
“L’attuale regime iraniano può rimanere al potere solo con la violenza verso il suo stesso popolo. […] Ci sono molte testimonianze storiche di persone potenti che uccidono i propri congiunti per garantire la propria sicurezza. In Iran dopo la rivoluzione del 1979, ci sono strane posizioni fanatiche di insistenza sull’ideologia che riducono la portata dell’infanticidio, del fratricidio, della ricerca del martirio… facendoli diventare valori quasi religiosi.” Sono parole del cineasta Mohammad Rasoulof alla presentazione, in concorso a Cannes, del suo Il seme del fico sacro vincitore del Premio Speciale, ora tra i candidati all’Oscar per il Film Internazionale in rappresentanza della Germania, perché lo Stato degli ayatollah ha tentato in ogni modo di impedire la circolazione mondiale di quest’opera che fa un ritratto impietoso e dall’interno dei suoi apparati.
Teheran. Da oltre vent’anni Iman lavora per il Tribunale Rivoluzionario e finalmente la sua dedizione è ricompensata con una promozione a Investigatore, passo intermedio per aspirare poi alla carica di Giudice, il vertice massimo della carriera. Sua moglie Najmeh assapora già i privilegi derivanti dalla nomina, come una casa più grande che dia una stanza propria a ognuna delle sue figlie: Rezvan, appena iscritta all’università, e Sana di poco più piccola. Ma la città è resa incandescente dalle contestazioni che animano le piazze, la società sta cambiando e il clima è sempre più ostile verso le istituzioni; per questo tutti devono prendere atto che la nuova nomina mette in pericolo la stessa incolumità della famiglia, soprattutto ora che molti “servi dello Stato” hanno visto la loro identità – foto, numeri telefonici, indirizzi privati – data in pasto al rancore collettivo con dati sensibili illegalmente pubblicati in rete. La situazione sempre più tesa metterà Iman a confronto con le proprie azioni, costretto a valutare in pochi minuti se emettere condanne a morte per punire le ‘offese a Dio’ previste dalla sharia, tra dubbio e esigenze di dimostrare il proprio ‘valore’ sul campo assecondando le pressioni dei superiori.

Dopo il meraviglioso Il male non esiste, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino, nell’estate 2022 Rasoulof è stato arrestato per aver firmato una protesta contro il crollo di palazzi fuori norma che ha fatto numerosi morti, ha vissuto così dal carcere le proteste delle donne nelle vie di Teheran – raccontate nel film con immagini reali – entrando in contatto con un alto ufficiale che, in disparte, gli ha confidato i suoi rimorsi e la paura, ostacolo a liberarsi del suo lavoro ormai profondamente odiato. Questo il germoglio da cui è nata la figura di Iman.

Tornato in libertà, il regista ha scritto la sceneggiatura, iniziando a reclutare tecnici e attori con il coraggio di rischiare, partecipando alla realizzazione del film. Soprattutto gli interpreti sullo schermo sono i più esposti, ma Missagh Zareh (Iman) rifiuta da tempo di lavorare nel cinema ufficiale, Soheila Golestani (Najmeh) si è da tempo schierata apertamente e più volte è stata arrestata, Mahsa Rostami (Rezvan) e Setareh Maleki (Sana) in età più matura dei loro personaggi e con la fibra per aderire al dissenso, sono molto più che credibili come ragazze quasi adolescenti.

Girato magistralmente, anche molto in esterni senza che il regime abbia potuto intercettare la produzione, fatta da una piccola squadra con mezzi ridotti per eludere la sorveglianza, il film racconta il progressivo sprofondare del capofamiglia in una spirale di paranoia che lo spinge sempre più a infrangere ogni limite con moglie e figlie, senza preoccuparsi delle conseguenze. Una metafora eloquente e articolata del regime, incarnato dal padre, che vessa progressivamente sempre di più e senza un minimo di pietà le sue donne, rappresentanti del popolo iraniano.

Con gli schermi televisivi costantemente accesi e le immagini dalla strada a confronto sui cellulari delle ragazze, il film denuncia con forza la mistificazione perenne della realtà da parte del potere, che tesse le sue menzogne per costruire la versione ufficiale dei fatti; una piaga che continua costantemente a dilaniare le famiglie, con un meccanismo perverso che abbiamo sperimentato anche in Italia nella fase più acuta di gestione della farsa pandemica. Dialoghi a volte capitali sono estremamente illuminanti nel restituire il nodo della questione.

In questo senso lo scambio tra il padre che cerca di confutare verità per lui inaccettabili – “Come esperto al servizio del regime, non pensi che io lo sappia meglio?” – e la figlia Rezvan – “No, non lo sai, papà. Perché sei all’interno!” – esprime in modo plastico la contrapposizione in atto e nello stesso momento la fede, che rasenta la cecità, dell’uomo da troppo tempo ingranaggio del Sistema e la capacità della giovane, senza prevenzioni né preconcetti di alcun genere, di andare oltre le apparenze della propaganda e mantenere viva la critica lucidità del suo sguardo.

Il seme del fico sacro di Mohammad Rasoulof è un omaggio al coraggio dimostrato dalle donne iraniane in lotta contro l’oppressione, ma anche un inno alla libertà per il modo in cui è stato realizzato da un cineasta adesso costretto all’esilio, che apre a un barlume di speranza affermando: “Non possono controllare tutto!” Il film sarà nelle sale italiane il prossimo 20 febbraio distribuito da Lucky Red con Bim Distribuzione.