Al Teatro Regio di Parma è tornata in scena dopo venti anni, Norma, tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani musicata da Vincenzo Bellini, nel nuovo allestimento realizzato in coproduzione con Teatro Municipale di Piacenza e Teatro Comunale di Modena, con la regia di Nicola Berloffa, le scene di Andrea Belli, i costumi di Valeria Donata Bettella e le luci di Marco Giusti coadiuvato da Giorgio Valerio.
Composta per il debutto al Teatro alla Scala, fu rappresentata il 26 dicembre 1831 con un cast d’eccezione composto dai soprani Giulia Grisi e Giuditta Pasta, dal tenore Domenico Donzelli e dal basso Vincenzo Negrini.
Avendo più volte recensito il titolo, questa volta approfondiamo la genesi del libretto che venne rielaborato sulla vicenda dell’omonima tragedia in cinque atti di Alexandre Soumet andata in scena al Théâtre Royal de l’Odéon di Parigi nell’aprile del 1831. Felice Romani era solito attingere a drammi francesi (era anche una questione di affrancamento dai diritti d’autore) comunicandolo tempestivamente a Bellini e in luglio era già pronto lo schema del libretto. Romani vi fece rifluire elementi tratti da altri due suoi libretti, quello della Medea in Corinto scritto per Simon Mayr nel 1813 e quello de La sacerdotessa d’Irminsul per Giovanni Pacini del 1820, più qualche suggerimento dall’episodio della sacerdotessa Velleda in Les martyrs di Chateaubriand (niente a che vedere con il soggetto per il futuro grand opéra di Donizetti).
A differenza del dramma di Soumet, nel libretto sono eliminate tutte le situazioni fantastiche, introdotti momenti legati alla ritualità pagana gallica, ridotta la presenza dei bambini, potenziati i conflitti fra i personaggi e accentuato il ruolo di Adalgisa, poiché destinato a Giulia Grisi. Non è poi improbabile che, essendo il ruolo di Norma destinato a Giuditta Pasta che l’anno precedente al Carcano di Milano aveva cantato un’aria di pazzia nel finale di Anna Bolena di Donizetti, evidentemente ancora ben vivo nella memoria del pubblico milanese, Romani e Bellini abbiano per questo deciso di cambiare anche il finale di Soumet, in cui Norma alla fine impazzisce e uccide i figli per poi gettarsi da una rupe, optando invece per il classico motivo dell’unione degli amanti nella morte e della generosità d’animo di Norma che accusa se stessa scagionando Adalgisa, più coerente alla psicologia sentimentale della protagonista.

Del resto sembra sia stato proprio Romani a insistere sulla volontà di concludere i due atti in modo non convenzionale, rifiutando la soluzione di affidare il primo finale a un coro di druidi e il secondo a un’aria di forza della protagonista. Certamente alle stesure dei versi contribuì lo stesso Bellini, ma l’assenza di documenti in proposito (si trovavano entrambi a Milano) non permette di capire fino a che punto il compositore sia intervenuto. In base alla documentazione esistente, oltre a numerose intenzioni iniziali poi cambiate, pare ormai certo che sia stata eliminata l’idea di un’aria con pertichini di Norma all’esordio del secondo atto per sostituirla con un recitativo drammatico.
Anche sui metri è probabile l’intervento di Bellini, tanto più che spesso concepiva la musica prima della realizzazione dei versi: a fianco dei consueti quinari e settenari, qui si trovano quinari doppi (Finale II), ottonari e decasillabi (cori “Guerra, guerra!” e aria “Tutti, ah, tutti tradisco i suoi voti”). Da ricordare come la censura intervenne sui versi del tempo di mezzo della cavatina di Norma ma, stranamente per quanto dopo lunghe riflessioni, non sulle parole “aquile nemiche” nell’aria iniziale di Oroveso, che avrebbero pericolosamente potuto essere interpretate come allusioni all’Austria.

I nodi drammaturgici riprendevano idee già impresse nell’immaginario teatrale del pubblico (la figura della sacerdotessa che infrange i voti per amore era stata resa popolare dalla Vestale di Spontini e l’infanticidio come reazione al tradimento amoroso risale a Medea). L’opera attualizza perciò in chiave romantica elementi propri della tragedia classica spostando l’ambientazione nel mondo barbarico. Ne risulta uno fra i libretti italiani più lodati dell’Ottocento, persino da Schopenauer e Wagner, giustificando così Romani che fra i suoi libretti lo considerava platealmente «La più bella rosa della ghirlanda».

Premessa tutta la parte storica, l’allestimento firmato da Nicola Berloffa sceglie di ambientare la vicenda nel Diciannovesimo secolo, nel periodo delle lotte e delle rivoluzioni indipendentiste che hanno segnato l’Europa e, nelle note di regia, si legge: «Questa produzione arriva finalmente in Italia dopo una tournée europea, si tratta non di una ripresa ma di un riadattamento dovuto alle regole sanitarie imposte dall’emergenza Covid. Lo spettacolo è stato pertanto ricostruito seguendo la regola del distanziamento.
L’idea centrale resta, comunque, quella originale. Sullo sfondo di una guerra continua osserviamo i detriti di una società vinta e conquistata. Da un lato troviamo i Galli sconfitti che vivono reclusi in un palazzo ottocentesco incendiato e devastato, ultima vestigia di un potere perduto.

