In mostra presso il Palazzo della Cultura di Catania il progetto Eteria, in cui Andrea Chisesi interpreta in chiave contemporanea le figure di noti santi e martiri venerati in Sicilia, da Sant’Agata, patrona di Catania, a Santa Rosalia, protettrice di Palermo, a San Sebastiano, Santa Lucia, etc.
I santi in mostra, oggetto di numerosi culti religiosi, sono rappresentati mediante una rivisitazione dell’iconografia tradizionale, come accade per Santa Lucia, proposta richiamando il suo noto santino ma con un portalentine sul piattino al posto degli occhi, poiché secondo Chisesi le lentine sono “occhi contemporanei”.

All’ingresso il visitatore è accolto da un banchetto su cui inginocchiarsi, con su uno specchio e la frase a parete “Confessati con te stesso e paga la tua indulgenza”, mentre per accedere alla mostra deve transitare sotto le sinuose e colorate volute degli stessi archi luminosi che abbelliscono le città siciliane in occasione delle feste patronali. E in un attimo sembra quasi di sentire il profumo delle noccioline caramellate e dello zucchero filato, di scorgere palloncini svolazzanti sfuggiti ai più piccoli, o la messa in piega delle devote agghindate per l’occasione, i piatti e i tamburi della banda, il fragore dei giochi pirotecnici.
Fonte di ispirazione per la collezione Eteria sono stati i santini regalati dalla madre all’artista e da lui rielaborati con un linguaggio pop articolatosi mediante stratificazioni fotografiche e strappi; Chisesi infatti incolla e ridipinge manifesti raccolti dalla strada, rubando al deterioramento del vissuto metropolitano lembi di contemporaneità e strizzando l’occhio a Mimmo Rotella. Nascono così le fusioni, termine con cui l’artista definisce la sua tecnica, un incrocio tra pittura e fotografia; gli strumenti utilizzati, infatti, sono tele, cartelli stradali e cartoni preparati con gesso di Bologna, colori acrilici, giornali o manifesti strappati dalla strada, stratificazioni di pitture e foglia oro, con l’obiettivo di creare una texture adeguata all’immagine finale risultante dalla fusione.

Chisesi racconta che sin da piccolo è stato attratto dalle immagini votive, al punto da iniziare a collezionarle a diciotto anni. Il padre peraltro, grafico e studioso di icone sacre, scrisse un saggio sull’iconografia dei santi. Le immaginette dell’artista sono fedeli alle loro centenarie simbologie, ma rielaborate con dei riferimenti alla società contemporanea per risultare più accostanti e critiche; le sante, infatti, quelle “bambine ribelli i cui ideali e dissenso sono costati la vita”, afferma Chisesi, sembrano tutte adolescenti del nostro tempo.
Il termine “eteria” deriva dal greco antico e indica “un’associazione di compagni che solidarizza per interessi comuni”; in tal senso Chisesi costituisce una vera e propria eteria di santi, “una fabbrica”, come la definisce il curatore Giuseppe Stagnitta, ricordando il bisogno che la Chiesa ha dell’arte e che Papa Giovanni Paolo II ha richiamato nella Lettera agli artisti del 1999. Ma il significato di eteria va ben oltre: talora si trattava di consorterie animate da regole rigide ed estreme, come l’esclusione delle donne o la pederastia come forma educativa. Il percorso di tante sante e martiri, non a caso, pullula di patriarcato, violenza, diritti negati, vite mercificate per l’arricchimento del patrimonio familiare.

In Eteria, che si snoda attraverso più di settanta opere, un posto privilegiato è per Sant’Agata, patrona della città che ospita la mostra di Chisesi; quest’ultimo afferma: “la mia Sant’Agata l’ho voluta rappresentare con la tenaglia e la palma, simbolo del martirio”. Sul piatto la santa ha due dolci catanesi (le minne), simbolo della mutilazione subita al seno, ed è poi rappresentata anche con i fiori del castagno e i garofani, generalmente posti sul fercolo; infine la sua immagine è racchiusa entro le luminarie tipiche della festa catanese a lei dedicata. Chisesi racconta che nel periodo della preparazione di quest’opera, mentre si trovava da un rigattiere, si trovò tra le mani proprio una reliquia di Sant’Agata; questo è stato per lui un segno inequivocabile, per cui la scelta del luogo espositivo non poteva che ricadere su Catania.
Proprio nella sala in cui si trova Sant’Agata sono esposti anche dipinti rappresentanti fuochi d’artificio, che a volte in chiave espressionista e gestuale, altre con forme astratte e vivaci evocanti Kandinsky o Mirò, traducono i giochi pirotecnici in un floreale e caleidoscopico inno alla vita; Fuoco Sant’Agata, ad esempio, è il fuoco più grande che Chisesi ha dipinto finora ed è dedicato proprio alla santa catanese.

Conclude il percorso espositivo l’opera dedicata al caso della giovane Saman Abbas, ragazza pakistana scomparsa nel reggiano, che Chisesi rappresenta con una pala e un paio di sneakers in mano come emblema di emancipazione e integrazione nella società. Il martirio infatti non è solo un fenomeno religioso.
Quindi con la mostra di Chisesi il santino, da “immagine intima, tascabile e non condivisa, a uso e consumo della devozione popolare”, afferma il curatore Stagnitta, diventa ora manifesto critico e opera d’arte. Come nota inoltre la curatrice Marcella Damigella, il pregio dell’esposizione sta anche nella valorizzazione della cultura popolare e del folclore siciliano, contaminati con la cultura del XXI secolo: “l’artista dipinge le sue icone con i simboli della nuova società, nel pieno rispetto della tradizione che trae origine dalla sua terra.

Di padre palermitano, infatti, Chisesi apprende le usanze siciliane tramandate dai nonni, ricordi di un’infanzia piena di credenze e riti propiziatori, di sarmatiche suggestioni. E con il bisogno di rendere sempre vive nella memoria i luoghi di un tempo passato, rinnova il culto attraverso la ‘preghiera’ del pop”.