Simon Boccanegra è il secondo titolo al Festival Verdi con Michele Mariotti, sul podio dell’Orchestra e del Coro del Teatro Comunale di Bologna, tornato a dirigere la partitura del suo primo Verdi dopo quattordici anni.
Opera politica, dai toni cupi, in un prologo e tre atti, ha faticato a imporsi tra i lavori del grande repertorio tanto che, al debutto del 12 marzo 1857, al Teatro La Fenice di Venezia nell’originaria versione composta su libretto di Francesco Maria Piave, riscosse un clamoroso insuccesso.
Come spiega Giuseppe Martini (che cura il ciclo di incontri di presentazione “Prima che si alzi il sipario”), le ragioni dell’insuccesso, oltre alla difficoltà del Maestro di seguire la progressione del lavoro di Piave, trovandosi in quegli anni a Parigi, sono da rintracciarsi nel “colore dell’opera, che tutti giudicarono lugubre e severo, con melodie non memorabili e un insieme che non fa subito colpo”.

Arrigo Boito, al quale Verdi commissionò una revisione del libretto, la definì un “tavolo che tentenna”. Il lavoro di revisione si svolse da dicembre a febbraio. All’inizio sembrava si limitasse a poche, seppur importanti modifiche, poi, musicista e poeta si trovarono concordi al cambiamento della seconda parte del primo atto e del finale, in stile grand opéra, della versione veneziana. Viene così inserita la complessa scena del Senato con la famosa citazione dell’appello del Petrarca («il romito di Sorga») e con la maledizione di Paolo (il «manigoldo impuro»), uno degli affreschi più impressionanti di tutto il teatro verdiano.

Dopo tale riorganizzazione la concezione drammaturgica di Verdi segna una nuova svolta che anticiperà il successivo Otello “attraverso l’abbandono del pezzo chiuso e la ricerca di un discorso musicale ininterrotto che abbracci l’azione drammatica da un capo all’altro in un respiro unitario. […] Il nuovo Simone rimane pur sempre un’opera che narra le vicende di un potere minacciato […], di lotte fratricide fra patrizi e plebei, di rivalità fra nobili e mercanti, che scorre fra vendette, tradimenti, rapimenti, pugnali, veleni… Ma la revisione, pur mantenendo gran parte della musica vecchia, lo rende interamente nuovo, nuovo soprattutto per concezione drammaturgica. Vero è che gli elementi di una nuova drammaturgia musicale erano pur presenti nella primitiva versione: ma non interamente sviluppati e risolti.” ***
Però, nonostante questo e il successo della versione definitiva (24 marzo 1881 Teatro alla Scala) l’opera resterà parzialmente sconosciuta e, per annoverarla tra i capolavori, bisognerà attendere il 1971 e l’allestimento – sempre per il tempo operistico meneghino – firmato da Giorgio Strehler e la direzione di Claudio Abbado.

La scelta del Regio di Parma, di realizzare questo nuovo allestimento in forma di concerto, ben si concilia con un’opera di grandi sfumature e raffinatezze sonore e interpretative e che esige una grande cura del dettaglio, ma è al tempo stesso, per Michele Mariotti una “doppia sfida, stimolante, perché noi interpreti dobbiamo sostituirci alla regia, restituendo attraverso i recitativi e il ritmo dell’esecuzione tutta la teatralità della partitura”.

Michele Mariotti, una giovane e talentuosa bacchetta in continua ascesa, in questo periodo sta debuttando sul podio della Wiener Staatsoper di Vienna con il Barbiere di Siviglia (con un cast stellare), nominato, inoltre, nuovo direttore del Teatro dell’Opera di Roma, ricordiamo era stato ospite al Festival Verdi dello scorso anno con Ernani (sempre in forma di concerto).

Dopo il grandissimo successo della Messa da Requiem - andata in scena il 2 ottobre diretta dal maestro Daniele Gatti con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, Coro del Teatro Regio e quattro solisti d’eccezione – ieri sera la prima delle due date previste (l’altra è programmata per sabato prossimo) di un dramma della solitudine, la vicenda umana e politica del protagonista del titolo, nei panni del doge di Genova che si trova a conoscere il successo politico nel momento in cui scopre la morte della donna che ama.

Ancora Michele Mariotti: “La solitudine del potere che logora. Quella di un uomo, un corsaro, per il quale il mare era tutta la vita e che voleva solo navigare libero. Ma, suo malgrado, si ritrova doge. E deve fare i conti con la solitudine di un (vero) leader. Acclamato dal popolo, ma solo. Solo a piangere, a gridare pace mentre i genovesi sono accecati dall’odio e si scagliano uno contro l’altro” e prosegue spiegando come, rispetto all’edizione del 2007 “oggi ritrovo con piacere orchestra e coro qui a Parma, quasi a chiudere un cerchio. Era il mio primo Verdi. Primo di molti. Ma da allora non ho più diretto Simone. Quattordici anni di vita. Tanto che in questi mesi non mi sono limitato ad un ripasso, ma ho ristudiato completamente l’opera. E ho voluto una partitura nuova, senza segni”.

Il Direttore, coadiuvato dall’Orchestra e dal Coro del Teatro Comunale di Bologna, sin dal prologo, in un un costante crescendo, ha esaltato le parti più nascoste dalla partitura verdiana. Preciso negli attacchi orchestrali, ha fatto ascoltare suoni meravigliosi anche per la simbiosi dei cantanti.
Simone, del baritono Igor Golovatenko, bellissima voce e sempre preciso.
Ineccepibile Jacopo Fiesco del basso Michele Pertusi reduce applauditissimo dalla Linda di Chamonix a Firenze.
Bravissima, la sua voce è veramente un dono, Maria del soprano Angela Meade che presto la vedremo in Norma a Piacenza.

Ottima performance del cattivo della situazione, Paolo (basso) interpretato da Sergio Vitale.
Graditissima sorpresa è stato Gabriele del tenore Riccardo della Sciucca.
Bellissima anche la voce di Pietro del baritono Andrea Pellegrini.
Molto bravi anche gli altri.

Alla fine dello spettacolo, che dura circa tre ore, il pubblico appassionato e soddisfatto, ha tributato interminabili applausi per tutti.
Se nell’opera è implicito aspettarsi movimenti, scene e costumi, però, con il livello espresso di ieri sera, il risultato può essere ugualmente eccellente.