Con una nuova esposizione rivivono a Catania gli intenti che già avevano animato la mostra Il tesoro d’Italia, svoltasi a Milano nel 2015: ivi si ripercorrevano le mirabili creazioni del genio umano, dal Piemonte alla Sicilia; anche adesso, con i Tesori nascosti di Castello Ursino, si racconta lo svolgimento della storia dell’arte italiana, dall’artista che è considerato uno dei “padri” della pittura, Giotto, al principale protagonista della Metafisica, Giorgio de Chirico. “L’Italia, del resto, è il luogo della felicità compiuta – afferma il curatore, Vittorio Sgarbi – Di questo è stato pienamente consapevole, da Stendhal a Bernard Berenson, qualunque straniero abbia eletto il nostro paese a sua patria, non potendo immaginare un luogo di maggiore beatitudine sulla terra”.

Sgarbi sottolinea che il pregio dell’arte italiana consiste nel dialogo fattivo tra le opere maggiori e gli ambiti minori, anch’essi degni di credito. Ciò lo si può constatare in occasione del nuovo evento catanese, costituito da una selezione ragionata di più di cento opere, sia dipinti che sculture, provenienti da celebri raccolte private italiane. Tesori ‘nascosti’, appunto.

Si rivive dunque un percorso della storia dell’arte italiana di oltre sette secoli, dalla fine del ’200 alla metà del ’900, da Giotto a de Chirico, discorrendo di tematiche sacre come di quelle mitologiche, dal genere della natura morta al ritratto e al paesaggio.

L’esposizione si apre con la Madonna realizzata da Giotto (e probabilmente anche da un suo collaboratore), che comprova il rinnovamento della pittura: l’artista infatti, tramite una fisicità realistica, spazi abitabili concreti e cenni di profondità prospettica, opera una rivoluzione rispetto alle più astratte immagini bizantine. Le sue rappresentazioni sono certo più umane e meno ieratiche.

Aprono la mostra anche due teste muliebri di marmo, Testa muliebre con corona e Testa muliebre con velo, prime sculture “italiane” riferite a un maestro federiciano della metà del ’200; è da notare la loro capacità espressiva, soprattutto nella figura con il velo, che cede a un sorriso naturale e verace.

Riconosciamo poi capolavori rinascimentali come la Madonna in trono con il Bambino di Antonello de Saliba, una delle opere migliori del cugino di Antonello da Messina, nonostante siano state notate qualità espressive non spiccate e riscontrate la rigidità della figura del Bambino e la leziosità della Vergine; l’attenzione per i dettagli, la vivacità cromatica e i pregi decorativi, come le morbide e numerose pieghe della veste, rendono dinamica e piacevole la rappresentazione.

Certo meno rigida, più verosimile e umana la cinquecentesca figura della Vergine Maria di Paolo Veronese, leggermente chinata in avanti, intenta a coprirsi, quasi sofferente nell’espressione; si noti la distanza rispetto al tonalismo veneziano, data dall’uso di un disegno definito e da colori netti, come anche i tocchi di luce, che infatti impreziosiscono pittoricamente la figura e determinano intensi contrasti rispetto alle sue ombre e a quelle della nicchia.

Di suggestione caravaggesca, poi, la luce de Il ritorno del figliol prodigo di Mattia Preti, pittore seicentesco di Taverna, che dipinge con accuratezza di particolari e rilevanti capacità espressive. Si noti come, rispetto alle opere summenzionate, sia accentuato il naturalismo delle figure, sempre più realistiche, intense e disinvolte nell’azione, che diventa persino noncurante del punto di vista dello spettatore nel caso della donna posta di spalle a sinistra (compensata tuttavia dallo sguardo diretto del bambino sottostante).

Molteplici i capolavori della pittura del ’700 e dell’800, come la Natività di Cristo di Ignaz Stern, detto Ignazio Stella; una luce bianca e innaturale, irradiata dal Bambino, schiarisce gli incarnati dei personaggi che si affollano entusiasti attorno a lui, sino a rendere perlaceo il volto della Madonna. Particolarmente icastici i personaggi, come possiamo notare osservando i sorrisi degli angeli, il viso estatico della Vergine e quello incantato e contemplativo di San Giuseppe.

