Il Festival di Bayreuth (Bayreuther Festspiele) ha riproposto per l’ultima volta il Ring ideato nel 2013 da Franz Castorf, Intendant della Volksbühne di Berlino, per il bicentenario della nascita di Wagner. Al suo esordio lo spettacolo fu accolto da vivaci contestazioni in ognuna delle quattro serate e alla fine del Götterdämmerung, con Castorf in scena, finì sotto un lunghissimo tsunami di fischi e di buh. L’acrimonia del pubblico di Bayreuth è andata recedendo col tempo, ma il lavoro di Castorf continua a dividere la platea. Anche quest’anno, quando il regista è apparso sul palco a conclusione del ciclo, qualche sonora contestazione si è opposta a una maggioranza di applausi. Ovazioni scroscianti hanno invece sempre salutato i cantanti.

Castorf propone una concezione molto didattica e politica del Ring, inserita in una cornice in cui la maledizione dell’oro è rimpiazzata dalla maledizione del petrolio. En passant, in uno dei prossimi Ring i “dati” potrebbero a loro volta rimpiazzare il petrolio, visto che stanno soppiantando l’oro nero come risorsa più preziosa (fonte). Non è la prima lettura “da sinistra” del ciclo dei nibelunghi e, in fondo, il Ring è la visione wagneriana della società umana e dei suoi possibili sviluppi, raccontata facendo leva sul mito. Non dimentichiamo neanche che Wagner fu amico di Bakunin e fu esiliato per aver preso parte ai moti del 1848. Anche il classico e ormai celebratissimo Ring del 1976 di Patrice Chéreau trattava dei mali del capitalismo del XIX secolo, ma all’interno di uno spettacolo molto coeso ed elegante, con una notevole forza epica. Castorf invece scompone il ciclo wagneriano come un puzzle e lo spettacolo si trasforma in una serie di scene e di episodi piuttosto staccati fra loro e scollegati anche dall’ispirazione unitaria del Gesamtwerkstuck e dalla musica che lo sostiene. Alcune trovate sceniche sono indubbiamente brillanti, ma ne esce uno spettacolo alquanto frammentato, con diversi riferimenti cheap alla finanza, citazioni cinematografiche (la carrozzina della corazzata Potemkin), sesso a buon mercato e un po’ di violenza pulp (Siegfried crivella Fafner con un mitragliatore, mentre Hagen uccide lo stesso Siegfried con una mazza da baseball). Cliché spesso già visti.
Rheingold. In primo piano Tanja Ariane Baumgartner (Fricka), Iain Paterson (Wotan), Roberto Saccà (Loge), Karl-Heinz Lehner (Fafner) e  Günther Groissböck (Fasolt). Sopra Daniel Behle (Froh), Caroline Wenborne (Freia) e Markus Eiche (Donner)
Il Rheingold ha luogo in una stazione di servizio della Route 66 con annesso motel a due piani. Le Figlie del Reno, starlette in push-up, adescano un Alberich piuttosto svogliato fra un grill di salsicce e la piscina del motel. Gli Dei sembrano gangster di un film di Tarantino. I giganti sono due teppisti da strada con le mazze da baseball e la salopette di jeans. Wotan si fa trovare a letto con Freia e Fricka. Erda è una maitresse in pelliccia bianca. La messinscena rimanda bene l’idea di un universo corrotto fin dall’inizio ma è anche dispersiva e sovraccarica di immagini. Si aggiunge la proiezione continua di filmati che ritraggono i protagonisti in diretta oppure propongono spezzoni di altri film. I filmati sono ben fatti, ma ne risulta una narrazione parallela che più che fare da supporto all’opera distoglie l’attenzione da questa e dalla musica. L’ampio uso di video caratterizza anche le altre tre serate.
Die Walküre. Terzo atto
La Walküre si svolge nei pozzi petroliferi del Caspio alla vigilia della rivoluzione bolscevica (da notare che all’inizio del ‘900 i giacimenti di Baku producevano metà dell’offerta mondiale di petrolio). In un’atmosfera buia e cupa una gigantesca torre di estrazione domina la scena. Wotan è una specie di satrapo centro-asiatico. Fricka una despota che mulina lo scudiscio a destra e a manca. Non mancano i riferimenti politici. Quando Siegmund riesce a estrarre Nothung parte una proiezione gigantesca del frontespizio della Pravda (avanti o popolo alla riscossa?) e sulle note della cavalcata delle valchirie i proletari assaltano il cielo sventolando un drappo rosso.
Siegfried. Primo atto
Le ultime due parti del Ring perdono un po’ il contatto con il tema del petrolio e rimandano invece echi (autobiografici?) di DDR con l’innesto di elementi surreali. Imponenti le scene del Siegfried. Mime e Siegfried abitano in roulotte ai piedi di un Mount Rushmore alternativo in cui i volti scolpiti nella roccia dei presidenti americani sono rimpiazzati dalle icone del socialismo reale. Poi il palco ruota e appare una ricostruzione quasi perfetta di Alexanderplatz ai tempi della DDR, nonché dimora di Fafner. Il colpo d’occhio sulle scene di Aleksandar Denić è indubbiamente grandioso. Anche qui non mancano le trovate sceniche a effetto. Wotan divora una scodella di spaghetti a una trattoria all’aperto, dopo aver costretto Erda a un rapporto orale on stage. Un’intera famiglia di coccodrilli a grandezza naturale invade il palco durante il duetto finale e uno dei sauri divora l’uccello della foresta (riferimento al drago?). Continuano intanto le proiezioni parallele e a volte non si capisce cosa resti del racconto del ragazzo selvaggio della foresta che affronta un percorso iniziatico, cerca la paura e alla fine trova l’amore. Per fortuna almeno durante il duetto finale cessano i video, si abbassano le luci e ci si concentra sull’esaltazione amorosa dei due giovani (rettili a parte).
Götterddämmerung. Catherine Foster (Brünnhilde), Allison Oakes (Gutrune) e Stefan Vinke (Siegfried)
In Gottërdämmerung Hagen e Günter gestiscono un chiosco di kebab a Berlino e il Wahlalla diventa il New York Stock Exchange (l’idea della Borsa divorata dalle fiamme deve apparire splendida agli ultimi marxisti rimasti in circolazione). Le Norne praticano il voodoo in uno scantinato per divinare il futuro. Una reclame della Buna e una piramide di barili riprendono il tema del petrolio. Alla fine Brünnhilde semplicemente si allontana a piedi dalla scena dopo che le Figlie del Reno hanno gettato l’Anello fra le fiamme di un bidone di benzina.

