Quando visito una grande mostra, come quella di Pieve di Cadore, sorge immediato il paragone con il sempre più dilagante mostrismo di esposizioni completamente inutili – di cui il Bel Paese pullula in nome della cultura – operazioni esclusivamente economiche, ma lontane da qualsivoglia accezione scientifica. Invece, in presenza di un’idea innovativa, supportata da studio e ricerca, basta il confronto tra due capolavori per definire imperdibile un’esposizione capace di seguirti a casa, per aver dato il là a una serie di domande nonostante la diponibilità dei curatori, anzi soprattutto per le loro esaustive risposte.
Esagero? Decidetelo voi.

«Tizian, ch’onora non men Cador che quei Venezia e Urbino»
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso (canto XXXIII)

Da venerdì scorso, e fino a domenica 29 marzo, la Magnifica Comunità di Cadore, la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore con la collaborazione del Comune di Pieve di Cadore e l’organizzazione generale di Villaggio Globale International, presentano una mostra-studio sul paesaggio tizianesco dando così inizio alle celebrazioni per i quattrocentocinquanta anni dalla morte dell’artista nella sua terra natale. Si tratta di una rinnovata riflessione con l’arrivo dell’unica opera firmata con il toponimo Titianus Cadorinus e la possibilità di ammirare la prima veduta pittorica moderna dell’area marciana di Venezia.

La centralità che Tiziano assegnò all’elemento del paesaggio, e al suo dialogo con la figura umana, è uno degli aspetti distintivi della poetica e, con “Tiziano e il Paesaggio. Dal Cadore alla Laguna: la Pala Gozzi e la Sommersione del Faraone” e un’altra mostra collegata, visitabile la prossima estate, entrambe ideate da Bernard Aikema e curate da Thomas Dalla Costa (oltre a un convegno di studi a inizio 2027) si palesa l’intento di esplorare nuovi aspetti su un tema noto per stimolare inediti orizzonti di ricerca, riflessioni e contaminazioni.

Tali celebrazioni, racchiuse sotto il logo Titianus Cadorinus 1576 – 2026 comprendono anche la pubblicazione dei cataloghi delle due mostre (Zel Edizioni) e la riapertura, dopo i restauri e i lavori per l’accessibilità, della Casa natale del Quindicesimo secolo con la tipica e originale struttura – museo ora fruibile dal pubblico – e “il testamento” forse più intimo, una sorta di omaggio alla famiglia, agli affetti e alla sua terra: la piccola pala conservata nella Chiesa Arcidiaconale di Santa Maria Nascente. La “Madonna col Bambino tra i Santi Tiziano e Andrea” (1560, ante 1568) sottoposta a indagini e restauri nel 2023 su iniziativa della Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, è stata riconosciuta interamente di mano di Tiziano senza l’ausilio della bottega. Donata dallo stesso artista alla sua città e destinata alla cappella dei Vecellio, la paletta dal tono riflessivo e di devozione privata, rivela un prezioso autoritratto nei personaggi raffigurati secondo la tradizione e le più recenti ipotesi critiche: i ritratti del fratello Francesco, morto proprio nel 1560 e forse del figlio Pomponio (il suo cruccio più grande).

Se nel corpus tizianesco non esistono dipinti catalogabili come paesaggi autonomi, è innegabile l’innovativa concezione della natura come parte integrante della narrazione artistica e, alle immagini di paesaggio, in base ai diversi elementi che le compongono, o alla loro disposizione nello spazio, egli affidò messaggi, sensazioni, emozioni che impongono oggi nuovi confronti critici. Entrando nel merito della mostra attuale, allestita presso il Palazzo della Magnifica Comunità del Cadore, presenta il prestito della Vergine con il Bambino in gloria, con i santi Francesco e Biagio e il donatore Alvise Gozzi. L’imponente dipinto ad olio di quasi tre metri e mezzo di altezza eseguito nel 1520 per la chiesa di San Francesco ad Alto in Ancona evidenziando nel cartiglio il legame perenne con la propria terra dove, secondo il pittore Tizianello suo discendente e biografo, avrebbe ordinato “morendo.. di essere sepolto nella chiesa Arcidiaconale della sua Patria” (“Breve compendio alla vita di Tiziano”, 1662).

