Alla fine del Cinquecento compare un nuovo attributo simbolico nella raffigurazione della giustizia: la benda. Già intorno al 1593, Cesare Ripa nella sua Iconologia – opera scritta sotto forma di enciclopedia per descrivere e classificare le personificazioni di concetti astratti, contraddistinte da attributi e colori simbolici – prende atto della presenza di caratteri discordanti nell’iconografia della Iustitia, suddividendo la relativa voce in paragrafi diversi. Egli, da un lato, afferma che la giustizia è «secondo che riferisce Aulo Gellio» una donna «con gl’occhi di acutissima vista, con un monile al collo, nel quale sia un occhio scolpito» affinché «i ministri della Giustizia […] con acutissimo vedere, penetrino fino alla nascosta et occulta verità»; dall’altro, essa è una donna bendata vestita di bianco «perché il giudice dev’essere senza macchia di proprio interesse, o di altra passione, che possa deformar la giustizia, il che vien fatto tenendosi gli occhi bendati, cioè non guardando cosa alcuna della quale s’adopri per giudice il senso nemico alla ragione». Ne deriva che, oltre alla bilancia e alla spada finora esaminate, un’altra importante funzione simbolica da considerare è lo sguardo della giustizia, il quale ha radici ancor più remote.

Per gli antichi greci il legame tra la giustizia e l’occhio era innato, in quanto quest’ultimo, di per sé, raffigurava, come narrato da Diodoro Siculo, «il custode della giustizia». Occorre tuttavia rilevare che il simbolo greco dell’occhio della giustizia – Díkes oftalmós – fu introdotto nel IV secolo d.C. da Ammiano Marcellino per indicare la sua costante attività di vigilanza; successivamente, nel linguaggio giuridico romano, fu utilizzato per designare il giudice serio e incorruttibile o, eventualmente, la sentenza giusta. Quest’ultima accezione si deve a Erasmo da Rotterdam, il quale, conoscitore della letteratura antica, nella sua Collectanea Adagiorum Veterum riserva un adagio proprio ai «iustitiae oculis id est Díkes oftalmós», indicandone la fonte nella Suda, la quale, attraverso una citazione di Crisippo tramandata da Aulo Gellio, attribuisce alla giustizia «occhi acuti, retti e immobili», poiché «chi deve giudicare secondo giustizia non può distogliere lo sguardo dall’onestà».
Alla luce di queste premesse, è evidente come la benda sugli occhi della giustizia costituisca un’immagine altamente contrastante con l’antico attributo della vista acutissima. Sull’argomento ha provveduto a far chiarezza lo storico del diritto Ernst von Möller, il quale nel 1905 ha scritto un breve saggio sulle origini dell’attributo della cecità. Egli fa coincidere l’atto di nascita della prima rappresentazione della giustizia bendata con l’incisione a stampa apparsa all’interno del poema satirico redatto dal giurista Sebastian Brant nel 1494 a Basilea intitolato Narrenschift – la Nave dei folli –  che narra infatti di un viaggio per nave verso l’immaginario paese della Follia e deride i vizi e le debolezze di chierici, laici, nobili e letterati, ma soprattutto di coloro che facevano parte del mondo professionale giuridico, poiché era a questo che Brant, cancelliere a Strasburgo, apparteneva. In quest’opera la figura femminile della giustizia, attribuita probabilmente alla mano artistica di Albrecht Dürer, oltre che con i consueti attributi della bilancia e della spada, è cieca, raffigurata con una benda postale sugli occhi da un pazzo riconoscibile dal berretto a sonagli.