Nessun druido con la barba, ma al posto loro vecchi generali e soldati attaccheranno con le poche forze restanti Norma cercando di estorcerle il segnale atto ad una agognata e penosa nuova Rivoluzione. In questo adattamento si è spostata l’azione del dramma verso un Ottocento europeo, nel periodo delle grandi lotte e delle rivoluzioni interne che hanno segnato il XIX secolo, ma sono state rispettate assolutamente le dinamiche conflittuali tra vincitori e vinti, i deliri amorosi e le gelosie uterine delle eroine belliniane.

Potremmo trovarci a Solferino o a Parigi ai tempi della guerra prussiana. Vedremo cadere Norma, da “donna del popolo” a nuova vittima designata, perché nell’arco del racconto la sacerdotessa passa da beniamina a traditrice con una logica assolutamente moderna e marziale: nessun processo l’attende, solo una condanna urlata dalla piazza con una relativa violenta esecuzione.
I temi suggeriti dal libretto potrebbero portarci ad una facile attualizzazione, ma questo non è necessario perché la scrittura musicale di Bellini riesce in modo moderno a farci scoprire personaggi che, una volta liberati dai numeri di parata, provano sentimenti umani. Che sono gli stessi che proviamo noi oggi».

Sesto Quatrini ha diretto l’opera per la prima volta sul podio dell’Orchestra Filarmonica Italiana e del Coro del Teatro Regio di Parma, giovane  bacchetta  emergente nel panorama musicale, reduce da Anna  Bolena al teatro Carlo Felice di Genova lo scorso mese, ha lavorato sin dal 2015 come assistente del maestro Fabio Luisi al Metropolitan Opera House di New York, seguendo poi lo stesso al Festival della Valle dell’Itria. Dal 2018, inoltre, è stato nominato direttore dell’Opera Nazionale Lituana di Vilnius. Nello spettacolo di domenica scorsa – ultima delle quattro recite previste – sin dall’overture (rigorosamente a sipario chiuso) si è percepito la sua bellissima lettura del capolavoro belliniano.

Il maestro ha guidato l’orchestra con grande sicurezza dando risalto ai singoli  strumenti raggiungendo, nell’introduzione del secondo atto, la perfezione e il Coro, fiore all’occhiello del Teatro, guidato dal maestro Martino Faggiani, ha aggiunto intensi momenti a partire da “Ite sul colle…” per poi proseguire, nel secondo atto, con “Non parti? … Finora è al campo..” e per poi culminare in “Guerra, guerra! Ie Galliche selve….” dove è  scattata la standing ovation  del pubblico.

Eccellente il cast dei cantanti partendo da Norma (soprano) Angela Meade reduce da una trionfale Anna Bolena a Genova dove ha confermato le sei recite previste nonostante un piccolo infortunio. Il suo timbro ricco di armonici e profondo, nell’aria più conosciuta “Casta diva” ha ricevuto  ovazioni dal pubblico, ha proseguito in crescendo nei duetti con Adalgisa e Pollione.

Il tenore romeno Stefan Pop, perfettamente  calato nel personaggio, ha dato a Pollione il suo timbro luminoso e una bellissima voce culminata nel finale “Ah troppo tardi ti ho conosciuta” eseguita magistralmente.
Adalgisa (soprano) di Carmela Remigio ha una sicurezza tecnica da manuale e la sua bellissima voce in perfetta simbiosi nei duetti.
Oroverso (basso) di Michele Pertusi, veramente un lusso in questa parte, potremmo spingerci a definire la sua esecuzione magistrale sia scenicamente che vocalmente tanto che, nel finale, il suo “Madre!” ha sbalordito il il pubblico.
Molto bravi anche Clotilde (soprano) Mariangela Marini e Flavio (tenore) John Matthew Myers.
Alla fine dello spettacolo  grandi  applausi  per tutti soprattutto per il direttore, applaudito  moltissimo anche al rientro dall’intervallo, e standing ovation per Angela Meade.

Dettagli

NORMA

Musica di  Vincenzo Bellini
Casa Ricordi, Milano

Tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani

Personaggi e interpreti

  • Norma ANGELA MEADE
  • Pollione STEFAN POP
  • Oroveso MICHELE PERTUSI
  • Adalgisa CARMELA REMIGIO
  • Flavio JOHN MATTHEW MYERS
  • Clotilde MARIANGELA MARINI

Maestro concertatore e direttore
SESTO QUATRINI

Regia
NICOLA BERLOFFA

Scene ANDREA BELLI
Costumi VALERIA DONATA BETTELLA
Luci MARCO GIUSTI
Collaboratore alle luci GIORGIO VALERIO

ORCHESTRA FILARMONICA ITALIANA

CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Maestro del coro MARTINO FAGGIANI

Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
In coproduzione con Teatro Municipale di Piacenza, Teatro Comunale di Modena

Assistente alla regia Mario Binetti
Assistente alle sceneGiulia Turconi
Collaboratore alle luci Giorgio Valerio
Scene e costumi Teatro Regio di Parma

Didascalie immagini

alcuni momenti dell’opera
foto © 2020 Cravedi
courtesy Teatro Regio di Parma

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Teatro Regio - Str. Giuseppe Garibaldi, 16/a - Parma
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