Il Festival Rossini di Bad Wildbad ha guadagnato una reputazione internazionale per la qualità delle sue produzioni e per la riscoperta e la valorizzazione del patrimonio musicale del grande Pesarese. Attraverso il festival molte delle opere meno conosciute di Rossini hanno trovato nuova vita e apprezzamento, contribuendo a una comprensione più completa del compositore.
Quest’anno si è tuttavia assistito a una nuova produzione di una colonna portante del teatro rossiniano: L’Italiana in Algeri per la regia di Jochen Schönleber, sovrintendente e direttore artistico del Festival. La matinée dell’opera è andata in scena negli interni neo-barocchi del Königliche Kurtheater, il teatrino delle terme.

Il dramma giocoso (libretto di Angelo Anelli) racconta la storia di Isabella, una giovane italiana catturata dai pirati e portata ad Algeri, dove il bey Mustafà spera di farne la sua nuova consorte. Isabella, con astuzia e determinazione, riesce a orchestrare una serie di inganni che le permettono non solo di sfuggire a Mustafà, ma anche di liberare il suo amato Lindoro e gli altri schiavi italiani. Qui invece Mustafà è il proprietario di un chiosco di kebab in una qualche landa del Sahara. Il “Mustafà kebab” per l’appunto. D’altra parte, se la scorsa stagione Il Signor Bruschino si svolgeva in uno stabilimento balneare anni ’60, i “Bagni Gioacchino”, Mustafà può benissimo gestire un ristorantino arabo.
Uno spettacolo vivace che si apprezza ancora di più negli spazi ristretti, quasi per opera da camera, del Königliche Kurtheater. Nella cornice delle scene necessariamente ridotte ma ben costruite dallo stesso Schönleber tutto si svolge con vivacità e grazia. Un cast giovane, tutti gli interpreti (a parte Emmanuel Franco) fanno parte della Akademie BelCanto del Festival e danno vita a uno spettacolo frizzante e pieno di verve. Tutti recitano bene, espressivi e pungenti, e si fanno apprezzare per la dizione sempre chiara. I costumi di Olesja Maurer sono un bel colpo d’occhio e aggiungono brio alla recita.

Mustafà è il cliché del maschio mediterraneo da bar. Passa la vita fra il divano e le sedie del chiosco, maneggiando mazzette di contanti e vantandosi di essere il “il flagel delle donne“. Annoiato dalla moglie Elvira, di cui si si vuole liberare sposandola allo schiavo Lindoro, vorrebbe rimpiazzarla con… un’italiana! Evidente che a quei tempi il fascino della svedese era ancora di là da venire.
Il basso turco Dogukan Özkan, perfetto physique du rôle da sultano, ne restituisce le pulsioni virili con voce di ampio volume e bel timbro ombroso. Assertiva anche la recitazione. “Altra legge io non ho, che il mio capriccio” gli si addice alla perfezione. Almeno finché non arriva la bella italiana a rimetterlo a posto. Oksana Vakula rimanda gli accenti dolenti della moglie Elvira. Il soprano ucraino, pur partecipando solo agli ensemble, si fa notare per la voce grande e luminosa, sempre a suo agio negli acuti. Lindoro, l’innamorato di Isabella fatto schiavo dal bey, è portato in scena da Hyunduk Kim. Il tenore coreano, che qui fa le pulizie fra i tavoli, è uno spasimante convincente anche quando si trova a cantare la cavatina “Languir per un bella” mulinando uno scopettone.
La fortuna sembra baciare in fronte Mustafà quando l’automobile di un’avvenente rallysta italiana si guasta proprio accanto al chiosco del kebab. Cosa ci faccia una Fiat 126 (numero di gara 69) alla Parigi-Dakar non è dato saperlo. Come non è dato sapere perché Isabella sfidi le dune del deserto in pantaloni rossi di lamè e tacchi a spillo.

Polina Anikina è una conquistatrice nata. Unisce fisico da modella a voce da mezzosoprano rossiniano, ampia e ricca di colori scuri e ammalianti. Padroneggia con destrezza le agilità richieste dalla parte e, scaltra e maliziosa, non c’è dubbio che sappia ben come “domar gli uomini”. La sua cavatina del primo atto è un capolavoro di civetteria, per dirla con Stendhal. Il tronfio Mustafà cade ai suoi piedi come una pera e in poco tempo “Di leone in asino lo fe’ costei cangiar“. Fino alla splendida beffa finale dei Pappataci e all’ovvio lieto fine. Ricca di pathos quando si lancia nel rondò “Pensa alla patria“, interpretato con ardore e senza tralasciare le sfumature necessarie.
Emmanuel Franco interpreta Taddeo, arrivato assieme alla seducente Isabella alla corte – pardon al chiosco! – di Mustafà. Il cicisbeo, anche lui innamorato dell’Italiana, è un classico ruolo farsesco rossiniano, che il baritono messicano porta in scena con verve e fraseggio brillante. Lagnoso e ridicolo, a tratti sembra uscito da una di quelle scoppiettanti commedie all’italiana che furoreggiavano negli anni ’70. Davvero uno spasso. Camilla Carol Farias porta in scena a una Zulma molto combattiva e ben decisa a far valere i diritti delle donne. Vivace lo Haly di Francesco Bossi, nell’originale il capitano dei pirati e qui un dipendente della trattoria di Mustafà. Il baritono italiano dà spigliatezza al personaggio e si fa apprezzare per la sua aria di sorbetto “Le femmine d’Italia”.

Vivacissimi i pezzi d’insieme fra cui ovviamente spicca la ”follia organizzata e completa” del finale del primo atto, in cui le parole perdono ogni significato compiuto e diventano puro materiale sonoro (per chi volesse approfondire, si veda il saggio di Alessandro Barico, Il genio in fuga). Anche il Terzetto “Pappataci! Che mai sento!” suscita l’ilarità della platea.
L’Orchestra della Filarmonica di Cracovia diretta dal maestro José-Miguel Peréz Sierra restituisce una lettura coinvolgente della partitura, senza concedersi a inutili accelerazioni, e ci fa apprezzare tutta l’energia che sprizza da questa turcheria scatenata. Incisivi gli inserti del coro maschile della stessa Filarmonica di Cracovia, ben istruito da Piotr Piwko, che aggiungono ulteriore potenza propulsiva alla perfetta macchina teatrale rossiniana.
Ci si diverte e si ride per tutti e due gli atti, alla fine il pubblico, che riempie tutti i duecento posti del teatrino, tributa un caloroso successo a tutti i protagonisti.

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(courtesy Festival Press Office)

2024 – Rossini in Wildbad – “L’Italiana in Algeri”
foto © Patrick Pfeiffer per Rossini in Wildbad