Commissionata dal mercante di Ragusa Alvise Gozzi, è caratterizzata da una sorta di doppio paesaggio: oltre a una vegetazione che ricorda il panorama dell’entroterra veneto nella finestra che si apre sulla sinistra, centrale è la vista di un tratto di mare e, all’orizzonte, il profilo di una città che sorge dall’acqua, chiaro riferimento alla Serenissima e di fatto prima rappresentazione della laguna veneziana nella pittura moderna. La pala – sottoposta recentemente anche a indagini diagnostiche pubblicate in catalogo e presentate per la prima volta in questa occasione – mostra tutta la sua potenza innovativa nella componente paesaggistica che è integrata con la scena religiosa in modo dinamico e coinvolgente, nella struttura compositiva, nel tratto della luce e del colore che creano un effetto di profondità spaziale e tridimensionalità, nell’uso rivoluzionario della prospettiva atmosferica, che influenzerà molti pittori europei dei secoli successivi. Infine, il significato politico ed escatologico: un’opera che esalta Venezia, celebrando nel 1520 la ripresa del suo dominio sull’Adriatico, con il venir meno delle misure restrittive imposte dieci anni prima da papa Giulio II, e dunque il ritorno dei dazi nei confronti di Ancona in cambio della sua sicurezza.

Il “triangolo figurale” Ancona/Venezia/Ragusa, come lo definisce nel suo saggio in catalogo Augusto Gentili, rappresentato appunto dalle figure di San Francesco, santo della chiesa anconetana cui era destinata l’opera, della Madonna simbolo della Serenissima (posta al vertice del triangolo in corrispondenza della “veduta” del bacino di San Marco) e da San Biagio patrono di Ragusa, testimonierebbe questo evento e la posizione sussidiaria delle due città adriatiche nei confronti di Venezia. Da sottolineare l’innovativa interpretazione dei curatori sulla luce e le cromie giallo-arancioni che inondano la veduta di Venezia, così centrale nella composizione, non starebbero a indicare un tramonto (da sempre ripetuto dalla critica, forse sulla base di un topos ottocentesco), ma il crepuscolo mattutino: la stella del mattino all’alba come segno di rinascita, rappresentata anche dal ramo di fico che simboleggia la nuova vita, di apertura a un nuovo giorno, di riscatto dalle dure conseguenze dalla disfatta di Cambrai.

Proprio agli eventi perigliosi che incombevano su Venezia a causa delle Lega nemica, con le truppe francesi e imperiali, (rispettivamente nel 1509 e nel 1513 arrivarono ad assediare la Serenissima, seminando terrore anche nell’entroterra) rimanda la gigantesca xilografia con la “Sommersione del Faraone nel Mar Rosso“ messa a confronto con la Pala. Un’opera da osservare con particolare attenzione che trova, forse, le sue fonti formali secondo gli autori, anche nelle numerose opere grafiche con immagini di città, elaborate in ambienti artistici teutonici, diffuse a Venezia tra la fine del Quindicesimo e l’inizio del Sedicesimo secolo. Grande come un dipinto con decine di figure e un vasto paesaggio in gran parte marino di stupefacente ricchezza espressiva, la stampa realizzata nella sua prima versione nel 1515 c. da un disegno originale di Tiziano, venne impressa in moltissime edizioni – quella esposta è datata 1549 – riscuotendo un enorme successo.

La veduta marina, con anche il profilo di una città che emerge dall’acqua occupa due terzi della xilografia, tanto da esser considerata la vera protagonista della scena, e anche in questo caso le condizioni atmosferiche rendono l’ambientazione paesistica densa di significati: il mare (che in realtà ricorda la laguna di Venezia, a lambire la quale sono giunte le truppe dalla Lega di Cambrai) è minaccioso, come suggeriscono le nuvole che avanzano incombenti sul profilo della città. I Curatori, in catalogo, scrivono: «è un oscuro presagio, opposto a quello dell’alba che invece rischiara il destino di Venezia nel dipinto e prevede tempi difficili per questo insediamento, caratterizzato da un campanile gotico ed edifici dalle forme ‘foreste’, ‘oltralpine’». Pertanto, non una pura decorazione, ma un paesaggio dalla forte valenza emotiva e dal significato politico, con la veduta cittadina interpretata dalla critica ora come un ideale richiamo a Gerusalemme in quanto “nuova Venezia”, quindi sotto la diretta protezione divina, ora come immagine dell’Egitto quale “città del diavolo” visti i tratti “nordici” con cui è raffigurata e il suo posizionamento sul lato a sinistra della xilografia (lato simbolicamente negativo) in contrapposizione a Mosè e al suo popolo.
Due opere apparentemente diverse per tecnica e funzione, ma dai numerosi punti di contatto: la raffigurazione di una città che emerge dall’acqua o dalla sua laguna, la struttura compositiva “a triangolo”, il significato specifico affidato ai paesaggi e alla luce, determinanti per la comprensione, ai riferimenti politici sottesi in entrambi i lavori.

