L’edizione ventisei del Festival Verdi, dal titolo Mondi lontani, si è aperta giovedì 1° ottobre con Alzira, autentica rarità se si pensa che, dal debutto napoletano del 12 agosto 1845, è tornata in scena per il Festival una sola volta, nel 2002. Ambientata nel Cinquecento in Perù al tempo dei conquistadores, è l’opera (l’ottava) geograficamente più lontana dall’Europa scritta dal Maestro su libretto di Salvadore Cammarano tratto dalla tragedia di Voltaire Alzire, oules Américains (1736).

Commissionata da Vincenzo Flauto per il Teatro di San Carlo, nei cosiddetti «anni di galera» del compositore, nella vicenda, la protagonista del titolo e figlia del cacicco Ataliba, ama il guerriero inca Zamoro. Creduto morto è costretta a sposare il governatore spagnolo Gusmano per garantire la pace, ma, quando Zamoro riappare e viene catturato, la donna accetta le nozze per salvare la vita all’amato. Però, durante la cerimonia, sarà lo stesso Zamoro a colpire il rivale e, sul punto di morte, Gusmano perdona il guerriero inca e benedice gli amanti.

Da sempre, sulla partitura di Alzira pesa il giudizio sferzante che la tradizione attribuisce allo stesso Verdi, ma quella frase (come ricostruisce Giuseppe Martini nel programma di sala ridimensionando il verdetto) nasce da un sentito dire di seconda mano, riferito decenni dopo da un biografo che l’avrebbe raccolta da un’amica del compositore: «È chiaro che in queste condizioni non si può avere certezze sulla forma e sul tono in cui fu pronunciata quella frase. Nel giudizio retrospettivo di Verdi, Alzira non tanto possedeva titoli di demerito, quanto semmai non possedeva particolari titoli di merito». Un verdetto che oggi, a quasi due secoli di distanza, la critica tende a rivalutare: l’opera conserva pagine di autentica ispirazione melodica – la sinfonia, la cavatina di Zamoro, il finale del primo atto – nelle quali, scrive ancora Martini «il valore di alcuni dei suoi addendi è superiore alla loro somma».

Il nuovo allestimento, realizzato nei laboratori di scenografia e sartoria del Teatro Regio di Parma, è firmato da Manuel Renga, con scene e costumi di Aurelio Colombo, luci di Emanuele Agliati e coreografie di Paola Lattanzi. In conferenza stampa, il regista ha precisato: «Il Nuovo Mondo in Alzira va pensato non solo come luogo geografico, uno spazio sconosciuto da “scoprire”, ma come metafora carica di valori etici e morali, su tutti il rapporto con il diverso, l’altro, l’alterità dei mondi, dei popoli, dei generi. L’opposizione tra il barbaro e il cristiano si rovescia, e i veri barbari sembrano essere gli europei. Alzira è una donna sola in un mondo oppresso e gestito da uomini: merce di scambio, oggetto pacificatore, sacrificio per l’ultimo barlume d’amore, per la speranza della sua terra, per sé stessa».

A dirigere la Filarmonica Arturo Toscanini, il Coro del Teatro Regio di Parma (preparato da Martino Faggiani) e il cast vocale, è stato chiamato James Conlon, che aveva dichiarato: «Alzira è la mia diciottesima opera verdiana, non avevo mai pensato di dirigerla: anch’io ero fra quelli che avevano accolto l’opinione secondo cui non valesse il tempo e lo sforzo necessari ad affrontarla. Questa occasione rappresenta per me una gradita opportunità per mettere in discussione quel mio preconcetto, e spero che possa esserlo anche per altri. Ciò che non viene eseguito è destinato a essere sconosciuto, ciò che è sconosciuto non può essere amato, e ciò che non è amato languisce ai margini dell’esistenza, invece di vivere. I suoi punti di forza risiedono in quell’ispirazione melodica tipica del primo periodo verdiano, nell’energia giovanile e nella forza dell’impeto drammatico, soprattutto nella scrittura per soprano e baritono: preparano il terreno al decennio successivo, Luisa Miller, Leonora, Violetta, Amelia ed Hélène».

Il direttore statunitense, ha poi aggiunto «Nel complesso, in Alzira c’è molta musica meravigliosa da ascoltare: una successione di splendidi duetti e arie, due concertati superbi e un’eccellente ouverture. Quali che siano le sue debolezze, Alzira merita un posto assolutamente degno nella produzione verdiana e non l’oblio che ne ha segnato la storia».

Cinque recite totali – presenti alla replica di giovedì 8 ottobre a cui seguirà quella di sabato 17 – in un teatro Regio affollato tanta è la curiosità per quest’opera che non viene quasi mai rappresentata, appuntamento inderogabile per i melomani in cerca di rarità. Tra l’altro, fa molto piacere vedere in platea persone di varie nazionalità giunte a Parma per rendere omaggio alla musica verdiana. Il sipario è aperto e, nel boccascena, tutto è bianco a rappresentare il sacro, la purezza e, sospeso in aria, un girasole dorato. L’impianto è fisso con pareti e sipari che, calando, ricreano gli ambienti. Il bianco poi svanisce e, dietro al sipario, un campo bruciato con al centro una fossa riempita di corpi umani. In seguito verrà calata la stanza rossa del potere – dove la Spagna ha accumulato ricchezze – e le pareti hanno il colore del sangue.

Molti sono i simboli in questo allestimento come la Croce cristiana illuminata di bianco, luci e colori sono bellissimi e cangianti. I costumi degli spagnoli sono, per metà quasi contemporanei e, per l’altra metà, sontuosi e storici. Gli Inca vestono come i campesinos sudamericani, anche mimi e danzatori indossano il rosso dei costumi tradizionali Inca muovendosi con maestria (istruiti dalla coreografa Paola Lattanzi). Nel complesso uno spettacolo raffinato e suggestivo.

La parte musicale, affidata a James Conlon che ha debuttato in quest’opera come il resto dei cantanti solisti. Con l’Orchestra al meglio, la lettura può essere elegante e poderosa e anche il Coro, sin dall’inzio, si rivela vincente.
Il cast annovera il soprano Marta Torbidoni nei panni della protagonista e, in questa parte impervia, forse uno dei ruoli più difficili scritti dal giovane Verdi, sfodera tecnica, bellissimo colore e bravura nelle agilità.

Il tenore Antonio Poli è uno Zamoro pieno di passione: la sua emissione è sicura, squillo eroico e padronanza della scena fanno la differenza.
Il baritono Daniel Luis de Vicente dà a Gusmano voce brunita, smalto e corpo convincendo pienamente.
Molto bene il basso Alessio Cacciamani (Alvaro) come l’altro basso, Agostino Subacchi (Ataliba).
Alla fine grandissimi applausi per tutti augurandoci di riascoltarla presto in altre produzioni così che non ricada nell’oblio.