Da molti anni La damnation de Faust non veniva eseguita nei nostri  teatri e quindi un plauso al Teatro dell’Opera di Roma per la scelta tanto coraggiosa di aprire la stagione lirica con un titolo che mancava dal cartellone dall’aprile 1955 quando fu diretta da Franco Capuana e con la regia di Herbert Graf.
Una scelta rischiosa anche perché, concepita da Hector Berlioz non per essere rappresentata con scene, veniva definita dallo stesso autore “legend dramatique” e la prima assoluta si tenne all’Opera-Comique di Parigi in forma di concerto il 6 dicembre 1846 e, solo dopo quarantasette anni, vi fu la prima forma scenica. La damnation de Faust resta quindi una legende dramatique in quattro parti su libretto dello stesso Berlioz e Almire Gandonnière da Johann Wolfgang Goethe tradotto in francese da Gérard de Nerval.

La replica a cui ho assistito è quella di domenica 17 dicembre in un teatro  gremito per le sole sei recite e con un pubblico anche di melomani arrivati da varie parti d’Italia per questo nuovo allestimento – in coproduzione con il Regio di Torino e il Palau de Les Arts Reina Sofía di Valencia – con la regia molto attesa affidata a Damiano  Michieletto, le scene di Paolo Fantin, i costumi di Carla Teti e le luci di Alessandro Carletti (video di Rocafilm e i movimenti mimici a Chiara Vecchi). 
Impossibile aspettarsi da Micheletto uno spettacolo classico e la lettura dell’opera in quindici episodi con altrettanti titoli, può piacere come non può piacere però, si resta sconcertati, quando è bagarre in sala tra “fazioni pro e contro”. Si è trattato di una ridottissima parte del pubblico, ma sufficiente per disturbare. 

Dopo il grande successo dello scorso anno con “Il viaggio a Remis”, il regista definisce il suo “Faust un uomo fragile che cerca e lotta per trovare la sua identità, un po’ come succede ad Amleto. Mefistofele rappresenta la corruzione, la tentazione, e crea un percorso di cinismo distruttivo.  Si comporta come se stesse facendo un esperimento in laboratorio: Faust è una cavia nelle sue mani. Come in una sorta di Truman Show Mefistofele è colui che pilota tutto. Vuole dominare Faust, che sente suo, come un giocattolo.

Il contraltare di
Mefistofele è Margherita, che rappresenta la comprensione umana, il sentimento, l’ascolto, la possibilità per Faust di vivere qualcosa di reale. Per questo Mefistofele cercherà di allontanarli. Margherita dal canto suo cercherà di salvare l’uomo di cui è innamorata, ma non riuscirà a vincere, e nella scena finale della discesa all’Inferno arriverà troppo tardi. Lo spettacolo si svolge come un racconto a episodi nel quale vediamo la famiglia di Faust: il padre, la madre, la scuola. Vediamo anche alcuni flashback di quando era ragazzo. Soprattutto vediamo la sua solitudine e il suo rapporto con il mondo virtuale che lo isola e lo intrappola. Nemmeno l’amore riuscirà a salvarlo e l’epilogo sarà quanto di più tragico possa accadere nella vita di un giovane uomo”.

La parte musicale affidata alla bacchetta di Daniele Gatti è stata eccezionale durante tutta la partitura estremamente complessa, ma stupendoci con tutti i virtuosismi che offre. Il Coro, che ricopre un ruolo primario, è stato magistralmente diretto dal maestro Roberto Gabbiani.

Il cast di canto è quanto di meglio si potesse immaginare: il giovanissimo tenore ceco Pavel Černoch nel ruolo di Faust, nonostante la difficoltà scenica, ha cantato molto bene, ma il vero protagonista è il Mephistopheles del basso Alex Esposito. Passatemi la definizione «animale da palcoscenico» perché ha recitato esattamente come ha cantato: perfetto.

Se lo avevo apprezzato in Semiramide lo scorso luglio a Monaco di Baviera (da non perdere quando nell’ottobre 2018 la ripeterà a Venezia per le celebrazioni di Gioacchino Rossini), a Roma sono stato completamente ipnotizzato da tanta bravura.

La Marguerite del mezzosoprano Veronica Simeoni ha cantato con bellissima voce e interessante feraseggio e attendiamo con piacere di ascoltarla a Firenze in Carmen a gennaio e in Favorite a febbraio.
Molto interessante il Brander interpretato da Goran Jurić.
Alla fine standing ovation per tutti gli interpreti ben consapevoli che riascoltare l’opera a questi livelli sarà difficile in tempi brevi.

Dettagli

Didasclie immagini nel testo e in copertina
alcuni momenti dell'opera
© 2017 Teatro dell'Opera di Roma

 

La damnation de Faust
Musica di Hector Berlioz

Leggenda drammatica in quattro parti
Libretto di Hector Berlioz e Almire Gandonnière
da Johann Wolfgang Goethe tradotto in francese da Gérard de Nerval

Direttore Daniele Gatti

Regia Damiano Michieletto

Maestro del coro Roberto Gabbiani

Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Video Roca Film
Movimenti mimici Chiara Vecchi

éersonaggi e Interpreti
Faust Pavel Černoch
Méphistophélès Alex Esposito
Marguerite Veronica Simeoni
Brander Goran Jurić

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma

Nuovo allestimento
in coproduzione con Teatro Regio di Torino e Palau de Les Arts Reina Sofía di Valencia

in lingua originale con sovratitoli in italiano e inglese

Durata: 2 ore e 5 minuti circa (senza intervallo)

Prossime repliche:
domani, giovedì 21 dicembre ore 20
sabato, 23 dicembre ore 18