Sfidando anche lo sciopero dei treni regionali dell’Emilia Romagna, domenica scorsa la maggior parte dei melomani si sono dati appuntamento a Parma per assistere al Roberto Devereux e omaggiare una delle regine del Belcanto. Il titolo torna al Regio dopo 178 anni dalla sua unica rappresentazione (ultima replica domani), nell’allestimento coprodotto con il Carlo Felice di Genova, La Fenice di Venezia e firmato dal regista Alfonso Antoniozzi. Protagonista il soprano Mariella Devia nei panni di Elisabetta.

L’opera è ispirata alla tragedia di Jacques-François Ancelot “Elisabeth d’Angleterre” – composta da Gaetano Donizetti su libretto di Salvadore Cammarano – che, con “Anna Bolena”  e “Maria Stuarda”, fa parte del Ciclo delle Regine Tudor. Rappresentata per la prima volta al Teatro San Carlo di Napoli il 28 ottobre 1837, è fra i maggiori successi del compositore. A Napoli rimase quasi senza interruzioni fino al 1848, con oltre cento riprese in sette teatri. Andò in scena Europa e in America con versioni in francese, tedesco, russo e ungherese poi, gli allestimenti divennero sempre più sporadici, fino all’ultima rappresentazione, a Pavia nel 1882. Un oblio durato ottantadue anni, fino a quando Giananadrea Gavazzeni le diede nuova vita e oggi rientrata pienamente nel repertorio donizettiano.

La parola al Regista che ci spiega: “È viva, Elisabetta. Per la prima volta da chissà quanti anni si sente viva, perché innamorata. Eppure deve nasconderlo questo amore: il popolo non può e non deve sapere che la sua regina è carne e sangue. Recita per la sua corte un equilibrio che si va lentamente sgretolando, tenuto insieme solo dall’immagine di uno scettro e di una corona, perché Elisabetta si rende conto che il suo potere non può imporre l’unica cosa che lei veramente desidera: essere riamata. In una corte dove tutto è teatro, dove le parole sono pesate, dove le intenzioni non sono mai palesi, dove niente è come appare, tutti si muovono come su di un grande palcoscenico, consci di essere osservati, giudicati, fraintesi: tutti sono personaggi e allo stesso tempo tutti sono pubblico su un palcoscenico dove è il potere a raccontare sé stesso, ma l’uomo non si racconta mai. Alla fine Elisabetta si fa pubblico, si fa umana, si fa finalmente donna. Si mostra per quello che è, rivela il sacrificio di una vita al suo popolo sgomento, al suo pubblico, costringendo tutti noi a guardarci dolorosamente dentro, a smascherarci, a rappresentare, finalmente, noi stessi”.

L’allestimento si presenta statico con scene semplici dove rosso e nero sono predominanti. Tutta la storia si svolge su una piattaforma che da reggia si trasforma in prigione e sala del trono con scranni laterali da dove compaiono i cortigiani. Scene di Monica Manganelli, luci di Luciano Novelli e i costumi, eleganti con colori caldi, di Gianluca Falaschi che pone particolare attenzione ai minimi (si resta colpiti da questa piccola perfezione), una presenza dalla straordinaria gestualità fra cui spicca il giullare che, anche nel finale, gode per le  disgrazie della regina.

La direzione è affidata a una giovane bacchetta, Sebastiano  Rolli – ascoltato recentemente al Teatro dell’Opera di Firenze in “La sonnambula” e “Traviata” – che guida l’Orchestra dell’Opera Italiana in perfetta simbiosi con il Coro del Teatro Regio (inizio secondo atto: Coro sublime). Nel cast di canto la regina è Mariella Devia che, sin dalle prime note del primo atto “l’amor suo mi fea  beata“, ha mandato il pubblico in un delirio sempre crescente poi, nel finale del terzo atto, ha offerto una lezione  di tecnica belcantista unica e anche poliedrica avendola apprezzata in ruoli come Anna Bolena, Maria Stuarda, Lucia di Lammermoor, Lucrezia Borgia, Marin Faliero, Linda di Chamounix solo per citare Donizetti, ma anche in opere di Mozart, Bellini, Rossini e Verdi. Su di lei è stato già detto tutto: una grande tecnica e perfezione da cui, in tanti, dovrebbero imparare.

Nei ruoli maggiori, Sara è stata ben interpretata dal mezzosoprano Sonia Ganassi – anche lei  specializzata belcantista – come Roberto del tenore Stefan Pop (debutterà a Bologna nel Simon Boccanegra del prossimo aprile), Il Duca di Nottingham del baritono Sergio Vitale.

Alla fine quando Elisabetta  rimane sola sul palco, illuminata di luce bianca e le note sfumano, il delirio assoluto e i melomani  si sono scatenati tributandole tutto il loro calore. Non si sono contate le uscite dell’intera compagnia e tutti sono stati applauditi in una bellissima giornata all’insegna della buona musica.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Roberto Deverux, atto I, Mariella Devia (Elisabetta)
  2. Roberto Deverux, atto I, al centro Mariella Devia (Elisabetta)
  3. Roberto Deverux, atto I, Matteo Mezzaro (Lord Cecil), Mariella Devia (Elisabetta)
  4. Roberto Deverux, atto III, Mariella Devia (Elisabetta)
  5. Roberto Deverux, atto II, Stefan Pop (Roberto Devereux), Sonia Ganassi (Sara)
  6. Roberto Deverux, atto III, Mariella Devia (Elisabetta)

In copertina
Roberto Deverux, atto I, al centro Mariella Devia (Elisabetta)

foto © Roberto Ricci
courtesy Teatro Regio di Parma
 

Roberto Devereux (o il Conte di Essex)

Tragedia lirica in tre atti. Libretto di Salvadore Cammarano, dalla tragedia Elisabeth d’Angleterre di Jacques Ancelot

Musica GAETANO DONIZETTI
Revisione a cura di M. Parenti
Casa Ricordi srl, Milano

Personaggi Interpreti
Elisabetta, regina d’Inghilterra MARIELLA DEVIA
Sara, duchessa di Nottingham SONIA GANASSI
Roberto Devereux, conte di Essex STEFAN POP
Il Duca di Nottingham SERGIO VITALE
Lord Cecil MATTEO MEZZARO
Sir Gualtiero Raleigh UGO GUAGLIARDO
Un paggio ANDREA GOGLIO
Un familiare di Nottingham DANIELE CUSARI

Maestro concertatore e direttore SEBASTIANO ROLLI

Regia ALFONSO ANTONIOZZI

Scene MONICA MANGANELLI

Costum GIANLUCA FALASCHI

Luci LUCIANO NOVELLI

Maestro del coro MARTINO FAGGIANI

ORCHESTRA DELL’OPERA ITALIANA

CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Allestimento del Teatro Carlo Felice di Genova
In coproduzione con Teatro Regio di Parma, Teatro La Fenice di Venezia

Mimi Deos Danse Ensemble Opera Studio

Dove e quando

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Fino al: 20180325