Durante il periodo del carnevale Venezia ci regala un’altra gemma rara per un dittico mozartiano indimenticabile. Questa volta è “Il re pastore” dramma per musica in due atti, su libretto di Pietro Metastasio, che il musicista compose su commissione dell’arcivescovo Hieronymus Joseph Franz de Paula Colloredo. Si narra infatti che il musicista diciannovenne fu incaricato di allietare, con nuove composizioni musicali, la visita di un illustre membro della famiglia imperiale Asburgo-Lorena. Di passaggio da Salisburgo, e diretto in Italia, era atteso l’arciduca Massimiliano sedicesimo e ultimo figlio dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa.

Con l’aiuto dell’abate e poeta Giambattista Varesco (suo sarà il libretto di Idomeneo) il dramma allegorico-pastorale, scritto nel 1751 da Pietro Metastasio su richiesta di Maria Teresa e originariamente in tre atti, fu rimaneggiato per la nuova versione e ridotto a due atti. La trama focalizza sulla grandezza e la clemenza di Alessandro Magno, come implicito omaggio all’arciduca Massimiliano. Racconta una delle azioni più ‘luminose’ del re di Macedonia: la liberazione del regno di Sidone dal tiranno Stratone, e la magnanima decisione di Alessandro di non mantenerne il dominio, ristabilendo invece su quel trono l’unico rampollo della legittima stirpe reale, vale a dire Aminta, il quale, ignaro delle sue vere origini, conduceva una vita da pastore nella campagna limitrofa alla città. Questa narrazione ‘storica’ fa da sfondo alle vicende amorose dello stesso pastore Aminta con la nobile Elisa, e di Agenore, amico e confidente di Alessandro, con la principessa fuggitiva Tamiri, colpevole solamente di essere figlia dell’usurpatore. L’immancabile lieto fine si compie nel tripudio delle due coppie di amanti e nella gioia dell’illuminato Alessandro, che predice lunga felicità al trono del re pastore. 

La prima rappresentazione si svolse il 23 aprile 1775, nella Rittersaal del Residenz-Theater, la residenza arcivescovile. Probabilmente ebbe luogo in forma di concerto, senza o con un minimo apparato scenico, ma da Monaco di Baviera furono scritturati due musicisti di rilievo e il flautista Johann Baptist Becke e con il celebre castrato Tommaso Consoli impegnato nel ruolo principale di Aminta. Riscosse successo, ma non ebbe seguito. Nonostante la critica l’abbia spesso annoverata tra i lavori minori, è indubbio che per Mozart quest’opera avesse un valore particolare: ne è prova il fatto che inviò copia della partitura in visione allo stimato collega e amico praghese Josef Mysliveček – che trasformò l’ouverture e l’aria di apertura «Intendo amico» di Aminta nella parte principale di una sinfonia strumentale (la KV 213c) – oltre a dedicare quattro arie per soprano alla sua amata Aloysia Weber, sorella della futura moglie Constanze.

Lo spettacolo è affidato alla regia di Alessio Pizzech che ci porta in un’inedita messinscena, un’Arcadia in uno spazio sospeso nel tempo, un viaggio nell’anima dei personaggi in un deserto con un bus abbandonato: lì vive il pastore. Il regista ci spiega: «Aminta, che diviene re, rappresenta l’elaborazione di un potere democratico. Sembra dire a se stesso: “Posso diventare sovrano, ma solo a patto di conservare la mia dimensione di pastore. Se mantengo cioè viva e integra la mia etica e la mia interiorità”. Ne deriva una figura di politico che dialoga con se stesso, e che non può né vuole rinunciare al proprio passato. Di conseguenza, prendere decisioni gli costa una grande fatica. L’idea di fondo è che possedere e gestire il potere non è facile né deve esserlo. Aminta prende progressivamente coscienza che dalla propria felicità dipende anche quella degli altri. Siamo perciò di fronte a un nuovo potere, complesso e non più assoluto come quello incarnato da Alessandro: dietro il monarca spunta l’uomo».

La parte musicale è affidata alla bacchetta che non delude mai, Federico Maria Sardelli che sin dall’inizio guida l’Orchestra del Teatro La Fenice in un sempre crescendo e momenti sublimi con il violoncello continuo di Alessandro Zanardi e Roberta Paroletti al cembalo e continuo. Dopo aver affrontato Il sogno di Scipione, Sardelli illustra le differenze tra le due partiture: «Mozart nel Re pastore inserisce delle pennellate straordinarie, facendo uso di strumenti obbligati come il violino solo, i corni inglesi, i fagotti, i due flauti che in un’aria fanno quasi la parte dei solisti… È un’opera stupefacente, che con il medesimo organico del Sogno di Scipione riesce a creare una tavolozza di colori musicali enormemente più ampia. Dal punto di vista strutturale, presenta le caratteristiche di un dramma serio della maturità, con un numero maggiore di recitativi accompagnati (nello Scipione ce n’è uno solo, verso la fine) a spezzare l’alternanza recitativo/aria. Nel suo insieme, la musica è più mossa, dinamica e contrastata, e mette in luce con maggiore chiarezza le sfumature e le sfaccettature del testo di Metastasio».

Le voci sono tutti specialisti del repertorio: Alessandro (tenore) Juan Francisco Gatell, Aminta (soprano) Roberta  Mameli, Elisa (soprano) Elisabeth Breuer, Tamiri (soprano) Silvia  Frigato, Agenore (tenore) Francisco Fernandez-Rueda. Molto difficile stabilire chi sia stato il più bravo e, con il finale dell’opera, si accende la magia.
Piano piano le luci e il lampadario si illuminano mentre con le ultime note creandosi un’atmosfera tangibile in uno dei teatri più belli e tutto esaurito.
Pubblico attentissimo proveniente da tante parti del mondo – durante l’intervallo le lingue parlate erano davvero molte – e i grandi applausi hanno decretato la riuscita anche di questo nuovo allestimento.

Desideriamo concludere segnalando come, in fondo alla platea, in rigoroso silenzio, in piedi alla replica di giovedì 21 febbraio, Alessio Pizzech osservasse che tutto fosse svolto al meglio. Una scelta apprezzabile che ci ha piacevolmente stupito essendo in assoluto la prima volta ci capita di vedere un regista così attento alle riprese delle recite.

Didascalie immagini nel testo e in copertina
alcuni momenti di: Il Re Pastore
foto © Michele Crosera
courtesy Fondazione Teatro La Fenice

 

MOZART, IL RE PASTORE

Direttore Federico Maria Sardelli

Regia Alessio Pizzech

Scene Davide Amadei
Costumi Carla Ricotti
Luci Claudio Schimd

Orchestra del Teatro La Fenice
maestro al cembalo e continuo Roberta Paroletti
violoncello continuo Alessandro Zanardi

personaggi e intepreti 

  • Alessandro Magno Juan Francisco Gatell
  • Aminta Roberta Mameli
  • Elisa Elisabeth Breuer
  • Tamiri Silvia Frigato
  • Agenore Francisco Fernández-Rueda

 

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, Teatro La Fenice
dal 15 al 27 febbraio 2019