Le luci della Sala Grande del Maggio Musicale si sono riaccese per il primo appuntamento, dopo la pausa estiva, con Les pêcheurs de perles di Georges Bizet – proposta per la seconda volta nel corso delle stagioni del Maggio, dopo la messinscena del febbraio 2016 – è un’opera in tre atti su libretto di Michel Carrè ed Eugène Cormon nell’allestimento della Staatsoper Unter den Linden di Berlino e, questo articolo si riferisce alla replica di domenica 21 settembre poche ore dopo aver assistito al concerto del maestro Jérémie Rhoer; un grandissimo successo sia per la scelta del non facile porogramma, ma, soprattutto, per l’esecuzione in cui Coro femminile del MMF, Orchestra e il soprano Elizabeth Liewellyn, hanno davvero espresso il meglio regalando ai presenti una straordinaria serata musicale che ricorderanno a lungo.

Les pêcheurs de perles fu composta nel 1863 dal venticinquenne il musicista francese che, essendosi precedentemente aggiudicato il prestigioso Prix de Rome, venne ingaggiato dal direttore del Théâtre Lyrique di Parigi Léon Carvalho con l’incarico di realizzare un’opera per il suo teatro. Bizet accettò di buon grado, ma, trattandosi della sua prima esperienza di prestigio, si trovò a mettere in musica il libretto fornitogli da Carvalho senza avere alcuna voce in capitolo.

Sul podio, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio, ancora il maestro Jérémie Rhorer con l’allestimento, ripreso in quest’occasione da Derek Gimpel, firmato da Wim Winders, la cui regia di un’opera è portata in scena per la prima volta in assoluto in Italia. Le scene sono di David Regehr; i costumi di Montserrat Casanova; le luci, riprese da Oscar Frosio, sono di Olaf Freese. La drammaturgia è curata da Detlef Giese. Il maestro del Coro del Maggio è Lorenzo Fratini.

Il soggetto esotico dei Pêcheurs de perles si inseriva nella lunga scia di opere di ispirazione orientale, che già da qualche anno erano diventate di gran moda in Francia. L’isola di Ceylon fa da sfondo a una storia d’amore incentrata sul tradizionale triangolo: Léïla, sacerdotessa di Brahma, è amata sia dal pescatore di perle Nadir, sia da Zurga, capo dei pescatori legato a Nadir da un’amicizia di lungo corso. Ma Léïla ama Nadir e Zurga sarà quindi costretto a sacrificare i propri sentimenti, rinunciando sia alla donna amata che all’amico.

Già alla prima rappresentazione il 29 settembre del 1863 i critici si scagliarono impietosi contro il libretto, ritenuto piuttosto banale e privo di originalità. Era stato lo stesso Carvalho a richiedere un plot che abbondasse di situazioni melodrammatiche tradizionali per agevolare il lavoro del giovane debuttante. Tuttavia, nonostante l’inesperienza e un libretto di scarso valore, Bizet riuscì a realizzare una veste musicale fascinosa ricca di ritmi insoliti, languide armonie e preziosità timbriche che magistralmente evocano il misterioso Oriente tanto vagheggiato in quello scorcio di secolo.

Il maestro Jérémie Rhorer, una delle più versatili, interessanti e innovative bacchette della sua generazione – ha fondato l’orchestra “Le Cercle de l’Harmonie” di cui è direttore da circa vent’anni, ha diretto le migliori orchestre internazionali, spesso ospite dei più importanti festival europei – recentemente apprezzato a Torino nell’Hamlet di Ambroise Thomas – ha sottolineato l’entusiasmo nel dirigere quest’opera: “Nel corso della mia carriera ho diretto con poca frequenza le opere di Bizet; affrontando con maggior frequenza la musica sinfonica di Bizet, motivo per cui sono molto felice di questo mio primo incontro con Les pêcheurs”.
Continuando nella sua analisi, il maestro ha inoltre evidenziato i rapporti tra la musica italiana e la musica francese: “Negli ultimi anni inoltre ho cominciato a concentrare il mio interesse sui rapporti, peraltro sottostimati, tra la musica italiana e la musica francese, rapporti nati in una rete di relazioni storiche, artistiche, letterarie e musicali che mi affascinano enormemente. Prendiamo Puccini, un autore che per il momento ho potuto dirigere molto poco, ma che è da sempre il mio preferito. Venendo proprio ai Pescatori di perle un interrogativo assai stimolante che nasce dall’ascolto di quest’opera è il verificare fino a che punto Puccini la conoscesse e l’abbia utilizzata come modello in alcune sue opere. Ci sono tanti aspetti di Pêcheurs che sembrano ritrovarsi come in un’ideale relazione gemellare in più pagine pucciniane”.

