Dopo il warm-up con Octavia, la sera successiva il Festival Händel di Halle ci offre una nuova produzione di Agrippina, ospitata alla Opernhaus Halle. Agrippina, andata in scena per la prima volta a Venezia nel 1709, fu il primo grande successo di Händel. È un’opera seria sugli intrighi e le brame di potere che scuotono la corte imperiale romana e la famiglia piuttosto disfunzionale che la popola. La notizia della morte dell’imperatore Claudio sconvolge Roma. La vedova Agrippina trama per insediare sul trono il figlio Nerone e per riuscirci mobilita ogni arrivista, mestatore e opportunista della corte romana. Quando Nerone sta per ascendere al trono, si annuncia che Claudio è invece sopravvissuto, salvato da Ottone, il comandante dell’esercito. A questo punto si scatenano feroci contese per il dominio sull’impero e fiere rivalità amorose.

Walter Sutcliffe, Direttore dell’Opera di Halle, sceglie di accentuare la dimensione grottesca dell’opera e sposta questo Grand-Guignol di potere, sesso e danaro in un casinò di Las Vegas, il “Flamingo”, intorno agli anni Ottanta del secolo scorso. La lotta per il trono si trasforma in una battaglia per i dollari. Dapprima l’effetto risulta straniante. Nerone che canta “Il trono ascenderò” salendo i gradini di una scala scintillante e vestito come un cowboy da circo fa un certo effetto. En passant, il cortigiano Narciso diventa Narcisa, una tipica starlet di Las Vegas; perché negare un tocco di fluidità alle relazioni amatorie di Agrippina? Lo spettacolo si avvale anche di qualche trovata di grana grossa che comunque diverte la platea.
Una volta venuti a patti con la corte imperiale romana traslocata in Nevada, si deve ammettere che le scene preparate da Aleksandar Denić sono fulminanti. Lo scenografo ha già lavorato con Emir Kusturica, ha creato le scene monumentali del Ring di Castorf a Bayreuth ed è stato al centro del padiglione serbo della Biennale di Venezia 2024. Le sue scene sono, assieme alla parte musicale, il valore aggiunto della serata. Verrebbe quasi da dire che questa è la “Agrippina di Denić”! La ricostruzione di un casinò (o casino?) di Las Vegas è perfetta. Su un palcoscenico ruotante, non ci viene risparmiato niente del kitsch della capitale del gioco d’azzardo. Luci rosse al neon, divani rossi, tavoli alti… Perfetto il glamour della scalinata in vetro. La fauna umana è poi esattamente quella che ci si aspetta. Cappelli da cowboy, hot pants, vestiti luccicanti, giacche di lamé, stivali di tutte le fogge e slot machine (costumi di Frank Schönwald). Un grande divano di pelle lucida ospita le prodezze amatorie, o almeno i tentativi, dei personaggi. Colpo d’occhio magnifico, che denota ispirazione e un gran lavoro tecnico e che riscuote il plauso costante del pubblico.

Il Festival mette in pista un cast eccellente per voce, recitazione e, non ultimo, per dizione. Tutti i personaggi emergono ben caratterizzati. Sono le due protagoniste femminili a tessere tutti i fili degli intrighi. Astute e affamate di potere e di danaro fanno girare gli uomini a loro piacimento. Come marionette. La Agrippina di Romelia Lichtenstein è una matrona intrigante, una presenza scenica convincente per voce, mimica facciale e gesto. Applaudita quando dispiega maestosa il suo soprano ampio e maturo nella grande aria “Pensieri voi mi tormentate”, uno standard händeliano. Vanessa Waldhart restituisce gli accenti di Poppea, una Agrippina giovanile e meno scaltrita, ma altrettanto decisa a battersi per la sua fetta di mondo. Il soprano austriaco sfoggia voce luminosa, impreziosita da colorature eleganti, e intensità attoriale. Spumeggiante nell’aria “Se giunge un dispetto”, quando medita vendetta amorosa. Leandro Marziotte disegna un Nerone efficacissimo, un bamboccione pieno di ormoni, manovrato dalla madre e irretito da Poppea. Il controtenore mette in mostra una linea di canto agile, brillante, ricca di colori soprattutto nel registro acuto. Colpisce nel segno con la sua aria conclusiva “Come nube che fugge dal vento”. Morbido il timbro dell’altro controtenore della serata, il sudafricano Christopher Ainslie, nei panni di Ottone, l’unico personaggio moralmente sano dell’opera. Splendida per lirismo la sua tristezza in “Voi che udite il mio lamento”. Ki-Hyun Park canta l’imperatore Claudio, qui un magnate che progetta un altro mega-casinò che rassomiglia al famoso Caesar Palace e che si rende ridicolo con le sue avances a Poppea, con voce voluminosa di basso scuro. Scintillante e malinconica, il mezzosoprano Annika Westlund restituisce voce e verve a Narcisa, giovane cortigiana sospesa fra stravizi e flirt con Agrippina. Convincenti per voce e gesto Lars Conrad (Pallante) e Michael Zehe (Lesbo).

Laurence Cummings, grande esperto di musica barocca e direttore della London Academy of Ancient Music, guida l’Orchestra del Festival (Händelfestspielorchester Halle) con misura e senza frenesie. Ben concertati gli assiemi.
Teatro pieno ai limiti della capienza e applausi convinti per tutti. Si torna via da Halle contenti e si pregusta già il programma 2026 del Festival.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. da sinistra Michael Zehe, Annika Westlund, Vanessa Waldhart, Christopher Ainslie, Ki-Hyun Park, Ks. Romelia Lichtenstein, Leandro Marziotte, Lars Conrad
  2. Vanessa Waldhart
  3. da sinistra Leandro Marziotte, Ks. Romelia Lichtenstein

foto © Matthias Horn

courtesy Ufficio stampa Händel Festspiele