Dettagli

(courtesy Villaggio Globale International)

Didascalie immagini

  1. Particolare del cartiglio con la firma “Titianus Cadorinus”
  2. Pieve di Cadore, veduta della Casa natale di Tiziano con l’adiacente piazzetta
  3. Tiziano, Madonna col Bambino tra i Santi Tiziano e Andrea, 1560-ante 1568, olio su tela, 138,5 x 104 cm, Pieve di Cadore, Chiesa Arcidiaconale di Santa Maria Nascente – particolare dell’autoritratto dell’artista
  4. Tiziano, “Madonna con il Bambino e angeli, san Francesco, san Biagio e il donatore Alvise Gozzi” (Pala Gozzi), 1520, olio su tavola 324 x 207 cm, Ancona, Pinacoteca Civica “Francesco Podesti”
  5. focus su “La Pala Gozzi“
  6. Anonimo incisore (da Tiziano) per Domenico dalle Greche, Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso, ca. 1515, xilografia, Bassano del Grappa, Museo Civico
  7. focus su la “Sommersione“

Dettagli focus opere

«La Pala Gozzi»
La pala di Ancona, che sul piano compositivo si confronta con la rivoluzionaria “Madonna di Foligno” di Raffaello (1512, Pinacoteca Vaticana) proprio nell’anno della morte del Sanzio, «[…] manifesta l’intento del cadorino, inaugurato con l’Assunta dei Frari, di sperimentare nuove soluzioni per l’interpretazione dei temi impiegati nelle pale d’altare. A cavallo degli anni venti del Cinquecento, nella fase di piena affermazione della sua carriera, Tiziano raggiunge esiti compositivi eterogenei, nei quali la gerarchia figurativa, l’impiego calibrato della luce naturale, l’ordine prospettico e architettonico concorrono alla costruzione dell’immagine sacra. Così, se nell’Annunciazione di Treviso realizzata anch’essa nel 1520, come attesta l’iscrizione emersa in occasione del recente restauro, le figure sono disposte sullo stesso spazio scenico secondo un rigoroso impianto geometrico, nella Pala Gozzi i personaggi si immergono nella profondità atmosferica dell’ambientazione lagunare, mentre l’evento miracoloso irrompe nel vasto fondale celeste.»
(Marco Tittarelli)