Soave quanto meticolosa la resa del paesaggio in I templi di Paestum di Anton Sminck Van Pitloo, pittore olandese protagonista della Scuola di Posillipo; l’ambiente naturale è intriso di quiete bucolica e di un realismo poetico, anche grazie a una luce delicata, come i particolari degli uccelli che punteggiano il cielo terso o i piccoli fiori che si intravedono tra le erbe e il terreno.

Tra le opere del ’900 riconosciamo L’interno con vaso di fiori di Filippo de Pisis, ove cadono i riferimenti spaziali e le forme verosimili cui secoli di pittura ci hanno abituati; qui infatti forme e spazio risultano solo dalla pittura e dai colori. Nessun disegno se non quello che consegue le pennellate gestuali e i tratti di colore accostati o sovrapposti. Solo pittura e colore anche nella Natura morta con cesoie di Fausto Pirandello, figlio del celebre Luigi; nell’opera gli oggetti sono anche deformati e stravolti. Certo più ordinati appaiono però quelli di Damigiana e bottacino (Natura morta nordica) di Renato Guttuso, sebbene la logica sia la medesima delle opere precedenti, in quanto motivo conduttore dell’arte di cui, dal Postimpressionismo a oggi, sono state decretate cadute le regole tradizionali.

Dall’11 dicembre, inoltre, la mostra si arricchisce dell’importantissima acquisizione di un’opera attribuita ad Antonello da Messina, la Madonna con il Bambino benedicente e francescano in adorazione (recto) e Ecce Homo (verso). Il dipinto, di soli 16 x 11,9 x 0,6 cm (ma non per questo meno importante), databile al 1465-1470, ha fatto parte della collezione privata berlinese di Wilhelm Soldan dal 1930 ed è stato acquistato nel 2003 dalla Regione siciliana ad un’asta di Christie’s. Le piccolissime dimensioni fanno pensare ad un’opera di devozione privata, probabilmente un’effigie destinata alla cella di un frate. La tavola bifronte mostra agganci alla pittura fiamminga e provenzale, testimoniando così i legami europei di Antonello.

Si sciorina dunque davanti ai nostri occhi, nello scenario del Castello Ursino di Catania, un excursus sintetico ma comunque vasto e imperdibile dell’arte italiana.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Paolo Caliari, detto Il Veronese, Vergine Maria, 1565-1570, olio su tela, 85 x 35 cm, collezione privata
  2. Giotto di Bondone (e collaboratore?), Madonna, fine XIII secolo, tempera su tavola, 37,3 x 41,5 cm, Roma, collezione Di Castro
  3. Antonello de Saliba, Madonna in trono con il Bambino, 1497, olio su tavola, 125,5 x 76,5 cm, Catania, Castello Ursino
  4. Mattia Preti, Il ritorno del figliol prodigo, 1640-1645, olio su tela, 123,5 x 171,5 cm, collezione privata
  5. Anton Sminck van Pitloo, I templi di Paestum, 1826, olio su tela, 98 x 130 cm, Collezione Venceslao Di Persio
  6. Renato Guttuso, Damigiana e bottacino (Natura morta nordica), 1959, olio su tela, 110,2 x 140,2 cm, Sicily Art and Culture, Palermo, società strumentale della Fondazione Sicilia
  7. Vittorio Sgarbi accanto alla Tavola Bifronte, in mostra
    © foto Nicolò Brunelli

IN COPERTINA

Renato Guttuso, Damigiana e bottacino (Natura morta nordica), 1959, olio su tela, 110,2 x 140,2 cm, Sicily Art and Culture, Palermo, società strumentale della Fondazione Sicilia
[particolare]

Orari:
da lunedì a venerdì dalle ore 09:00 alle ore 19:00. Sabato e domenica dalle ore 9.00 alle ore 21.00. La biglietteria chiude un’ora prima

Luogo: Museo Civico Castello Ursino, Piazza Federico II di Svevia, 24 Catania

Dove e quando

Evento: Da Giotto a de Chirico. I tesori nascosti.

Indirizzo:
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Fino al: 20180520