Lo spettacolo di Castorf, sovraccarico e continuamente provocatorio, ha indubbiamente qualcosa di imponente. Questa sarabanda di trovate registiche, e il fumettone molto politicizzato che ne risulta, a volte è anche divertente e bisogna anche dare atto al regista e al suo team della quantità e della precisione del lavoro tecnico che sostiene la messinscena. Grandioso è l’impatto visivo delle scene monumentali di Aleksandar Denić. Molto curati, e spesso spiritosi, i video di Andreas Deinert e Jens Crull che aggiungono una dimensione cinematografica alle serate della Festspielhaus, anche se spesso distraggono dalla musica. Da porre l’accento anche sul gran lavoro di recitazione dei cantanti, che aggiunge espressività a ognuna delle quattro serate del Ring. È certo uno spettacolo che non annoia e che non si scorda facilmente, per tutto quello che può significare. D’altra parte la ridondanza di immagini, riferimenti, video sottopone lo spettatore a un continuo e stancante multitasking e spesso risulta difficile fissare l’attenzione sulla musica e sui cantanti. Se non bastasse, Castorf aggiunge perfino un personaggio recitante (l’assistente regista Patric Seibert) che appare in ognuna delle recite (da barman in Rheingold ad addetto al chiosco nel Götterdämmerung). Ci sono anche delle gag sinceramente incomprensibili come Hunding che entra in scena portando una testa mozzata su una lancia (cattiveria del capitalismo?) o la bandiera confederata del motel ammainata per far posto a quella arcobaleno. Francamente nel corso delle quattro serate tornano ogni tanto a mente le riflessioni di Giuseppe Sinopoli sull’opportunità di inscenare il Ring in forma di concerto e rimane difficile pensare che questo Ring anti-eroico possa un giorno assumere lo stato cult di quello di Chéreau.

