rovine improvvise. Protagonista il mediatore finanziario Ah Bao, ricco e celebre esponente di una nuova classe, con al suo fianco l’anziano signor Ye, mentore e vero artefice della sua ascesa, che dirigono insieme i loro affari dalla suite condivisa nei piani più alti del lussuoso Peace Hotel.

Tratto dal romanzo Blossoms di Jin Yucheng, scritto nel dialetto di Shanghai appartenente al gruppo delle lingue Wu adottato anche per la recitazione, il film – perché tale va considerato a tutti gli effetti – porta sullo schermo il mondo luccicante di Huanghe Lu, la strada centrale dei ristoranti di lusso in cui si concludevano gli affari nel riserbo di eleganti privé. Locali esclusivi dove già varcarne la soglia era sinonimo di successo, in un mondo ormai passato in cui l’eleganza nascondeva la spietatezza con cui si forgiavano i destini.

Alla cura della propria immagine glamour si deve dedicare Ah Bao, interpretato da un ottimo Ge Hu – già protagonista di uno dei film cinesi più belli degli ultimi anni, Il lago delle oche selvatiche di Yi’nan Diao – che intreccia molti rapporti d’affari, alcuni venati di tensioni sentimentali; tre le donne più importanti che gli ruotano attorno: l’impiegata dell’ufficio estero Wang Mingzhu (Yan Tang), la gestrice del Night Tokyo, piccolo locale fuori dalla zona di lusso, Ling Zi (Yili Ma) e l’insondabile Li Li, (Zhilei Xin) madame del nuovo ristorante Gran Lisboa.

Il fluire del tempo, strutturato in continui rami narrativi laterali, è il vero tema di Blossoms Shanghai, il tempismo dell’azione nei momenti più tesi, ma anche e soprattutto il cambiamento inarrestabile di luoghi e persone sempre venato di nostalgia. Anche la forma nello stile unico di Wong Kar-wai gioca a manipolare il tempo, rallentando come nelle più iconiche sequenze del capolavoro In the mood for love, ma anche accelerando i movimenti sullo sfondo quando i personaggi sono sospesi in sublimi momenti di eternità.

Dopo tanta attesa l’autore di 2046 è tornato all’insegna dell’abbondanza, con trenta episodi equivalenti a una saga intera di quindici film, non soltanto per la durata, ma anche per l’avvicendarsi di molte esistenze e per la varietà di toni narrativi che passano dal drammatico al thriller, dal noir alla commedia, dal romantico alla tragedia, senza mai una stonatura o uno squilibrio. Un risultato straordinario, frutto di una lavorazione durata sei anni, in cui la produzione ha costruito in studio le vie Huanghe Lu e Nanjing Lu a grandezza naturale.

Ritratto di un’epoca, Blossoms Shanghai di Wong Kar-wai deve il titolo al fiorire di scintillanti insegne luminose simbolo di ricchezza. Nel raccontare un’epoca rivela anche lo stato della condizione femminile nella metropoli cinese, quando essere la madame di un ristorante di lusso era il massimo al quale una donna poteva aspirare. Un’opera che in Cina ha creato indotti importanti, fra turismo e corsi di dialetto shanghainese, e qui da noi non ha ricevuto ancora l’attenzione che merita; in Italia è visibile nell’offerta della piattaforma Mubi.
