Proseguendo cronologicamente con la disamina degli attributi simbolici con cui è stata raffigurata la giustizia, subito dopo la bilancia dell’aequitas ecco apparire il simbolo della spada.
Uno dei primi esempi paradigmatici, è rinvenibile, ancora una volta, nel ciclo di famosi affreschi dipinti da Ambrogio Lorenzetti che ornano le pareti della Sala del Consiglio dei Nove all’interno del Palazzo Pubblico di Siena. Nelle pitture dedicate al Buon Governo, l’artista curiosamente raffigura due giustizie, l’una monumentale, che troneggia fra la Sapientia e la Concordia reggendo la bilancia, l’altra, più piccola, collocata dalla parte opposta fra le altre virtù cardinali – Pace, Fortezza, Prudenza e Magnanimità – e al di sotto di quelle teologali – Fede, Speranza e Carità – che attorniano il Bene Comune. Questa seconda giustizia, peraltro, è stata affrescata dal Lorenzetti senza l’attributo della bilancia, bensì, analogamente all’Angelo della giustizia distributiva collocato sul piatto sinistro della bilancia retta dall’altra Iustitia raffigurata nell’opera, con una spada sguainata sulla testa mozzata di un giustiziato e, inoltre, con una corona.

Ecco allora che compare un altro degli attributi tipici dell’iconografia della giustizia: la spada, simbolo che evoca la materia penale, sinonimo dell’imminente passaggio della Iustitia da mera virtù, garante del bene comune e dell’ordine sociale, a categoria politica ed etica che, da figura mediatrice, si sarebbe resa fautrice dell’imposizione del diritto penale nella Respublica. Infatti, a partire dalla seconda metà del Duecento, la pratica giudiziaria e le teorizzazioni dei giuristi contribuiscono all’instaurazione nelle città di un ordine penale pubblico in cui, come affermato da Paolo Prodi, il concetto di “peccato” assume le prime sembianze di quello di “reato” e, da un punto di vista etico e politico, si avverte la necessità che le fattispecie criminose non restino impunite. Assistiamo quindi alla costruzione di una dimensione giuridica nuova, in cui, per usare le parole di Mario Sbriccoli, «il nuovo giudice, cessa di essere un arbitro per farsi accusatore e decisore, inquirente e giudicante» così come «la Giustizia non ha più molto da mediare tra cielo e terra e c’è da dubitare che resti ancora, nel senso antico, una virtù».
Un’altra raffigurazione della giustizia munita dell’attributo della spada sicuramente meritevole di considerazione è quella dipinta dal fiorentino Piero del Pollaiolo. L’opera, commissionata all’artista nel 1469 dall’organo che soprintendeva alle corporazioni di arti e mestieri di Firenze, è parte di un ciclo pittorico composto da sette tavole dedicato alle Virtù Teologali e Cardinali – Fede, Speranza, Carità, Giustizia, Temperanza, Prudenza e Fortezza (quest’ultima tavola eseguita da un giovane Sandro Botticelli) – e destinato ad ornare le spalliere degli stalli nella sala delle Udienze dell’allora Tribunale della Mercanzia in piazza della Signoria, ora sede del Museo Gucci.

La giustizia del Pollaiolo raffigura una giovane donna riccamente vestita che, seduta su di uno scranno marmoreo, tiene una spada sguainata con il braccio destro coperto in parte dallo spallaccio e dalla cubitiera di un’armatura e poggia la mano sinistra su un globo terreste. Qui la spada simboleggia la forza del potere che la giustizia ha – e che si propone di esercitare anche combattendo, come suggerito dall’armatura – sul mondo terreno che essa intende governare.
Ancora, il quadro ideologico di riferimento è quello mutuato dal diritto romano del ius gladii – il cosiddetto “diritto di spada”, che nello stato feudale consisteva nella facoltà del barone di infliggere la pena capitale – simbolo di potestas che, rivendicato dai poteri pubblici cittadini, viene così reso noto alla città per il tramite di un’immagine della giustizia munita di spada, funzionale a punire ma anche a dare riparo al perseguitato. Ne è un esempio rilevante la Iustitia affrescata da Raffaello, fra il 1509 e il 1511, nella volta della Stanza della Segnatura, luogo supremo dell’esercizio del potere giudiziario papale, in cui la giustizia, seduta su un trono di nubi e circondata da putti reggenti il motto «ius suum cuique tribuit» – «a ciascuno il suo diritto» -, oltre alla bilancia nella mano sinistra, tiene sguainata la spada nella destra, volta, secondo l’interpretazione dello storico d’arte E. H. Gombrich, non tanto ad essere brandita come un’arma, quanto piuttosto ad ammonire.

