Il 13 ottobre 1822, scompariva improvvisamente a Venezia, all’età di sessantaquattro anni, Antonio Canova e la morte, del “primo artista d’Europa” venne vissuta come lutto internazionale, la fine di un’epoca. Non a caso Melchiorre Missirini, suo fedele amico e biografo, scrisse: «Quest’Uomo straordinario, e non men caro alla specie umana per le virtù del cuore che per la sublimità dell’ingegno e il valore della mano, è stato compianto dalle lagrime universali in un modo da segnare epoca negli annali delle nazioni» sottolineando, al di là del ricordo di un grande scultore, l’immagine mitizzata di un personaggio non comune capace di scrivere pagine di storia oltre a quelle di storia dell’arte.

Barbara Guidi, direttrice dei Musei Civici di Bassano del Grappa, nel prezioso catalogo di Silvana Editoriale, evidenzia «Un’aura leggendaria avvolgeva del resto la vita e la carriera di Canova. Originario di Possagno, piccolo borgo adagiato sulla pedemontana del Grappa, rimasto orfano di padre a soli quattro anni e cresciuto con il nonno scalpellino, il talentuoso Antonio aveva lasciato giovanissimo la sua terra per cercare affermazione come scultore, prima a Venezia, sotto gli ultimi bagliori della Serenissima Repubblica, poi, dal 1779, a Roma, nella città dei papi e degli imperatori, crocevia e meta di artisti, intellettuali, collezionisti provenienti da tutto il mondo. A pochi anni dal suo arrivo nella Città eterna, il giovane Canova aveva bruciato le tappe ed era divenuto il più illustre e ricercato scultore del suo tempo. Fu acclamato dai contemporanei come il novello Fidia, colui che aveva riportato la scultura a quelle vette sublimi che si riteneva spettassero solo alla statuaria classica. Dotato di raro talento ma anche di una sensibilità e un’intelligenza artistica fuori dal comune, Canova ebbe l’ambizione e il genio di imporsi sulla scena internazionale quale “antico scultore vivente”, e fu capace di segnare indelebilmente il gusto dell’epoca in cui visse e operò».

Aperta sabato scorso al Museo Civico di Bassano la mostra conclusiva delle celebrazioni per il bicentenario della morte di chi ebbe l’onore di essere considerato, in vita, il più grande artista. Fino al 26 febbraio 2023 Bassano del Grappa, tra i luoghi più significativi per la conoscenza dell’artista e, da sempre, motore nello studio e nella valorizzazione della sua opera, offre un ampio e originale evento espositivo “oltre” l’estetica canoviana.
Curata da Giuseppe Pavanello e Mario Guderzo, con la direzione scientifica di Barbara Guidi, “Io, Canova. Genio europeo” è stata organizzata dai Musei Civici di Bassano del Grappa in collaborazione con Villaggio Globale International e stupisce per il bel dialogo tra le sue sculture con dipinti che lo ritraggono al lavoro così da evocarne ambienti e funzionamento.

Circa centoquaranta opere tra sculture, dipinti, disegni e libri preziosi, alcune delle quali presentate al pubblico per la prima volta, guidano il visitatore in un viaggio ideale sulle orme dell’artista, dall’universo creativo del suo atelier alle grandi capitali del vecchio continente, agli episodi e gli incontri con i personaggi che determinarono il corso della sua vita e della storia europea.
Firmato Studio Antonio Ravalli Architetti – nell’ambito di un più ampio progetto di riqualificazione di tutto il Museo Civico – il percorso espositivo è situato al primo piano nelle sale destinate, al termine della mostra, alla collezione permanente del maestro di Possagno.

Fin dalle scale, dalla proiezione multimediale sulle tre pareti, il visitatore viene catturato e catapultato in quell’alchimia di suggestioni e immagini per poi essere accompagnano alla scoperta dell’uomo, il collezionista, il diplomatico, il protettore delle arti. Suddivisa in tre sezioni: “Canova uomo e artista”, “Canova e l’Europa”, “Canova e la Storia”, la bellezza, curata in ogni minimo particolare, è supportata dal rigore scientifico volto a mostrarne la poliedrica personalità. All’uscita, la consapevolezza di aver ben compreso il perché appartenga alle figure più significative del mondo culturale e politico a cavallo tra Diciottesimo e il Diciannovesimo.

