L’ultima opera della produzione verdiana in un nuovo allestimento del Maggio Musicale con la direzione di John Eliot Gardiner, ha debuttato venerdì 19 novembre a neppure un mese dal concerto con l’Orchestra fiorentina e dopo i due concerti sinfonici precedenti.

Falstaff, quindi, segna il debutto operistico a Firenze di sir John con la regia di Sven-Eric Bechtolf, anche lui di ritorno sulle rive dell’Arno dopo la fortunata esperienza del Così fan tutte di Wolfgang Amadeus Mozart, andato in scena con la direzione di Adam Fischer fra l’agosto e il settembre 2021. Al regista tedesco è stata affidata la firma anche di un titolo mozartiano che sarà messo in scena nel corso del prossimo 84° Festival del Maggio Musicale.

Vale la pena ricordare come, per tutta la vita, Verdi avesse inseguito il desiderio di scrivere un’opera comica senza però riuscire a trovare un soggetto appropriato. Se si esclude il giovanile Un giorno di regno, del 1840, alla soglia degli ottant’anni, quel sogno si avvera grazie alla rinnovata collaborazione con l’ormai insostituibile Arrigo. L’amore del Maestro per Shakespeare era di lungo corso e Le allegri comari di Windsor, fonte del libretto di Boito insieme alle due prime parti di Enrico IV, era una delle sue commedie predilette.

Furono tali insistenze a spronarlo a rimettersi in gioco con una “commedia lirica che non somiglia a nessun’altra” come dirà poi lo stesso Verdi e, il 9 febbraio 1893, Falstaff debutta al Teatro alla Scala accompagnato da un grandioso successo. Dopo oltre cinquant’anni spesi nel trasferire in musica drammi e tormenti dell’animo umano, il compositore salutava il mondo dell’opera con il sorriso sornione di chi ha sperimentato tutto al massimo grado e continua ancora a farlo.

Falstaff è opera di un Verdi divertente e divertito come recita nel finale: “Tutto nel mondo è burla. L’uom è nato burlone”.
Riguardo al capolavoro, il maestro sir John Eliot Gardiner ha evidenziando proprio l’importantissimo lavoro svolto da Arrigo Boito: “È un fantastico insieme delle arti: visive, letterarie e musicali. I personaggi sono splendidamente caratterizzati grazie alla musica e al fantastico libretto di Boito, il quale è ovviamente basato su Shakespeare.

Personalmente ho diretto Falstaff tre volte (la prima a Lione nel 1984 e poi a Cagliari nel 1998) ed è stato, a proposito, anche il mio primo titolo di Giuseppe Verdi ed è sempre una gioia tornare a confrontarsi con quest’opera, nella quale si trova sempre qualcosa di nuovo e che è strutturata in modo preciso e davvero perfetto per ogni singolo strumento. Penso che Falstaff sia ancora l’opera più ingiustamente meno rappresentata del repertorio verdiano: la gioia e il buonumore che lo impregnano sono davvero incredibili, sono davvero shakespeariani”.

Inoltre, continuando nella sua analisi strutturale dell’opera, Gardiner ha sottolineato la scelta delle fonti dalle quali, musicista e librettista, trassero spunto per il loro lavoro: “Falstaff, pur avendo al suo interno tratti seri, è una presa di giro sulla condizione umana; Verdi era abbastanza anziano e saggio per poter trarne fuori l’ironia, soprattutto sul comportamento umano. Ciò che lui e Boito fecero, in maniera molto intelligente, fu estrarre dal lavoro di Shakespeare il ‘meglio’: non vi è infatti un’opera del drammaturgo di Stratford che si chiami ‘Falstaff’, sono dei pezzi tratti dall’ Enrico IV e da Le allegre comari di Windsor, poi messe insieme da Boito, a differenza di Macbeth e Otello per esempio che sono tratte da una singola tragedia shakespeariana.

Il risultato è senza dubbio uno dei migliori libretti d’opera mai scritti in assoluto; la collaborazione fra Verdi e Boito è forte esattamente come quella fra Mozart e Da Ponte: c’è un’incredibile sinergia in tutto, dal modo di pensare al modo di delineare i tratti dei personaggi”.

Alla seconda recita (delle sei previste) – quella della domenica dove, normalmente, è presente molto pubblico arrivato da fuori e, in particolare, appartenente ai vari circoli lirici – c’era molta curiosità e attesa per la punta di diamante della stagione del Maggio 2021/22 il cui allestimento è stato affidato al regista Sven Eric Bechtolf e al suo team composto da Julian Crouch (scene), Kevin Pollard (costumi), Alex Brok (luci) e Josh Higgason (video). Ambientato nella Londra elisabettiana, accontenta anche i più tradizionalisti per le scene classiche con veduta del Tamigi e particolari accorgimenti anche nell’uso di video e luci che trasportano in un mondo quasi fiabesco. Il tutto supportato da costumi fedeli all’epoca e coloratissimi.

Fin dal suo ingresso nella buca orchestrale, Gardiner è stato accolto con applausi in crescendo e, quando l’opera è iniziata in un silenzio quasi irreale, per il pubblico ha avuto inizio un viaggio musicale dove, ogni nota della partitura e ogni strumento, sono valorizzati al massimo. L’Orchestra, in forma straordinaria, è l’artefice di questo clima emozionale a cui contribuiscono il Coro e, naturalmente, i cantanti il cui mattatore, senza alcun dubbio, è il personaggio del titolo interpretato dal baritono Nicola Alaimo. Ineccepibile, con un bellissimo fraseggio e ampio volume. Ford di Simone Piazzola (baritono) molto bravo in “È sogno? O realtà…” del secondo atto.
Bravi i tenori: Fenton di Matthew Swensen, già apprezzato nel Cosi fan tutte in apertura della stagione operistica, e il Dr. Cajus di Christian Collia.
Piacevolissima sorpresa per Barolfo (tenore) Antonio Gares e Pistola (basso) Gianluca Buratto scenicamente e vocalmente in simbiosi perfetta.

Passando alle parti femminili, molto brava nel ruolo di Alice il soprano Ailyn Perez che ricordavamo nella Rondine di Giacomo Puccini dello scorso anno.
Nannetta (soprano) Francesca Boncompagni una voce che normalmente canta il barocco e prestata a Verdi con un buon risultato.
Lo stesso vale per Sara Mingardo (contralto) che interpreta Mrs. Quickly. Un cameo in “Reverenza!!” e non finiremmo mai di ascoltarla perché ha una voce unica.
Meg (mezzosoprano) Caterina Piva – apprezzata a Firenze in moltissime produzioni recenti – è un’artista in ascesa che ben rende il personaggio.

Alla fine dello spettacolo – chi scrive sicuramente tornerà a vederlo almeno un’altra volta consigliando vivamente di non perderlo – un’esplosione di applausi interminabili, e come alla prima, il Maestro è salito sul palcoscenico e ha eseguito il bis del finale “Tutto nel mondo è burla …” fuga finale del terzo atto con il pubblico appassionato e festante che non voleva che gli artisti andassero via.
E quindi, come gli spettatori additati da Falstaff stesso, “Tutti gabbati!“? Assolutamente, no. Gabbato è chi non ha assistito a questo spettacolo che ricorderemo.