L’Opera di Francoforte inaugura la sua stagione delle prime al Depot, la sede secondaria del teatro, con Partenope, riaffermando la sua attenzione verso il repertorio del “Caro Sassone”. Negli ultimi dieci anni Francoforte ha proposto una decina di nuove produzioni händeliane, fra cui lo splendido Giulio Cesare in Egitto della scorsa primavera.

Partenope debuttò nel febbraio del 1730 al King’s Theatre di Londra, seguita da sette repliche. Händel assistette ad altre sette rappresentazioni nel dicembre dello stesso anno, segno della notevole popolarità dell’opera, che fu riproposta ancora nel 1737. Poi, come accadde per tutte le opere di Händel e, più in generale, per il repertorio barocco, trascorsero un paio di secoli prima che Partenope fosse di nuovo messa in scena integralmente.
Il libretto – in precedenza già messo in musica diverse volte, anche da Caldara – è del poeta romano Silvio Stampiglia, noto per preferire trame leggere e pungenti, lontane dai toni moralistici o dal pathos. Partenope, fondatrice e regina di Napoli, è al centro della vicenda, corteggiata da tre pretendenti. Il primo, il timido Armindo, rimane a lungo nell’ombra, aspettando il momento propizio per dichiarare il suo amore. Il secondo, Emilio, giunge con il suo esercito e sfida Partenope a scegliere tra il matrimonio e la guerra. La regina, però, lo sconfigge in battaglia, lo fa prigioniero, e infine gli concede non il suo cuore, ma la sua amicizia. Il terzo pretendente, Arsace, favorito della regina, si rivela più complesso da gestire. Partenope ignora, infatti, che Arsace è promesso a Rosmira, la quale, travestita da principe Eurimene, giunge a corte per riconquistare il suo amante. Ovvio lieto fine con il timido Armindo che vince la mano della regina e la stessa Partenope che riconcilia Arsace e Rosmira.
Ma in fondo, la trama è irrilevante. Partenope, che passa di rado in palcoscenico, è un’altra galleria händeliana di arie (trenta!) che ci accompagna per tutta la serata, con la sua straordinaria capacità di ritrarre in la musica l’essenza emotiva di ogni personaggio, si tratti di un’aria di furore o di un lamento palpitante. Dal punto di vista drammaturgico non è sicuramente fra le opere più potenti del repertorio händeliano ed è anche un Händel più leggero rispetto ai suoi lavori più celebrati. Di fatto Partenope, pur portando la dicitura “opera seria”, ha molto della commedia e si distingue per il carattere umoristico nei personaggi e per la prevalente leggerezza della musica.

La regista Julia Burbach, al debutto sulle rive del Meno, proietta i fatti in un’epoca indefinita. Lo spettacolo mescola riferimenti al presente, come l’arredamento moderno, con richiami all’antichità, come gli elmi e gli scudi achei. Tuttavia, l’insieme rimane volutamente vago e privo di una collocazione precisa. Lo scenografo Herbert Barz-Murauer costruisce un contenitore circolare e ruotante, circondato per tutto il diametro da una tenda, da cui si entra e si esce con disinvoltura e che accentua il tono di leggerezza della serata. Scarsi gli arredi. Un paio di divani. Una vasca (forse la stessa del suddetto Giulio Cesare in Egitto?). Senza tempo anche i costumi disegnati da Raphaela Rose, che spaziano dall’eleganza che riveste Partenope alla comicità che caratterizza il bellicoso Emilio, che prima appare come una sorta di tronfio galletto rosso, per finire poi prigioniero in una stia circolare. Belle le luci di Joachim Klein. Cinque ballerini, abbigliati come eroi dell’antica Grecia e quasi costantemente presenti in scena, infondono energia e movimento alla rappresentazione, grazie alle coreografie di Cameron McMillan. Nonostante le limitazioni sceniche del Depot, un ex deposito di tram, lo spettacolo si rivela nel complesso coerente e abbastanza ingegnoso.
Il maestro George Petrou, direttore artistico del Festival Internazionale di Händel di Göttingen, offre un’interpretazione musicalmente raffinata, privilegiando una lettura attenta ai dettagli più sottili anziché indugiare sulla vertiginosità della scrittura händeliana. Petrou stesso accompagna anche i recitativi al clavicembalo. Particolarmente eleganti e ispirati risultano i corni e il flauto traverso, che in certe arie dialogano con sensibilità con i cantanti. Fondamentale è il contributo del gruppo del continuo – composto da clavicembalo, liuto e violoncello – che dona vitalità e profondità alla partitura.
La rappresentazione prende vita grazie a un ensemble eccellente, capace di restituire con precisione le sfumature dei caratteri e delle passioni dei personaggi. Emerge con chiarezza il contrasto tra le figure femminili, caratterizzate da una personalità forte e leale, e i personaggi maschili, delineati con tratti di comicità, irresolutezza e inconsistenza.