Restano le diciassette ore di musica, che fanno sopportare la scomodità dei seggiolini da cinema parrocchiale e la mancanza di aria condizionata e di sottotitoli della Festspielhaus. Il Festival ha schierato un cast di eccellenza che ha meritato gli applausi scroscianti alla fine di ogni serata e i quindici minuti di ovazione finale.

I ruoIi degli Dei del Rheingold sono ottimamente coperti da Iain Paterson, un Wotan non potentissimo ma agile e dai bei colori, da un’istrionico Roberto Saccà nei panni di Loge, da un applauditissimo Daniel Behle come Froh e da Markus Eiche (Donner). Albert Dohmen, bella voce scura, è un Alberich davvero immorale. Robusti per gesto e voce i Giganti di Günther Groissböck e Karl-Heinz Lehner. Potente Freia portata in scena da Caroline Wenborne e costretta dalla costumista Adriana Braga Peretzki in una tuta aderente di latex. Bene anche Nadine Weissmann nei panni (pelliccia per la precisione) di Erda. Tanja Ariane Baumgartner è un Fricka elegante e accorata. È ancora più statuaria, per recitazione e vocalità, la serata successiva quando deve rimettere a posto il consorte e ristabilire la legge positiva. Il Wotan di John Lundgren, carico di amarezza e forza drammatica, spicca fra i tre proposti nel corso del ciclo. Una volta scontata l’ambientazione petrolifera, Camilla Nylund (Sieglinde) e Christopher Ventris (Siegmund) danno vita a uno struggente primo atto della Wälkure, in cui i gesti e gli splendidi colori delle voci ricreano tutto il progresso emozionale della lenta ascesa dalla tenebre della tempesta iniziale alla scoperta dell’amore. Georg Zeppenfeld è un Hunding tenebroso e cattivo quanto basta. Andreas Conrad restituisce un Mime viscido e malevolente. Ribaldo il Wanderer di Thomas J. Mayer, abbigliato come un personaggio della frontiera raccontata da Cormac McCarthy.

Strabiliante per brillantezza e volume di voce la Brünnhilde di Catherine Foster. Il soprano britannico è una raffinatissima powerhouse che cresce di intensità serata dopo serata. Difficile immaginare qualcosa di meglio per il ruolo della Valchiria. Già nel Siegfried, il duetto finale con Stefan Vinke ha qualcosa di epico per lirismo e colori vocali. Migliora ancora, se possibile, nelle serate successive ed è investita da una tempesta di applausi dopo che è calato il sipario finale. Il Siegfried di Stefan Vinke le offre una sponda robustissima. Tenore dotato di mezzi vocali davvero eroici, anche lui celebrato a lungo dal pubblico. Tenebroso e oscuro lo Hagen di Stephen Milling, basso danese fra i massimi interpreti contemporanei del repertorio wagneriano. Ottima anche la prova di Allison Oakes (Gutrune in cerca spasmodica di marito), Markus Eiche (Gunther) e Marina Prudenskaya (solidissima Waltraute). Eccellenti anche tutti i comprimari.

Marek Janowski, che ha sostituto Kirill Petrenko fin dalla scorsa stagione, ha diretto un Ring maestoso e pieno di senso drammatico, riempiendo la Festspielhaus di splendidi colori musicali. Grandi ovazioni anche per lui alla fine di ognuna delle quattro serate.

Dettagli

Rheingold. In primo piano Tanja Ariane Baumgartner (Fricka), Iain Paterson (Wotan), Roberto Saccà (Loge), Karl-Heinz Lehner (Fafner) e Günther Groissböck (Fasolt). Sopra Daniel Behle (Froh), Caroline Wenborne (Freia) e Markus Eiche (Donner) (© 2017 Bayreuther Festspiele / Enrico Nawrath) Die Walküre. Terzo atto (© 2017 Bayreuther Festspiele / Enrico Nawrath) Siegfried. Primo atto (© 2017 Bayreuther Festspiele / Enrico Nawrath) Götterddämmerung. Catherine Foster (Brünnhilde), Allison Oakes (Gutrune) e Stefan Vinke (Siegfried) (© 2017 Bayreuther Festspiele / Enrico Nawrath) Siegfried. Primo atto (© 2017 Bayreuther Festspiele / Enrico Nawrath)