“La penna è il bisturi dell’arte, è strumento acuto e difficile come il violino (…)
La mia penna è, a seconda dei casi, forte come un bulino e leggera come una piuma”
Così Alberto Martini annota nella propria biografia e, pur dedicandosi fin dagli anni Dieci anche al pastello e alla pittura, raggiunse fama italiana ed europea con i disegni, il mezzo preferito per esprimere un impulso creativo dirompente e per seguire la personale vocazione al macabro e allo humor. Un gusto decadente, al tempo stesso teatrale, in cui dosa satira e malinconia, a volte segnate da una sottile perversione, ma sempre connotate da precisione virtuosistica.

Un’arte enigmatica, visionaria, carica di simboli e onirica che si nutre di un immaginario di morte, ma anche di una sensualità tardo-romantica, per poi inoltrarsi nel mondo dell’inconscio non abbandonando mai il sogno.


Capace di stupire per l’invenzione, e per una fantasia inquieta, come anticipato da Elena in estate (a cui si rimanda per non ripetere quando già pubblicato), lo scorso 27 settembre, a Oderzo, ha aperto al pubblico “Le storie straordinarie. Alberto Martini ed Edgar Allan Poe”.

Un percorso espositivo pensato e realizzato dai curatori per accedere a quel suo personalissimo linguaggio e seguirne il processo evolutivo. Infatti, prima di avventurarsi tra le illustrazioni dei Racconti straordinari, spiega gli esordi da autodidatta e della maturazione di atmosfere e temi che lo renderanno sensibile e visionario interprete del letterato statunitense.

La selezione di disegni dei diversi racconti riuniti per la prima volta in così alto numero – tanto da rendere difficilmente ripetibile tale evento – propone un’immersione totale nella poetica nata dall’incontro tra i due autori: operazione resa ancora più significativa dall’aver riproposto, in molti casi, l’abbinamento tra tavola maggiore e minore del medesimo soggetto.

La mostra è accompagnata da una short guide con testi dei curatori edita da Dario Cimorelli Editore, come il volume di studi complessivo su Alberto Martini che accompagnerà le celebrazioni la cui uscita è prevista entro fine novembre.

Scriveva Martini “L’arte è vivo sogno – estasi sublime – cieco chi non la sente – impotente, morto (…)” e ancora, in “Vita d’artista”, rivolgendosi direttamente al lettore: “(…) Ricordati che vero è solo la nostra arbitraria visione della vita (…) pensa e ripensa che ogni uomo fatalmente vede ogni cosa in modo diverso, poiché ogni cosa è come uno specchio dove si riflette la nostra anima, e le nostre anime sono tutte differenti”.

Le proposte della Fondazione Oderzo Cultura non si esauriscono con l’esposizione “Le storie straordinarie” ma proseguono al piano nobile di Palazzo Foscolo con ulteriori due percorsi. Il primo, “Alberto Martini artista dell’Onirico” con la curatela di Roberto Costella e Carlo Sala, è una selezione di importanti lavori, grafici e pittorici della Pinacoteca Martini riservata ai Misteri, al Tetiteatro e ai Ritratti femminili focalizzati su la moglie Maria Petringa, soggetto di molte opere, cui si deve la conservazione della memoria dell’artista: il dono a Oderzo del famoso Autoritratto del 1911 ha gettato le basi per la costituzione successiva della Pinacoteca e dell’Archivio.
Andando in ordine, il best of della Pinacoteca inizia con il ciclo grafico dei Misteri, realizzato tra il 1914 e il 1915 e celebrato anche da Gabriele D’Annunzio. Nelle sei calligrafiche litografie titolate Nascita – Il dolore umano, Sogno – La misteriosa visione, Amore – Sorgente di fiamma viva, Follia – Tragedia delle Passioni, Infinito – La Madonna dell’infinito, Alberto Martini si libera da intenti illustrativi – quindi da suggestioni letterarie – e affronta le grandi questioni esistenziali, interpretando l’esistenza come condizione oscura, incomprensibile e irrisolvibile, soggetta all’incombenza del tragico.
La sala successiva è dedicata al Tetiteatro, un singolare progetto architettonico del 1923 che, in sintonia con l’idea di arte totale wagneriana, aspira a creare un luogo dove poesia e musica, pittura e architettura possano coesistere, comporsi e sublimarsi.
La terza sala è introdotta da alcune immagini pittoriche del periodo parigino (1928-1934) che integrano paesaggi e figure, spazi reali e virtuali, e presenta poi una serie di ritratti a pastello del 1925-1926 di Maria Petringa, che risulta diversamente atteggiata e abbigliata, sempre esteticamente trasfigurata.

Il secondo percorso, Concerning Dante di Jacopo Valentini, è un progetto fotografico legato all’immaginario dantesco che ripercorre, lungo l’Italia, i viaggi reali compiuti dal poeta e quelli letterari attraverso il suo capolavoro. La ricerca si snoda attorno a tre luoghi simbolici interpretati come i varchi che conducono rispettivamente a Inferno, Purgatorio e Paradiso, veri e propri punti di contatto tra la narrazione della Commedia e la realtà del territorio.
Il primo, le bocche vulcaniche dei Campi Flegrei, era per gli antichi romani l’antro di Caronte, il traghettatore delle anime dei morti al di là del fiume dell’Ade. La Pietra di Bismantova è ritratta dall’artista a simboleggiare il Purgatorio, seguendo un esplicito richiamo del testo nel Canto IV. Il delta del Po è invece la figurazione del Paradiso: un luogo che non presenta un legame filologico, ma è stato adottato come pretesto visivo capace di evocare le suggestioni del poema mediante il suo caratteristico paesaggio sospeso e atemporale.
Uno degli aspetti preminenti della ricerca di Valentini tende a far emergere la percezione dei luoghi per l’ampia mole di figurazioni del poema succedutesi nei secoli e a cui il fotografo si è approcciato ritraendo, con la tecnica dello still life, lavori di importanti autori del passato. Ogni opera autoriale fotografata dall’artista è una ‘cellula’ di quel complesso universo visivo, in perenne mutazione, che forma l’immaginario dantesco e appare come una cartina tornasole dell’evoluzione della società e del suo rapporto con aspetti cruciali quali la morale, la religione e il potere.