Vale la pena non farsi condizionare dalla distanza con Bassano del Grappa – custode di uno dei fondi più ampi e importanti al mondo per lo studio e la conoscenza del grande scultore dovuto al lascito, nel 1851, a opera del fratello Giambattista Sartori Canova, di disegni, carteggio, biblioteca, vari gessi e dipinti – per scoprire un ritratto a tutto tondo come fosse lui stesso a parlare delle sue opere.

L’atelier romano di via delle Colonnette, nei pressi del mausoleo di Augusto, divenne ben presto un luogo di incontro per tanti artisti, intellettuali, collezionisti e imperdibile tappa per i viaggiatori che si recavano nella città eterna durante il Grand Tour. Suddiviso dallo spazio pubblico, in quello privato custodiva la preziosa biblioteca e la personale collezione di opere d’arte che, negli anni, divenne un’eterogenea raccolta di grande valore artistico, comprendente dipinti che spaziavano dal Quattro al Settecento.

Quello con Napoleone Bonaparte fu tra gli incontri più determinanti segnandone l’esistenza. I due si incontrarono per la prima volta nel 1802 a Parigi, dove Canova era stato invitato per realizzare un ritratto dell’allora Primo Console della Repubblica francese. L’artista ripartì dalla capitale con un busto in gesso di Napoleone da cui sarebbero state ricavate varie versioni che avrebbero costituto una delle immagini più diffuse del sovrano e, in seguito, studiò un Ritratto idealizzato di Napoleone come Marte pacificatore.

Capace di attirare la benevolenza, la stima e l’amicizia di tanti potenti, a Canova venne affidato da Ettore Consalvi, segretario di Stato dalla Santa Sede, il difficile compito del recupero delle opere trafugate dai francesi in seguito al Trattato di Tolentino del 1797, impresa che trova particolare evidenza nella mostra e che ci ricorda, ancora una volta, l’importanza della figura per l’arte italiana, al di là del suo genio d’artista.

Infatti, il 1815 fu un anno cruciale per la storia europea e per Canova che si recò a Londra accolto con onori mai tributati ad alcun artista, per giudicare i tanto acclamati marmi del Partenone, da poco giunti in Inghilterra a opera di Lord Elgin.
Nelle settimane precedenti, a Parigi, aveva svolto la missione che avrebbe indelebilmente segnato la sua fama, recuperando su incarico di Pio VII molte delle opere d’arte italiane sottratte dai francesi durante le campagne napoleoniche.

Nonostante il successo internazionale e a dispetto delle umili origini e di una disparità culturale che seppe colmare con uno studio indefesso dei classici e delle lingue – come mostra un raro e curioso documento, Il Quaderno di esercizi di inglese – Canova riuscì sempre a mantenere salda la sua libertà intellettuale e a sostenere con coraggio le sue idee, senza indulgere in atteggiamenti servili.

Se con la pandemia è divenuto particolarmente complesso trasportare quadri e gessi, figuriamoci lo sforzo organizzativo per muovere marmi di tali dimensioni e, pur avendo rinunciato per la guerra, ai prestiti già concessi provenienti dalla Russia e La Pace custodita all’interno del Museo Nazionale Khanenko di Kiev, un viaggio a Bassano lo varrebbe, da sola, la Maddalena giacente, ultima grande opera del Maestro, salita agli onori della cronaca mondiale nei mesi scorsi quando, è riapparsa in un parco privato e dove è rimasta, alle intemperie, per oltre sette decenni.

Acquistata dagli attuali proprietari come semplice statua da giardino per 4.400 sterline (esatto, non ci sono errori di battitura, al cambio cinquemila euro) , la scultura, commissionata a Canova da Robert Jenkinson, conte di Liverpool e primo ministro inglese, ultimata nel 1822 poco prima della morte dell’artista, viene esposta al pubblico per la prima volta dopo centosettanta anni. Opera di cui dettaglieremo in un articolo specifico il prossimo dicembre.