Se n’è andato anche lui oltre il sipario rosso, David Lynch, il grande cineasta del Montana che con il suo Cinema ha popolato lo schermo d’inquietudini, sovente incomprensibili al raziocinio, ma acute nel penetrare l’inconscio perché emerse dagli abissi più profondi dell’animo umano. Quella pesante tenda rossa, ricorrente in tante visioni oniriche a partire dalla prima stagione di Twin Peaks, oggetto alieno arrivato a rivoluzionare letteralmente il mondo delle serie televisive, dietro cui si celano l’Oltre e il suo mistero, che nella nostra pochezza terrena non è dato conoscere fino in fondo. Almeno non qui.

Al cinema Lynch è arrivato dopo anni dedicati alla pittura, forse per questo l’elenco dei film che ha diretto si consta di appena dieci titoli, dall’esordio con l’incubo Eraserhead – La mente che cancella al fluviale Inland Empire – L’impero della mente che portò a Venezia nel 2006, quando gli fu assegnato il Leone d’Oro alla carriera. Eppure con quei pochi film ha saputo incidere tanto, il suo lavoro ha lasciato tracce ovunque nella Settima Arte conferendogli il rango di icona, un carisma che ha indotto Spielberg – brillante intuizione – a chiamarlo per interpretare John Ford in The Fabelmans, un breve cameo che adesso sarà il suo commiato sullo schermo, per sempre.

Se n’è andato in una Los Angeles in fiamme, finale quanto mai conforme all’autore di Fuoco cammina con me creatore di immagini capaci d’incendiare a lungo la memoria anche a visione ultimata, in quei suoi epiloghi memorabili. Uno per tutti: quello di Velluto blu, in cui il pettirosso meccanico incarna il lieto fine impossibile per chi, perduta l’innocenza, non può più ignorare la natura perversa nascosta sotto la superficie delle cose. Lynch narrava storie nella più completa libertà di trattare la realtà e i piani onirici alla pari, portandoci su Strade perdute che non contemplano limiti fisici di sorta, perciò così spaventose.

L’opera di David Lynch ha creato infinite dimensioni, realtà parallele invisibili, ineludibili per chiunque oggi voglia narrare per immagini, un’eredità che riemerge inconsapevole nel lavoro di molti altri cineasti, inesauribile fonte che amplifica la capacità d’incidere di questa manciata di film unici. Se non è questa l’immortalità, ci si avvicina parecchio.