Il Festival Händel di Halle (Händel-Festspiele) è uno degli eventi più importanti e attesi dagli appassionati di musica barocca e, in particolare, dai devoti di Georg Friedrich Händel, nato nel 1685 in questa città della Sassonia-Anhalt. Fin dalla sua fondazione, la rassegna cerca di combinare il rigore storico con una visione innovativa dell’interpretazione musicale e la riscoperta di lavori caduti nell’oblio. In questa tarda primavera 2025 lo storico Goethe-Theater di Bad Lauchstädt, cittadina a pochi chilometri da Halle, ci ospita per la première di “Die römische Unruhe oder Die edelmütige Octavia” di Reinhard Keiser. Il teatro, che accoglie poco più di quattrocento spettatori, fu inaugurato nel 1802 alla presenza dello stesso Goethe e ancora oggi è in gran parte conservato nel suo stato originale con i macchinari scenici d’epoca.

Reinhard Keiser è stato uno dei compositori più influenti dell’opera barocca tedesca. Ha composto un centinaio fra opere e oratori, ormai scomparsi quasi completamente dal repertorio. Andata per la prima volta in scena ad Amburgo nel 1705, Octavia è un Singspiel che combina melodie italiane e drammaticità tedesca. Il libretto di Barthold Feind è principalmente in tedesco, ma contiene diverse arie in italiano. Da notare che Keiser fu un’importante fonte di ispirazione musicale per Händel, che riprese e rielaborò una decina di arie di Octavia per le sue opere successive, tra cui sei di esse solo per Agrippina.
L’opera è confezionata con maestria e contiene alcune arie di forte espressività, ma bisogna ammettere che alla fine risulta un lavoro piuttosto di maniera, forse anche un po’ troppo lungo e lontano dalla geniale capacità händeliana di tradurre emozioni complesse in arie e recitativi che rimandano amore, tragedia e follia. Come nel caso di Doktor und Apotheker ci si può interrogare sul senso di queste riscoperte, al di là dell’interesse storico e, in questo caso, dei legami con la produzione artistica del Caro Sassone.

La trama è esile. L’usuale cornice barocca di passioni e gelosie, in cui inserire i pezzi di bravura dei cantanti. Tiridate, re d’Armenia, viene condotto prigioniero a Roma insieme alla consorte Ormena, che cattura il cuore dell’imperatore Nerone. Desideroso di sposarla, l’imperatore ordina alla moglie Ottavia di togliersi la vita, ma il piano viene vanificato da Pisone che inizia anche una rivolta contro l’imperatore. Su consiglio di Seneca, Ottavia si traveste da fantasma, appare a Nerone e lo accusa di omicidio. Nerone si commuove e si pente delle sue azioni. Dopo che la ribellione è stata sedata da Fabio, viene a sapere che Ottavia è ancora viva e perdona Pisone. Lieto fine. Armonia e riconciliazione trionfano. Perfino Tiridate riottiene la corona.
Essenziale la regia di Tilman Hecker, fatta di semplici pannelli di legno, alcune panche e qualche sipario dipinto (scene di Raimund Orfeo Voigt). A tratti ricorda una palestra scolastica.  D’altra parte, il Goethe-Theater non permette molto altro. Informali anche i costumi di Lene Schwind, fra il casual e il ginnico. Solo Nerone adorna i polsi e il collo con qualche bigiotteria luciccante, segno forse di imperiale distinzione.

In questa cornice sobria la recita fa leva sulla musica e sulle voci e la recitazione della compagnia di canto. E qui gli dèi del Barocco ci sono propizi: cast e orchestra ci offrono una serata degna di nota. La lautten compagney Berlin, ai comandi di Wolfgang Katschner, confinata in uno spazio ristretto fra la platea e il palco, restituisce la partitura con maestria.
Johanna Kaldewei tratteggia una Octavia nobile per voce ed espressione. Una vera patrizia romana, che canta con soprano appassionato e voluminoso. Intensa per pathos la sua grande aria “Torna o sposo”. La sua rivale è il soprano di coloratura Danae Kontora che interpreta Ormena, ben disposta a cedere alle lusinghe di Nerone, e che ben si destreggia in un ruolo ricco di virtuosismi canori. Il baritono Tomáš Král, uno specialista dei ruoli barocchi, presta la sua voce solida e ricca di colori bruniti a Nerone, un womanizer ante-litteram, tormentato fra slanci passionali e momenti di introversione. Il controtenore Georg A. Bochow porta in scena un espressivo Tiridate. Bene anche i comprimari, tra cui spicca la voce luminosa del soprano Frieda Jolande Barck, nel ruolo della principessa Livia. Eccellente anche il basso di Magnus Piontek che veste i panni (berretto da baseball incluso) del filosofo Seneca.
Applausi convinti salutano la fine della recita.

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