Fino al 31 dicembre nel territorio ennese è in mostra l’esposizione diffusa Equus inter lumina, dell’artista messicano Gustavo Aceves e a cura di Vincenzo Sanfo e Nicola Barbatelli. La rassegna si sviluppa in sei siti diversi di quattro comuni: Piazza Armerina, Aidone, Pietraperzia e Mazzarino. Suo fulcro è la piazzese Villa Romana del Casale, noto Patrimonio dell’Umanità Unesco, ove Aceves espone monumentali sculture di cavalli; sempre a Piazza Armerina, all’ingresso del seicentesco Palazzo Trigona e nella chiesa di Sant’Anna, sono esposte altre opere equestri. Il Museo archeologico e la chiesa di San Domenico nella città di Aidone, infine, accolgono cavalli di gesso bianco, così come il palazzo comunale di Mazzarino e il Teatro Regina Margherita di Pietraperzia.
La ricerca plastica dell’artista messicano, come possiamo notare, è da tempo incentrata sulla rielaborazione formale e simbolica della figura equina.

Equus inter lumina fa parte di Lapidarium, progetto internazionale di Aceves che dal 2014 si sviluppa tra Berlino, Roma, Atene, Parigi, Pechino, San Pietroburgo e Città del Messico.
Scenografiche le tre sculture collocate nella Villa del Casale: il Cavallo della vera croce, il Cavallo della discordia ed Helios, di giorno illuminate dalla luce naturale, di notte da luci a Led posizionate appositamente per creare forti contrasti chiaroscurali che esaltano i volumi.
Helios fa riferimento al dio greco che vola su un carro trainato da focosi cavalli e mostra un animale in “ascesi plastica”, con il busto segmentato ma retto da un asse verticale che lo collega al sole e al cosmo. Qui il cavallo si fa totem e rimane sospeso, interrotto da una colonna che vorrebbe smembrare il suo tempo; nasce dunque la tensione di una corsa bloccata da varchi e fenditure, come quelle che percorrono la superficie ossidata dell’opera, che suggeriscono erosione ma anche possibilità di luce e rivelazione.

Molto simile il Cavallo della vera croce, che però richiama l’iconografia cristiana della croce su cui si ritiene sia stato crocifisso Cristo e che viene qui associata a un animale che da sempre è collegato a storie di sacrificio e redenzione. È anch’esso un cavallo dolente, la cui materia lacerata mostra carne e osso ed evoca un corpo oggetto di martirio. Nella Villa del Casale il cavallo dialoga profondamente con le trame musive della “Grande caccia” o con le celebrazioni equestri del potere tardoimperiale, ma mentre qui è metafora di potenza e dominio, nell’arte di Aceves è fragilità e richiesta di aiuto in nome di un’umanità afflitta.

Traumi e ferite sono esasperati nel Cavallo della discordia, una figura qui molto più instabile e irrequieta, in bilico tra azione e crollo. La materia si sfalda fino al detrito, le gambe si frantumano in modo inverosimile, le costolature appaiono come fossili. La discordia allude ai conflitti storico-politici che hanno coinvolto la Sicilia, dalle guerre puniche alle invasioni saracene ma anche alle crisi identitarie di un Occidente sempre più naufrago. Il corpo spezzato dell’animale quindi contrasta con l’ambiente rigorosamente geometrico dei mosaici, palesando la differenza tra quiete e disordine.

Ecco quindi in Sicilia i cavalli di Aceves, figure travagliate, frammentate ma mai vinte, emblema dell’esistenza umana e di un’attualità lacerata ma per fortuna non sempre soccombente.