A Gibellina, proclamata capitale italiana dell’arte contemporanea, è in mostra l’installazione “Il Cretto è casa mia”, risultato di un progetto fotografico partecipativo avviato nel 2023 destinato a diventare l’archivio dei ritratti degli ultimi abitanti di Gibellina vecchia.

Il nefasto terremoto del Belice nel gennaio del 1968 ha interamente raso al suolo la città gibellinese, sulle cui macerie Alberto Burri ha steso il suo muto “sudario” di cemento, il Grande Cretto. È qui che i suoi abitanti vengono fotografati, nella loro “casa” di un tempo, ora simbolica e carica di sacralità e mestizia, ma anche segno di rinascita creativa e memoria sempiterna.

Sono trascorsi quasi cinquant’anni da quando un’anziana donna, intervistata in un servizio RAI dopo il terremoto, diceva: “Vugliu stari cca iu, picchì mi piaci ndra ‘nni mia. E si moru, moru indra ‘nni mia. E basta.” (“Io voglio stare qui, perché mi piace stare a casa mia. E se muoio, muoio a casa mia. E basta.”) A Gibellina persero la vita novantanove persone e i sopravvissuti abbandonarono le proprie case senza sapere che non vi avrebbero fatto mai più ritorno. Tommaso per esempio racconta: “Nessuno quando è uscito di casa ha pensato ‘qui non torno più’. Non abbiamo salvato niente, solo due piatti. Siamo usciti di casa e pensavamo di tornare subito dopo”. Nonostante lo scenario apocalittico però, molti si accamparono tra le macerie, irremovibili, a dispetto degli schiaffi del vento che assaltava furente una zona dove il mare non poteva giungere a mitigarne il clima.

Il progetto, curato da Nicolò Stabile, con fotografie di Giuseppe Ippolito e testimonianze raccolte da Giovanna Giordano, coniuga immagini fotografiche e racconto orale per consacrare il legame viscerale tra la comunità gibellinese e l’opera di Burri.
Dice Rosalia: “Del Cretto mi piace il bianco perché è un colore bellissimo. È il colore del gelsomino. Non siamo paurosi noi.”
Mentre Peppe: “A Gibellina c’erano i dolci di cannella, il gesso che brillava come i diamanti, la paglia nell’aia per le fornaci e una vasca di alabastro dove andavano a bere gli uccellini.”

Franca afferma che “è stato un vortice e siamo caduti, ma ci siamo rialzati più forti di prima. Presto è arrivata l’allegria perché non si pensava più al terremoto, ma ai bisogni della gente. Quando si pensa agli altri passa la tristezza.”
Ogni ritratto, ogni scatto realizzato con sensibilità da Giuseppe Ippolito contribuisce a edificare una mappa di memorie. Piero afferma infatti: “Il paesaggio che delimita il Cretto è la terra dove sono nato. C’è un biancore sacrale che mi rassicura. Quel paesaggio ancora adesso mi accoglie”.
Rosalia ricorda anche: “Dopo il terremoto non c’era più il ricco e il povero, e avevo il cuore contento. La salvezza è stata scappare. Spesso se uno scappa, si salva”.

Emblematica, poi, l’affermazione di Lia: “Mio padre non voleva lasciare Gibellina per nessuna ragione. Gibellina è per tutti noi una calamita.” Una calamita che vince sulla calamità.
L’archivio è in divenire, nuovi ritratti e testimonianze si aggiungeranno nel tempo; gli organizzatori della mostra, infatti, invitano ancora altri abitanti della vecchia Gibellina a contattarli se desiderano partecipare.
Oggi dunque il progetto di Nicolò Stabile, grazie alle voci di Peppe, di Franca, di Rosalia, o Tommaso, ribadisce che un monumento è casa e non ha mai cessato di esserlo.