  • 1 – Il cartiglio 
    Aloyxius gotius Ragusinus/ Fecit fieri/ MDXX/ Titianus Cadorinus pinsit è l’iscrizione che campeggia sul cartiglio della cosiddetta Pala Gozzi, prima opera conosciuta firmata e datata da Tiziano il quale, ormai pienamente affermato e già pittore ufficiale della Serenissima, si definisce con orgoglio “cadorino”.
  • 2 – Il triangolo
    Il capolavoro sottende una lettura politica che si manifesta attraverso la composizione ideata, un “triangolo figurale” che metaforicamente riproduce e segnala le tre città di Ragusa (con le figure di Gozzi e san Biagio), Ancona (san Francesco ) e Venezia (la Vergine) al centro, in quel periodo di nuovi equilibri sull’Adriatico.
  • A – Gozzi e San Biagio
    Ritratto in ginocchio in basso a destra, il committente, ricordato con il nome italianizzato di Alvise Gozzi, appartiene a un’importante famiglia del patriziato di Ragusa (l’attuale Dubrovink) attiva nel settore assicurativo e mercantile, con interessi documentati anche a Londra, Venezia e Pesaro. Assiste all’apparizione della Vergine con il Bambino, accompagnato non dal suo santo eponimo, ma dal barbuto san Biagio, il santo patrono di Ragusa, protettore per altro dei viaggi dei mercanti. Già presente ad Ancona nel 1505 come agente della repubblica dalmata, Gozzi sceglie di commissionare quest’opera al pittore più in voga del tempo e, considerata l’accuratezza fisionomica, si presume che il mercante si sia prestato ad una ripresa dal vero e dunque a un incontro diretto con Tiziano, probabilmente avvenuto a Venezia.
  • B – San Francesco
    Di fronte a Gozzi e san Biagio, la figura di san Francesco richiama la chiesa che ad Ancona ospitava il dipinto. L’opera era infatti destinata all’altar maggiore di San Francesco ad Alto, la più antica chiesa francescana di Ancona retta dai minori osservanti, per la quale Gozzi finanziò l’acquisto di nuovi paramenti e la ristrutturazione dell’altare, dove nelle vicinanze avrebbe trovato luogo la sua sepoltura nel 1589.
  • C – La Vergine
    In un ipotetico triangolo figurativo e in una lettura in chiave metaforica e geopolitica del dipinto tizianesco, se Gozzi e san Biagio indicano Ragusa e san Francesco rappresenta Ancona, il vertice con l’immagine della Madonna in gloria – secondo una consolidata tradizione – rappresenterebbe Venezia e il suo buon governo. L’angelo che aiuta il Bambino Gesù a sostenersi “non può essere altri (annota Augusto Gentili) che il Gabriele dell’Annunciazione e dell’Incarnazione, l’angelo riservato al giorno che segna il concepimento di Cristo, ma anche la nascita di Venezia” che proprio il 25 marzo festeggia l’anniversario della propria fondazione. Significativo che due angioletti porgano le corone d’omaggio di Ancona e Ragusa alla Vergine/Venezia, guardandola dal basso verso l’alto. È l’esaltazione del nuovo equilibrio commerciale nell’Adriatico con la caduta, proprio nel 1520, dei blocchi imposti a Venezia dieci anni prima, nell’ambito della Lega di Cambrai. Da quel momento la Serenissima può tornare dunque a riscuotere da Ancona i dazi per la protezione marittima e a dominare l’Adriatico.
  • 3 – Il fico
    In basso al centro si staglia un giovane alberello di fico che, rinato da un vecchio tronco tagliato, ha già prodotto nuove foglie e finanche la promessa di un frutto. Il virgulto fa da cornice alla “veduta” marciana, elevandosi ben al di sopra di due altre piante che gli crescono ai lati, modeste e indistinte, senza fiori. Il fico tra le varie tradizioni evangeliche ed esegetiche ha anche quella di albero d’elezione e privilegio, fondata sul vangelo di Giovanni e radicata nella cultura figurativa veneziana, soprattutto negli ultimi capolavori di Giovanni Bellini. Nella Pala Gozzi “sotto il fico” sta la città eletta, Venezia, depositaria di un privilegio discusso e rinnovato, “come s’è rinnovato l’albero dal vecchio ceppo”
    (Augusto Gentili).
  • 4 – Il paesaggio
    Con Tiziano il paesaggio acquista sempre più un ruolo di rilievo, ponendosi in dialogo con le figure; non pura decorazione fine a se stessa, ma portatore di emozioni e significati, partecipante attivo alla scena e quindi essenziale per comprenderla.
  • D – La prima veduta dipinta moderna di Venezia
    Nella parte bassa della pala sinistra si scorge uno spaccato paesaggistico e al centro vi è di fatto la prima veduta dipinta moderna dell’area marciana di Venezia, con il Palazzo Ducale e Punta della Dogana. “La veduta tizianesca è importante soprattutto perché pare essere il primo esempio di una vista dell’area centrale di San Marco che diventerà iconica dalla fine del Cinquecento in poi.”
    (Aikema, Dalla Costa)
    Tiziano sceglie un punto di vista con una linea d’orizzonte alta, che gli consente di includere nell’immagine molti più elementi, ideando una veduta prospettica e panoramica dettagliata. I colori utilizzati e la tecnica dell’artista contribuiscono a creare un’atmosfera unica, che evoca quella lagunare, restituendo una sensazione di realismo e calore, e creando un effetto di profondità che accentua il senso di tridimensionalità della scena.
  • E – La resa atmosferica: alba e non tramonto
    La città è illuminata da una luce giallo-arancione proveniente da est, suggerendo – secondo i curatori – che la scena si stia svolgendo poco dopo l’alba e non al tramonto come costantemente ripetuto dalla critica. Ciò ha una precisa implicazione sul significato dell’opera, poiché l’ambientazione all’alba (fase che si caratterizza per una luce più gialla, specie in presenza di nuvole che ne riflettono i raggi) rappresenta un chiaro auspicio per il radioso destino della Serenissima alla luce dei nuovi equilibri marittimi e commerciali: l’idea di un nuovo inizio.