Un debutto trionfale all’Opera di Francoforte per Jessica Niles nel ruolo eponimo di Partenope. La parte, che alterna passaggi lirici a colorature virtuosistiche, richiede grande duttilità espressiva, e il soprano americano brilla per tecnica impeccabile, notevole estensione vocale e una recitazione vivace. Niles trasmette con naturalezza l’autorità e il carisma di questa donna di Stato, confermandosi all’altezza delle grandi ribalte internazionali, come quelle di Monaco, Berlino e il Festival di Salisburgo, vere e proprie Champions League della lirica. Franko Klisović offre una prova convincente nel ruolo di Arsace, complesso e sfaccettato. Il controtenore croato, dotato di una voce ricca di sfumature, interpreta con intensità i tormenti di un uomo diviso tra due amori. Momenti di dolente introspezione si alternano con arie di furore, come la vibrante “È figlio il mio timore”. Kelsey Lauritano, ancora una volta in un ruolo en travesti, si cala nei panni del principe Eurimene, identità dietro cui si cela Rosmira. Il mezzosoprano restituisce gli accenti di una donna forte che lotta per riconquistare il suo amato con bel timbro vocale che si riempie di pathos nell’aria “Furie son dell’alma mia”. Anche Cláudia Ribas affronta con successo un ruolo maschile, incarnando Armindo, il timido spasimante, con una vocalità ampia e dai toni bruniti che ben rappresentano i dubbi e le incertezze del personaggio. Perfetta voce händeliana, la sua interpretazione dell’aria “Voglio dire al mio tesoro”, intrisa di insicurezza e malinconia, è particolarmente struggente. Il tenore Magnus Dietrich si distingue nella breve ma intensa parte di Emilio, un ruolo che gli consente di mettere in evidenza accenti eroici nell’aria “Anch’io pugnar saprò”. A completare il cast, Jarrett Porter porta la sua solida voce baritonale al personaggio di Ormonte, il fedele e vigoroso comandante della guardia del corpo di Partenope.
Francoforte ha accolto con entusiasmo questa nuova proposta händeliana e tutte le otto recite hanno registrato il tutto esaurito già molto prima della prima rappresentazione. Come sottolineato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, davvero fortunati coloro che sono riusciti ad assicurarsi un biglietto. Al termine della serata, il pubblico ha reso omaggio agli interpreti con applausi calorosi e prolungati, suggellando il meritato successo dello spettacolo.

Dettagli

Didascalie immagini

Courtesy of Press Office Oper Frankfurt

  1. Cláudia Ribas (Armindo), Franco Klisović (Arsace), Magnus Dietrich (Emilio), Kelsey Lauritano (Rosmira) e Jessica Niles (Partenope)
  2. Jessica Niles (Partenope) e Jarrett Porter (Ormonte; rechts), ballerini/e.
  3. Jessica Niles (Partenope)

foto © Monika Rittershaus