Si svolge presso il Palazzo Reale di Palermo, a cura della Fondazione Federico II e con il patrocinio dell’Ambasciata giapponese, un’esposizione dedicata a O’Tama Kiyohara, originaria del Sol Levante; ella fu la prima artista orientale a raggiungere l’Europa e amò Palermo a tal punto da risiedervi per ben 51 anni, dal 1882 al 1933. La caparbia O’Tama non scelse semplicemente di compiere un viaggio, ma di cambiare la sua vita; il lungo e impervio spostamento dal Pacifico al Mediterraneo, infatti, fu solo l’inizio di una nuova esperienza, in un mondo del tutto discordante da quello natio.

Di certo non fu semplice integrarsi nel sistema artistico occidentale, in taluni casi rigidamente ancorato ai dettami della classicità e poco propenso ad accogliere gli influssi orientali, ritenuti pericolosi per l’arte ufficiale. O’Tama però vinse il conservatorismo imperante introducendo una ventata di innovazione, proprio grazie alla commistione tra arte orientale e tendenze artistiche nostrane. Da qui discende anche la rilevanza della sua migrazione, che si tradusse infatti in una “migrazione di stili”: O’Tama contribuì ad arricchire e variegare l’arte italiana, che ai modi orientali cominciò gradualmente e piacevolmente a farsi avvezza. L’artista si fece dunque epigono di svecchiamento in ambito artistico, culturale e didattico; al contempo l’arte giapponese, sgombra da ombra e prospettiva a favore delle composizioni decorative, si aprì all’apporto suggestivo della luce di Sicilia.

L’obiettivo che la Fondazione si propone di raggiungere, come possiamo notare, è di rilevare i risvolti positivi del tema della migrazione, e sulla base di studi e consulti con esperti ha ricostruito il percorso ideale dell’artista giapponese, sin da quando si recò a Palermo nel 1882 per seguire lo scultore palermitano Vincenzo Ragusa. Con quest’ultimo, suo marito, O’Tama condivise il sogno di istituire una scuola-museo, anelito purtroppo infranto. Nel 1883 nella casa dello scultore, in via Scinà, era stato inaugurato il Museo d’Arte Giapponese, che ospitava i manufatti provenienti dal Giappone; diventò poi anche scuola officinale e della sua sezione femminile O’Tama fu vicepreside e direttrice. Nel 1887 la scuola-museo divenne Scuola d’Arte applicata all’Industria, ma un Regio Decreto, sotto invito delle autorità locali, abolì i corsi giapponesi e il Museo fu chiuso, poiché si riteneva che l’identità artistica italiana fosse stata inficiata dai modi orientali. Il sogno di Ragusa e O’Tama si era spento.

La mostra si snoda nel corridoio della battaglia di Dogali e negli appartamenti reali, presentando circa un centinaio di opere: nove ceramiche, quattordici bronzi, due ventagli, diciotti tessuti, sei cartoni (kinkawa-gami) e una collezione di quarantasei acquerelli per la prima volta visibili al pubblico dopo l’apposito restauro; essi provengono dal Museo “Vincenzo Ragusa e O’Tama Kiyohara” e sono suddivisi in due gruppi tematici, ikebana (composizioni floreali) e botanici. In mostra anche il prezioso kimono acquistato da Vincenzo Ragusa in Giappone per la sua collezione; l’abito, dipinto a mano e ricamato con seta policroma e filo d’oro, torna a Palermo dopo più di un secolo grazie al prestito del Museo delle Civiltà “Luigi Pigorini” ed è posizionato in una teca nella sala dei Vicerè. Il kimono apparteneva allo “stile della corte imperiale” (goshodoki) ed era indossato dalle donne di alto rango della classe samurai, tanto che Ragusa annotò nel suo inventario: “Veste per gran dama, sposa di qualche generale”.

Pittrice di rara squisitezza, O’Tama perseguì un apprezzabile sincretismo tra la tecnica, la raffinatezza dello stile e il realismo, anticipando anche gli aspetti più cosmopoliti e decorativi del Liberty palermitano, se non le novità del Futurismo. Nota infatti Maria Antonietta Spadaro, esperta di giapponismo: “Giunta a Palermo, O’Tama si è trovata a confrontarsi con tutta la storia dell’arte italiana. La sua è una pittura fuori dal tempo, eclettica e variabile. Scelse di utilizzare tecniche che non esistevano in Giappone. Esempio ne è il dipinto della Notte dell’ascensione che lei rappresenta in un notturno. Tutti i pittori del periodo avevano dipinto Monte Pellegrino, ma mai di notte. Inventa una visione dall’alto, della passeggiata della Marina, un cielo nuvoloso, i lampioni che fino a quel momento nessuno aveva ritratto. Una novità assoluta i lampioni elettrici per Palermo e per tante altre città. Solo i futuristi lo faranno qualche tempo più in là”.
Oggi dunque O’Tama viene ricordata al Palazzo Reale per riscattare il valore artistico e storico del suo operato, a dispetto di quelle resistenze che, come ricorda il presidente della Fondazione Gianfranco Micciché, hanno impedito a Palermo di diventare un polo per la diffusione del japonisme. Oggi le sue ceneri sono custodite, oltre che in Giappone, presso il cimitero palermitano dei Rotoli, in consonanza con la volontà di una donna-artista che potremmo a tutti gli effetti considerare palermitana.

Didascalie immagini

  1. Kimono acquistato in Giappone da Vincenzo Ragusa
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  2. Progetto d’arredo, tempera ed acquerello, 29,6×23,2, Museo Vincenzo Ragusa e O’Tama Kiyohara, Palermo
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  3. Vasi in ceramica azzurra con due tralci di foglie e fiori, acquerello e tempera, Museo Vincenzo Ragusa e O’Tama Kiyohara, Palermo
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  4. Opere in mostra
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IN COPERTINA
Kimono acquistato in Giappone da Vincenzo Ragusa,
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Luogo:
Palazzo Reale, Piazza Indipendenza 1, Palermo

Orari:
Da venerdì a lunedì
dalle 8:15 alle 17:40
(ultimo ingrsso 16:40)
Domenica e festivi
dalle 8:15 alle 13:00
(ultimo ingresso 12:00).

Gli orari potranno subire variazioni per motivi istituzionali.

Dove e quando

Evento: O’ Tama. Migrazione di stili