Dopo il successo della prima edizione alla Galleria d’arte moderna di Roma, la mostra di Francesco Trombadori, L’essenziale verità delle cose, è visitabile a Palermo fino al 2 settembre 2018, inserita nel programma che vede la città “capitale italiana della cultura”.
Circa sessanta dipinti realizzati tra il 1915 e il 1961 giungono nel capoluogo siciliano da note collezioni pubbliche e private, insieme a disegni, libri, articoli di giornale e cataloghi di esposizioni provenienti dall’Archivio dello studio dell’artista a Villa Strohl-Fern, oggi casa-museo; con questo poderoso corpus documentario, infatti, si vuole anche ricordare l’attività critica svolta da Trombadori a partire dagli anni 20 per varie testate nazionali.
Il titolo della mostra richiama un pensiero dell’artista stesso, che attribuiva all’arte la caratteristica peculiare di esprimere “l’essenziale verità delle cose con profonda umanità e spiritualità”. Ed egli sembrò appunto voler assurgere alla verità delle cose, rappresentando la nudità semplice e sobria di una fanciulla che legge, la genuinità dei cavoli rossi su un tavolo o la luminosità della città natia.

Trombadori, siracusano, portò sempre nel cuore la propria terra, tanto da far affermare a Leonardo Sciascia che la sua pittura è “ineffabilmente, segretamente intrisa del suo nascere a Siracusa”; lo notiamo infatti già dal titolo della veduta di Siracusa mia!, che denota un attaccamento viscerale e spassionato a quel locus amoenus, intriso di storia e suggestione; di un biancore inconfondibile e abbagliante i gradoni del Teatro Greco visto dall’alto, circondato da un panorama verdeggiante che tra raduni di pioppi e altri fitti arboreti, degrada verso l’isola di Ortigia e un mare dall’azzurro intenso e reale. Una vista il cui ricordo non poteva cessare neanche a distanza.
Ma i moti sentimentali e nostalgici dell’artista non gli impedirono certo di esordire nella vivace Terza Saletta del Caffè Aragno a Roma, che come ricorda la curatrice, Giovanna Caterina de Feo, fu “il luogo di passaggio obbligato per chiunque avesse voluto partecipare alla vita politica e culturale della capitale”; ivi infatti il pittore respirò l’aria del Convito, rivista artistica e letteraria fondata da Adolfo De Bosis con Gabriele D’Annunzio e Angelo Conti. Per quella rivista era illustratore Giuseppe Cellini, la cui pittura divisionista confluì poi nell’esperienza della celebre Scuola Romana. Le prime mostre di Trombadori, svoltesi a Siracusa e a Roma, mostrano infatti opere divisioniste, nonostante già durante la guerra il pittore mostri di allontanarsi dal divisionismo.

Il primo periodo dell’arte di Trombadori è raccontato in mostra da disegni e illustrazioni, ma ricordiamo tra tutte le opere Il Viale di Villa Strohl-Fern, meticolosa rappresentazione di un viale ombreggiato dal forte potere evocativo e meditativo; sembra quasi di poter godere realmente dell’ombra ristoratrice degli alberi e del silenzio di una passeggiata nella natura odorosa e florida; e osserviamo anche il simbolista Alberi controluce, olio in cui le pennellate acquose rendono indefiniti contorni e forme, accrescendo la dimensione onirica e ambigua di una visione sicuramente più essenziale ma più densa di r rispetto al dipinto precedente.
Vi sono poi delle opere, precedenti la Prima guerra mondiale, in cui l’artista mostra la sua vicinanza a “Valori plastici”, la rivista di critica d’arte che teorizza il recupero della cultura figurativa classica e che tra i suoi esiti mostra quello del Realismo magico, un realismo cioè straniante e dall’assorta classicità cui Trombadori per l’appunto non è estraneo. Evidente infatti l’atmosfera sospesa e al contempo domestica della Fanciulla nuda che legge o della Natura morta con i cavoli rossi; nel primo caso notiamo il rimando alla scultura greca per la raffigurazione di un corpo nudo, parzialmente coperto da un panneggio bianco, e per il candore marmoreo dell’incarnato; nella natura morta fa da sfondo ai cavoli rossi il disegno di un volto posto di profilo, che evoca la ritrattistica rinascimentale.

Molte opere in questi anni vengono acquisite dal Comune di Roma e entrano a far parte delle collezioni della Galleria d’arte moderna. Molto fervido infatti il legame con il mondo culturale della capitale, se pensiamo anche alla scrittura come critico d’arte sulla rivista Circoli, per cui collaboravano intellettuali del calibro di Montale, Quasimodo, Saba, Ungaretti.
Più arduo, però, il periodo bellico e postbellico (1940-1950), cui Trombadori fa cenno nel drammatico Lo sbarco del pilota ferito, insolito dipinto accostabile a una fotografia per il carattere documentario.
Concludono il percorso i dipinti che si collocano tra il 1950 e il 1961, vedute della Sicilia e di Roma come Il Colosseo, in cui l’anfiteatro è immerso in un’atmosfera desolata e irreale, senza tempo e pervasa dai toni di un azzurro neutro; atmosfera lunare che notiamo anche nel Mattino a Ponte Sisto, in cui l’attenzione per la semplicità essenziale delle forme sembra prevalere sulla resa verosimile dei particolari ambientali e architettonici. Lunari anche gli scorci legati alla Sicilia, come l’immobile e cinerina veduta della Fonte Aretusa e la Casa dei fichi d’India, sul cui silenzio attonito e affascinante incombe un cielo carico di pioggia.

Torna dunque in Sicilia, dieci anni dopo la mostra monografica a Siracusa, l’opera di un artista da ricordare, poiché uno dei principali rappresentanti di note tendenze artistiche del primo ʾ900; artista sentimentale e realista, dall’animo colto e al contempo lirico, senza per ciò risultare pedante, né stucchevole.