Von Möller osserva come la cecità nell’opera di Brant sia non un attributo simbolico al pari della bilancia e della spada, bensì un fortuito accadimento negativo, quasi un ostacolo creato dalla follia umana, da eliminare strappando la benda dagli occhi della giustizia per restituirle il suo oculos rectos; difatti, come paradigmaticamente spiegato dal filosofo Michel Foucault, «la follia e il folle diventano personaggi importanti nella loro ambiguità: minaccia e derisione, vertiginosa irragionevolezza del mondo, e meschino ridicolo degli uomini».
Sulla base di quanto finora esposto, emerge allora che l’attributo della benda ha prevalentemente una connotazione negativa, costituendo un profondo ribaltamento di significato dell’universo simbolico dell’originaria mater iuris: si tratta, come affermato da Mario Sbriccoli, di una provocazione cui fa ricorso chi progetta di alterare la natura stessa della giustizia, «allontanandola dalla tradizione per metterla, accecata e impotente, nelle mani di trasgressori che vogliono abusare della sua benignitas, e sotto il giogo di poteri nuovi che ne distorceranno la funzione». Cosicché la Iustitia, vittima del gesto beffardo del folle, è allo stesso tempo derisa e corrotta perché la benda, ancora con le parole di Sbriccoli, «sfigura, toglie l’identità, induce ad una cecità che è anche metafora della perdita di senno»; in altri termini, siamo dinanzi ad una giustizia impazzita, cieca, che non sa più distinguere il bene dal male e che, perciò, non ha più i tratti dell’aequitas.
Curioso come questa deriva dissennata della giustizia bendata si sia radicata nell’immaginario sociale ed abbia ispirato, nel primo decennio del ‘900, Edgar Lee Masters – avvocato statunitense con una spiccata ambizione poetica – nel comporre una poesia contenuta nella famosa Antologia di Spoon River, che vuol essere un presunto commento che il giornalista Carl Hambling dedica alla memoria dei sette anarchici di Chicago, vittime di una feroce vendetta di classe il cui esito, a distanza di anni, porterà alla celebrazione della giornata internazionale dei lavoratori ogni primo maggio.

Così Masters presenta la giustizia: una donna bellissima con una benda sugli occhi perché, come leggeva l’uomo in toga nera, «non guarda in faccia nessuno». Ma la realtà è un’altra ed è il giovane rivoluzionario dal berretto rosso a scoprirla strappandole la benda: la giustizia è posseduta dalla «follia di un’anima morente».
E sempre avendo riguardo alla dimensione della dissennatezza veicolata dall’attributo della benda, è possibile assistere ad uno spostamento dell’attenzione, o meglio, dell’obiettivo polemico, da una follia esterna alla giustizia ad una che invece è insita nei giudici stessi. Così è nella stampa della raccolta di norme penali di Bamberga – la Constitutio penalis Bambergensis – dove, fin dalla prima edizione del 1507, troviamo la raffigurazione di un tribunale in cui tutti i giudici hanno una benda ad occultare la vista ed un copricapo a sonagli in segno di follia; al di sopra un’iscrizione chiarisce che «giudicare sulla base di cattive consuetudini contrastanti il diritto è la vita di questi ciechi folli».

Per meglio comprendere il significato di tale rappresentazione, ricordiamo che la Costituzione penale di Bamberga – detta poi Mater Carolinae – dava avvio ad una radicale riforma penale, il cui obiettivo consisteva nel promuovere una legge penale ispirata al diritto comune e atta a soppiantare le consuetudini punitive e processuali di quelle regioni della Franconia; presto, infatti, un processo inquisitorio rigidamente strutturato avrebbe preso il posto di prassi miste ampiamente negoziabili. La follia e l’accecamento dei giudici ritratti nella xilografia, dunque, è da intendersi come la loro ostinazione nel voler continuare ad amministrare la giustizia secondo norme consuetudinarie contrastanti con il vero diritto; tal che la benda, ancora una volta connotata negativamente, è simbolicamente derisoria di una cecità appannaggio dell’ignoranza e della dissennatezza.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Courtroom scene, dalla Constitutio Penalis Bambergensis, xilografia, Magonza, 1507
    (fonte)
  2. I litigiosi, allegoria della giustizia bendata, da S. Brant, La nave dei folli, xilografia, Basilea, 1494
    foto © FondiAntichi Unimore
  3. Carl Hamblin, poesia da E. L. Masters, Antologia di Spoon River, pubblicata per la prima volta nel 1915 sul Mirror di St. Louis.
  4. La pazzia dei giudici ciechi, dalla Constitutio Penalis Bambergensis, xilografia, Magonza, 1507
    foto © FondiAntichi Unimore

IN COPERTINA
Courtroom scene, dalla Constitutio Penalis Bambergensis, xilografia, Magonza, 1507
[particolare]
(fonte)

OPERE CITATE
• C. Ripa, Iconologia, dall’edizione stampata «In Siena: appresso gli heredi di Matteo Florimi», 1613
• Diodoro Siculo, Biblioteca Historica, volgarizzata dal Cav. Compagnoni, tipografia di Gio. Battista Sonzogno, tomo II, Milano 1820
• Ammiano Marcellino, Rerum Gestarum
• Erasmo da Rotterdam, Adagi, tr. it. di E. Lelli, Bompiani, Milano 2013
• M. Foucault, Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Milano 1978
• E. von Möller, Die Augenbinde der Justitia, in “Zeitschrift für christliche kunst”, n. 4, col. 108-22, 1905
• M. Sbriccoli, Storia del diritto penale e della Giustizia. Scritti editi e inediti (1972-2007), Giuffrè, Milano 2009

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