«La sommersione dell’esercito del faraone nel Mar Rosso»
E’ una xilografia composta da dodici fogli tratta da un disegno di Tiziano del 1515 ed è nota nella sua interezza solo nel secondo stato pubblicato dall’editore e stampatore Domenico dalle Greche nel 1549… È fondamentale segnalare come l’opera fu concepita su scala monumentale, destinata ad essere osservata da distante come un dipinto. Nonostante le dimensioni eccezionali la
Sommersione  dimostra una grande coerenza grafica formale tra blocco e blocco evidenziando l’unitaria regia di Tiziano… Si può ben ritenere che il cadorino abbia disegnato direttamente l’opera sulle matrici lignee in ragione proprio di questa unitarietà complessiva del disegno che si ammira nei piccoli o grandi dettagli formali, che rendono l’opera un capolavoro assoluto del maestro.” (Riccardo Toffanin)
Tiziano adatta il testo dell’Esodo (Es. 14, 26-31) al contesto storico veneziano. Dopo la sconfitta di Agnadello per ben due volte nel 1509 e nel 1513 le truppe imperiali erano giunte fino al limitare della Laguna. A Venezia doveva serpeggiare un generale senso di sconforto e l’espediente biblico evoca lo scampato pericolo, ancora vivo a Venezia quando Tiziano realizza l’opera.

    • 1 – Il paesaggio
      Qui il paesaggio è considerato addirittura il vero protagonista della composizione. La parte centrale della stampa, come nella Pala Gozzi, è occupata da una veduta marina dominata dal profilo di una città che emerge dall’acqua e, ancora una volta, Tiziano suggerisce tramite espedienti tecnici o cromatici uno specifico momento temporale e fenomeni naturali che trasmettono emozioni, assumendo un significato fondamentale per comprendere l’opera.
      L’artista usa segni più o meno incisivi che sottolineano la violenza brutale ma salvifica della Natura: linee libere, continue e quasi disegnate di getto nei burrascosi flutti di un mare che richiama inevitabilmente la laguna di Venezia (vero baluardo difensivo), e linee che si fanno strette, cariche e quanto mai pesanti nelle nubi temporalesche che stanno arrivando e incombono sulla città che si vede all’orizzonte e sull’esercito egiziano-imperiale. Un oscuro presagio, opposto a quello dell’alba che rischiara il destino di Venezia nel dipinto, sembra preannunciare tempi difficili per questo insediamento caratterizzato da un campanile gotico ed edifici dalle forme ‘foreste’, ‘oltralpine’.
    • 2 – Il tringolo
      La città che si vede in lontananza appare come il vertice di un triangolo compositivo irregolare che si sviluppa in profondità, ed è completato dai due gruppi di figure più in basso. Altro elemento comune alla Pala Gozzi.
    • A – La città
      La città con le sue caratteristiche nordiche, «imperiali», quindi metaforicamente «ostili» a Venezia in termini politici, è stata interpretata da parte della critica (Muraro, Rosand e i curatori della mostra) come immagine dell’Egitto quale «città del diavolo», sulla quale incombono minacce e presagi negativi.
    • B – Disposizione dei gruppi di figure
      A sostegno di tale interpretazione, si osservi che l’esercito del Faraone, con i soldati rappresentati in armature e copricapi che rimandano apertamente all’esercito imperiale e il profilo della città si ritrovano nella parte sinistra – quella negativa – della xilografia, mentre Mosè e il suo popolo sono raffigurati a destra, il lato positivo, gli uni sconfitti dalla Natura protettiva, gli altri eletti e salvati.
    • C – Il cane irriverente
      Alla luce di una lettura in chiave “politica” dell’opera, difficile non ravvisare i ‘veneziani’ nel popolo ebraico che riesce a salvarsi dalla furia dell’esercito egiziano/imperiale, grazie all’aiuto e alla protezione garantita dal mare/Laguna.
      Fa dunque sorridere, tra i tantissimi elementi che arricchiscono la concitata scena, la figura del cane in primissimo piano, vicino a Mosè che, si volge a spregio defecando verso l’armata travolta dalle onde.

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Palazzo della Magnifica Comunità del Cadore - Piazza Tiziano, 2 - Pieve di Cadore
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Fino al: 29 Marzo, 2026