La regia dell’opera è curata da Wim Wenders che, in occasione della première alla Staatsoper Unter den Linden nel 2020, ne aveva evdenziato sia la rarità esecutiva che la bellezza musicale: “Quest’opera ai miei occhi (o piuttosto alle mie orecchie) è ingiustamente poco eseguita: il mio desiderio era dunque quello di ‘esporre’ la storia il più possibile e di raccontarla in modo da indurre o incoraggiare lo spettatore all’ascolto attraverso tutti i nostri mezzi. Ho visto spesso opere in cui c’era sempre qualcosa da vedere, così che guardare diventava più importante che ascoltare. Non volevo che il pubblico uscisse ricordandosi di aver visto qualcosa di grandioso; volevo lasciare la sensazione di aver ‘scoperto’ questa musica e soprattutto che sia stata la musica a raccontarvi la storia. Bizet ha realmente creato con la sua musica un mondo a sé”.
Il mondo che Wenders porta sul palcoscenico è dominato da una scena essenziale, proiezioni dai tratti molto foschi e profondi (mare, onde, nuvole e ombre di palme) con sbuffi di fumo e costumi altrettanto semplici ed essenziali. Solo il Coro nel primo atto porta costumi color giallo-zafferano e capelli rossi; una macchia di colore e di luce che contrasta con il nero. Wenders costruisce uno spazio che lascia protagonista lo svolgersi del dramma.

Durante l’attesa, la sala affollata denota forte interesse per un’opera così poco eseguita nei teatri europei e, sin da subito, il pubblico è affascinato dalla messa in scena cinematografica dove, sul palcoscenico, c’è il nulla: proiezioni video e luci usate con maestria, dove il mare e l’immenso sono un tutt’uno. Spiagge, palme, tramonti, ma anche flashback dei personaggi, della loro storia. Il regista ha veramente fatto centro e lo dimostra l’attenzione del pubblico, affascinato da musica e immagini in perfetta simbiosi.

Jérémie Rhoer, applaudito fin dall’ingresso, la sua direzione è precisa e l’Orchestra lo segue offrendo momenti musicali bellissimi sia nell’insieme, ma anche nei momenti delle singole parti strumentali che vengono valorizzate al meglio.
Il Coro, essenziale in questa partitura, riesce a fare la differenza sin dall’inizio del primo atto “Sur la Greve en feu…” per poi continuare nel secondo atto, “L’ombre descend des cieux“, diremo una prestazione veramente da manuale.

I tre interpreti principali, iniziando dal tenore messicano Javier Camarena che dà la voce a Nadir – torna a Firenze dopo aver debuttato nel nostro teatro nei panni del “Duca di Mantova” nel Rigoletto di Giuseppe Verdi nel 2021, in piena pandemia, con accesso al teatro solo per la stampa, quindi senza pubblico – sfodera una tecnica che può essere definita perfetta, dal pianissimo agli acuti brillanti con una coloritura che fa di lui un vero specialista del belcanto. “Je crois entendre encore …” del primo atto, ha fatto scattare la standing ovation dei presenti.
Zurga del baritono statunitense Lucas Meachem, veramente straordinario, con un timbro baritonale bellissimo, fraseggio e canto solidi, acuti perfetti. Già nel duetto con Nadir del primo atto “Au fond di temple saint….” i due artisti si sono trovati perfettamente.

Il soprano Hasmik Torosyan nella parte di Leila riesce a risolvere pienamente i passaggi più impervi della parte con voce estesa e omogenea, tra l’altro a suo agio scenicamente. Molto bene anche il giovane basso Huigang Liu nel ruolo di Nourabad.
Alla fine dello spettacolo grandissimi applausi per tutti con la consapevolezza di una domenica musicale ad altissimi livelli.