Al Teatro Costanzi, con il titolo “Aspettando Peter Grimes”, un ciclo di incontri ha approfondito il capolavoro di Benjamin Britten, opera simbolo del conflitto tra massa e individuo, un dramma del 1945 (il 7 giugno debuttò al Sadler’s Wells Theatre di Londra) sull’esclusione sociale, il pregiudizio e la crudeltà della folla; tra le espressioni più alte della produzione inglese del Novecento. La rappresentazione dello spettacolo, proposto con la regia di Deborah Warner e diretto da Michele Mariotti, ha debuttato venerdì 11 ottobre e sono programmate quattro repliche di cui l’ultima questa sera; a Roma la prima rappresentazione avvenne il 2 maggio 1961.

La regista ha trasformato il villaggio ottocentesco, in cui è ambientata la vicenda, in una decadente cittadina costiera della Gran Bretagna contemporanea focalizzando su una comunità impoverita, arrabbiata e sofferente, dove la miseria si mescola al rancore e al pregiudizio e il protagonista diventa vittima di una società alla ricerca di un capro espiatorio.
Warner definisce il pescatore emarginato «un uomo perseguitato dall’orrore di un terribile incidente, spaventato dai pettegolezzi e che forse, prima ancora della disgrazia, ha sempre agito in modo diverso da chi lo circonda» e spiega: «la durezza dell’esistenza di coloro che si guadagnano da vivere sul tratto di costa del sud est inglese è tema centrale sia dell’opera di Britten sia del poema di Crabbe, The Borough, da cui è tratto il libretto, con similitudini che permangono sino a oggi.

Nonostante le innovazioni tecnologiche, quella del pescatore solitario è ancora un’esistenza faticosa. Volevamo far rivivere questa storia in una cornice contemporanea, senza però cadere in un pericoloso sentimentalismo verso la povertà del passato, per cui il dolore e il rancore nati da un’esistenza di privazione rischiano di perdersi. Non volevamo che questa realtà venisse ammorbidita trasferendo la storia in un altro periodo: Peter Grimes viene rifiutato da una comunità feroce e stressata, e volevamo rendere questa percezione immediata».

Il nuovo allestimento, realizzato in coproduzione con il Teatro Real – dove ha debuttato nel 2021 – di Madrid, la Royal Opera House di Londra e l’Opéra National di Parigi, segna il ritorno di Warner a Roma dopo Billy Budd nel 2018. Lo spettacolo, dai profondi e drammatici risvolti psicologici, vede il contributo delle scene di Michael Levine, i costumi di Luis F. Carvalho, le luci di Peter Mumford, i video di Justin Nardella e le coreografie di Kim Brandstrup. Il maestro del Coro, cui la partitura richiede un grande impegno, è Ciro Visco.

Peter Grimes è stato affidato alla bacchetta del direttore musicale del teatro, Michele Mariotti (lo scorso agosto a Pesaro è stato insignito del prestigioso “Rossini d’Oro”), che per la prima volta si confronta con un’opera del compositore di Lowestoft e sottolinea «come Britten, anch’io sono nato in una città di mare, elemento che può accogliere ma anche respingere, isolare. Per Grimes, il mare è fonte di vita e di riscatto, ma diventerà la sua tomba, poiché verrà spinto a morire da una società miope e giudicante verso tutto ciò che, non conformandosi ad essa, diventa inevitabilmente diverso e pericoloso. Peter Grimes è senza dubbio uno dei grandi capolavori del Novecento, un magistero di orchestrazioni e suoni, in cui molto presente, appunto, è l’elemento liquido e inafferrabile del mare».

Alla seconda recita (quella domenicale), in una Roma assolata da clima estivo, si sono dati appuntamento i melomani appassionati di titoli rari sfidando l’ennesimo sciopero dei treni, le cancellazioni e gli abissali ritardi dell’alta velocità che paralizzano il Paese. Il Costanzi, affollato di pubblico incuriosito da uno spettacolo che, visivamente, incanta dall’inizio e, già all’apertura del sipario, con sfondo un mare luccicante protagonista per tutta l’opera, Peter Grimes è rannicchiato e illuminato da sembrare in preda a un incubo. L’impianto è fisso con la sagoma di una barca sospesa nel primo atto, nel secondo è seminterrata a riva per poi scomparire nel terzo.

Eccellente anche il simbolismo del giovane penzolante in aria che oscilla e, privo di sensi, alla fine cadrà, ma senza aggiungere altro per non svelare il piacere della scoperta. Indubbiamente, Warner è riuscita a plasmare un lavoro eccezionale esattamente come la lettura della partitura del maestro Mariotti perché, anche nelle svariate parti strumentali e negli interludi, l’Orchestra raggiunge l’apice. Non è da meno il Coro, presente in scena per quasi tutta l’opera. Altissimi livelli a supporto di un cast di cantanti straordinari per un risultato ben oltre le altissime aspettative.

Mattatore della serata il tenore Allan Clayton che dà la voce al protagonista. Il ruolo di Ellen Orford cantato dal soprano Sophie Bevan è stato stupendo anche nella parte recitativa. Un vero lusso avere come Captain Balstrode il baritono Simon Keenlyside, perfettamente a suo agio nel ruolo.
Molto bene anche tutti gli altri personaggi che sono cantanti affermati e specialisti delle opere Britten.

Alla conclusione grandissimi applausi, in primis per il tenore (che è uscito da solo, poi tutti gli altri) e per il maestro Michele Mariotti.
L’appuntamento del teatro romano con Benjamin Britten proseguirà il prossimo anno, a settembre, con The Turn of the Screw sempre con la regia di Deborah Warner, diretto da Henrik Nanasi e con Ian Bostridge e Cristine Rice.