In mostra a Catania “Fare cose” di Alfredo Pirri, a cura di Cesare Biasini Selvaggi e Gianluca Collica. Il progetto è concepito ad hoc per i grandi spazi post-industriali della Fondazione Brodbeck, che facevano parte di un’ex fabbrica di liquirizia ubicata nello storico quartiere di San Cristoforo.
L’esposizione segna l’apice di un dialogo tra artista e fondazione iniziato diciotto anni addietro e si snoda in un ambito retrospettivo da un lato e un racconto inedito, site-specific, dall’altro, immergendo il visitatore in toto in un ampio allestimento.

Presenti infatti le opere storiche di Pirri, come Cure, installazione pensata originariamente in occasione di Aperto ʼ88, sezione giovani della Biennale di Venezia ideata da Achille Bonito Oliva e Harald Szeemann; in mostra anche ricerche più recenti ed esclusive come il Progetto Archivio. Ne risulta un dialogo “totale” tra installazioni, dipinti, sculture, disegni e progetti, una rilettura del percorso creativo dell’artista che si fa narrazione pervasiva e sperimentale.
Cardine dell’esposizione è l’interazione tra arte e architettura, tra poetica e materia concreta, luminosa, ambientale. L’opera non ha una funzione meramente contemplativa ma si fa esperienza, da percepire e attraversare, anche tramite media evocativi della natura siciliana come il tufo di Lentini.

La lettura delle opere di Pirri inchioda come un enigma e proprio per questo non suscita riflessioni chiuse ma domande attive e sempre aperte; si tratta infatti, come dichiara il curatore Selvaggi, di “una pratica che implica una comprensione sempre sfuggente delle cose, la stessa postulata nel Principio di Indeterminazione da Werner Heisenberg scoprendo la natura probabilistica delle leggi della meccanica quantistica e i grossi limiti che ne derivano per il nostro grado di conoscenza della realtà”.
Del ciclo Compagni e angeli fanno parte una scultura e trentadue acquerelli; il titolo si ispira alla canzone La rosa di Turi del gruppo pugliese Al Darawish, dedicata a una lettera scritta da Gramsci in carcere alla cognata Tatiana nel 1929. I lavori di Pirri si riferiscono soprattutto ai passaggi in cui l’autore descrive la condizione del detenuto e sul fondo di ogni acquerello viene riprodotta una copertina dei quaderni gramsciani: su queste immagini l’artista dipinge geometrie ad acquerello realizzate a tampone, forme sospese e mutevoli, mai concluse, mentre i contrasti cromatici alludono alle “architetture mentali” generate dal pensiero libero dell’autore nella cella.

In Di luce di fango – Arie per Catania troviamo un progetto articolato in due nuclei distinti e collocati in altrettanti padiglioni della mostra. Nel Padiglione 1 vi è un’ampia installazione articolata in pannelli di plexiglas, che fanno trasparire e inglobano piume, così da produrre stratificazioni cromatiche e rifrazioni che mutano secondo lo sguardo. La semisfera vetrata regola e sparge luce, mentre lo specchio moltiplica le immagini coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza percettiva, luminosa e materica mai uguale. Nel Padiglione 2 sono presentate nove carte incise e dipinte, inserite in una partitura lignea e simili a visioni cosmiche o mappe sonore, ora riconducibili a strutture autonome, ora a estensioni spaziali dell’opera. La distanza tra le due installazioni nella medesima location è voluta e serve a rappresentare metaforicamente l’unione tra le opere passate e presenti di Pirri.

L’artista inoltre apre il suo personale archivio al pubblico in mostra, con il Progetto Archivio FWD-RWD, allo scopo di suggerire la promozione del concetto di conservazione e tutela dei beni culturali e offrire la possibilità di riattivare sapere e memoria. “Archivio RWD-FWD – spiega – si chiama come i tasti delle vecchie mangiacassette, che consentivano di andare rapidamente avanti e indietro; ha una forma circolare in cui il tempo non fa differenza fra un prima e un dopo. Nei vari fascicoli, articolati per anno e numerati, sono raccolte circa mille e cinquecento immagini dei miei progetti degli ultimi quarant’anni. Sono a disposizione del visitatore che può visionarle e anche costruire una mostra, frutto della sua visione del mio lavoro”.
Ecco dunque che con Alfredo Pirri l’architettura, la materia e le immagini visive si pongono come ponte tra racconto mnemonico di ciò che già sussiste ma anche come costruzione possibilista, come varco verso nuove dimensioni.