Ne deriva che la rappresentazione raffaellesca può essere interpretata, ancora nell’opinione di Gombrich, sia come virtù cardinale che punisce e difende, sia come «personificazione che presiede agli studi di diritto»; tanto più che, come già anticipato, l’affresco è collocato nella Stanza della Segnatura, la quale è interamente consacrata alle arti del sapere, divino, razionale e giuridico.
L’unione tra bilancia e spada nella raffigurazione della giustizia, d’altra parte, evidenzia la qualità della simmetria, caratteristica comune dei due simboli e che risulta chiaramente visibile in un’illustrazione xilografica contenuta in un romanzo allegorico stampato nel 1499 ed intitolato Hypnerotamachia Poliphili.

Vivida è qui la trasposizione figurativa dell’intreccio dei due simboli: la spada, rivolta verso l’alto, fa da asse della bilancia, con la quale forma una croce che, rimandando al divino, dà un’idea di armonia e di ordine. Pertanto, gli attributi della bilancia e della spada, considerati come un unicum, esprimono qualcosa in più di una mera simmetria.
Ma quel che più conta nell’economia del nostro discorso è sottolineare come il visibile mutamento della rappresentazione iconografica della giustizia, che si ha a cavallo tra il XV e il XVI secolo parallelamente alle prime fondazioni del concetto di Stato, non è solo caratterizzato dal nuovo attributo della spada, ma è spesso accompagnato anche dalla raffigurazione di una bilancia i cui piatti non sono in equilibrio, segno plausibile, come osserva Ilaria Boiano, della consapevole asimmetria del potere giudiziario, che non è in grado di essere giusto dinanzi alle differenze di ceto presenti nella societas.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. A. Lorenzetti, La Giustizia con la Saggezza e la Concordia, particolare da Allegoria del Buon Governo, affresco, Palazzo Pubblico, Siena, 1337-1340 
    Foto © ComunediSiena / 
    A. Lorenzetti, La Giustizia come virtù cardinale, particolare da Allegoria del Buon Governo, affresco, Palazzo Pubblico, Siena, 1337-1340 
    Foto © ComunediSiena
  2. Piero del Pollaiolo, Giustizia, tempera grassa su tavola, Gallerie degli Uffizi, Firenze, 1469-1472 
    Foto © GalleriedegliUffizi
  3. Raffaello Sanzio, La Giustizia, affresco, particolare della volta della stanza della Segnatura, Palazzi Vaticani, Città del Vaticano, 1509-1511 
    Foto © Alamy
  4. Particolare di illustrazione xilografica tratta da F. Colonna, Hypnerotomachia Poliphili, Aldo Manuzio, Venezia, 1499 
    Foto © FondiAntichi Unimore
  5. Antiporta calcografica firmata «G. van der Gouwen sculpsit», dal vol. I del Corpus juris civilis, Editio nova, Amsterdam: sumptibus Societatis, 1681 
    Foto © FondiAntichi Unimore

IN COPERTINA
Raffaello Sanzio, La Giustizia, affresco, particolare della volta della stanza della Segnatura, Palazzi Vaticani, Città del Vaticano, 1509-1511
(fonte)
[particolare]
 

OPERE CITATE
• M. Sbriccoli, Storia del diritto penale e della Giustizia. Scritti editi e inediti (1972-2007), Giuffrè, Milano 2009
• P. Prodi, Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto, il Mulino, Bologna 2000
• E. H. Gombrich, Immagini simboliche, Studi sull’arte del Rinascimento, tr. it. di R. Federici, Einaudi, Torino 1972
• I. BOIANO, Il maschile, il femminile e il satirico nell’iconografia giuridica, in “Cartografie Sociali: rivista di sociologia e scienze umane. Arti, diritto e mutamento sociale. Una mappa tra passato, presente e futuro”, a cura di A. Simone e A. Vespaziani, Mimesis, Milano-Udine, n. 5, 2018

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