Il Mediterraneo è da sempre crocevia di uomini, merci, idee; innumerevoli popoli lo hanno solcato in lungo e in largo, per scoprire, esplorare, vendere, colonizzare. Popoli diversi per lingua, pelle e cultura, ma alla fine accomunati proprio dall’appartenenza allo stesso mare, che li ha fatti incrociare, conoscere e unificare. Questo mare è così circoscritto e piccolo (anche se grande e senza fine secondo le circostanze), che l’accezione Mare Nostrum calza ancor più a pennello, rinviando al concetto di un bene prezioso, che i suoi popoli “possiedono” gelosamente. Il rapporto tra il Mediterraneo e le sue terre accende una riflessione anche più ampia e universale, quella del rapporto tra l’uomo, gli eventi e i luoghi. È la tematica che affascina i due artisti Giovanna Bianco e Pino Valente, che presentano a Palermo il progetto Terra di me, inserito nel programma di Palermo Capitale italiana della cultura 2018 in occasione di Manifesta 12, biennale nomade europea di arte contemporanea.

Giovanna Bianco nasce a Latronico, in Basilicata, nel 1962, mentre Pino Valente a Napoli nel 1967. I due si conoscono a Napoli nel 1993 e i loro primi lavori risalgono al 1994. Si tratta di indagini scientifiche e filosofiche sulla dualità corpo-mente, che evolvono poi in progetti che mirano a rendere visibili nessi interpersonali. I due, ad esempio, hanno realizzato immagini elettroniche, considerate trasposizioni di immagini mentali perché similmente volatili e indefinite, partendo da una solida ricerca scientifica focalizzata sulle dinamiche di interazione neuronale, sullo studio della fisiologia del cervello e dei processi che permettono il mantenimento dei ricordi e delle immagini mentali a livello corticale; quale dunque il confine tra cervello e mente, tra corpo e pensiero?
Implicito il ricorso ai nuovi media. Qui infatti non si fa cenno ai supporti standard di pennello e colore su tela: “La telecamera è il nostro approccio più naturale alle dinamiche della realtà esterna. Ne otteniamo scene per i nostri video ma anche singoli frame che una volta elaborati fissiamo sulla tela con uno speciale plotter, che stampa usando cera fusa invece dei tradizionali inchiostri. Sono tele delicatissime, ma solo in questo modo riusciamo a non perdere del tutto le particolari caratteristiche cromatiche delle nostre immagini. Ovviamente l’editing video lo realizziamo al computer, che usiamo anche per sintetizzare o elaborare i suoni che ci servono come traccia audio”[1].

I due artisti estendono poi le loro ricerche dal singolo alla dimensione esterna, indagando l’interazione tra l’uomo e il paesaggio nei suoi risvolti sociali e culturali, soffermandosi sui contesti relazionali e le possibilità offerte dall’incontro tra individui, eventi e luoghi. Nella fattispecie sono realizzati interventi site specific in vari edifici storici, in cui sono evidenziate le specificità architettoniche degli spazi e al contempo sono tradotti i molteplici intrecci con le storie e le vite che riguardano quegli ambienti.
Nel progetto Terra di me gli artisti analizzano il labile confine tra sé e l’altro e le possibilità di condividere il vissuto di più persone. Si tratta quindi di un’indagine sociologica e linguistica, in cui la forma e le immagini possono diventare un codice comune, di condivisione.

Si è pensato di dialogare con alcuni materiali cartografici della Sicilia e del Mediterraneo custoditi a Villa Zito e risalenti al periodo che si colloca tra il XV e il XVIII secolo. Vale le pena citarne qualcuno: L’Isle et Royaume de Sicile, di Jean Baptiste Nolin, mostra una Sicilia dalla forma un po’ compressa, ancora imperfetta, con l’indicazione delle aree interne (Valle di Demona a est, Valle di Mazara a ovest e Valle di Noto a sud) e disegni di cime di varia grandezza che stanno a indicare le alture; domina in basso a destra l’insegna di Filippo V, re di Spagna. Sicilia di Joannes van Kuelen, del 1681, si focalizza su Malta, mentre Regnorum Siciliae et Sardiniae, del 1712, di Johann Baptist Homann, mostra una rappresentazione molto accurata di Calabria, Sicilia e Sardegna. Più visionaria e simbolica Siciliae Regnum di Gerhard Mercator, del 1630, in cui eleganti galeoni e creature marine indicano i mari. Si noti poi il decorativismo ampolloso dei caratteri scritti: le lettere di “Mare Tirreno”, ad esempio, si allungano in volute e linee sinuose.
I materiali cartografici fungono da strumenti di riflessione sui cambiamenti del ruolo del Mare Nostrum nel tempo: se in epoca classica avvenivano proficui scambi culturali ed economici, oggi, pur non negando la medesima funzione dell’antichità, il mare è visto più come scenario di movimenti migratori, non sempre condivisi e graditi. Attualmente il tema dell’immigrazione è certamente messo più a fuoco dei viaggi di piacere o di scoperta, o degli arricchimenti cosmopoliti e culturali che possono derivare dagli incontri con il nuovo. Si è persa di vista la visione di un tempo, quella per cui il Mare Nostrum stabiliva connubi; adesso lo si pensa più come teatro di sbarchi e oggetto di dibattiti. Occorrerebbe tuttavia ricordare che la cultura occidentale si è plasmata nel tempo grazie agli incontri multiculturali, che il progetto espositivo di Bianco-Valente ha infatti ricercato. Suo fulcro sono stati gli scambi avvenuti a Palermo agli inizi del 2018 tra gli artisti e un gruppo di migranti, con cui attraverso la modalità del workshop si sono stabiliti punti di contatto e di condivisione di esperienze individuali, con il ricorso al tema dell’immaginario e della narrazione.

Il Presidente della Fondazione Sicilia, che promuove l’evento, afferma: “Le rappresentazioni cartografiche della Sicilia e del Mediterraneo realizzate tra la seconda metà del Cinquecento e la fine del Settecento rivivono di luce nuova attraverso lo sguardo di Bianco-Valente; il dialogo tra passato e presente, oggi più che mai necessario, diventa strumento per illuminare il futuro”.
Con Terra di Me un gruppo di uomini e donne sceglie spontaneamente di condividere le proprie storie di vita, le preoccupazioni e le speranze per il futuro: le mappe sono trasposte sulle mani, tracciate con pennarelli o con stampe digitali, quasi a voler dire che la responsabilità di tracciare una via, una strada, un collegamento, risiede solo in noi. In Complementare due mani di colore nero e due mani di colore bianco si incontrano in un’azione, appunto, complementare, in cui ognuno traccia linee geografiche sulla mano dell’altro, componendo un’ideale “cerchio della vita” in cui nero e bianco, yin e yang, sono uniti e speculari nel loro abbraccio. Nel frame di un video una mano di colore scrive nell’altra: “Justice to every one”. Ed è ancora una mano quella che cuce un filo rosso lungo la costa della Sicilia su una cartina, in Linea di costa. Forse è il rosso del sangue versato per approdarvi e forse la cucitura vuole rimediare, o semplicemente segnalare, marchiare.

Il progetto intrapreso dagli artisti Bianco e Valente, dunque, travalica il concetto di confine, di limes di stampo romano-imperiale, e punta sul confronto tra il presente e il passato per offrire visioni più illuminanti sul futuro.


[1] Intervista di Gianni Romano a Bianco – Valente, 1998.