A Bologna  per l’ultima delle cinque recite dell’opera che il 20 gennaio scorso ha inaugurato la stagione 2017 del Teatro Comunale, Die Entführung aus dem Serrail (Il ratto dal serraglio) Singspiel in tre atti K 384 di Wolfgang Amadeus Mozart. Preceduta da un’attesa molto discussa, senza ancora aver visto niente, trattandosi del lavoro che debuttò, seppur estremamente contrastato, il 3 luglio 2015 al Festival di Aix en Provence con la regia di Martin Kusej, Sovrintendente del Residenztheater di Monaco, noto per il suo teatro politico, radicale e senza compromessi. A Bologna è stato proposto, per la prima volta nella sua interezza perché in Francia, a sei mesi dall’attacco a Charlie Hebdo, le scene più forti  vennero tagliate. Ritengo quindi indispensabile, come doverosa premessa, leggere l’elaborazione concettuale del testo da parte di Martin Kušej riportata a destra nella colonna dei dettagli.
Locandine il ratto del serraglio-foto stefano sartini
Teatro blindato all’esterno e all’interno con molti controlli delle Forze dell’Ordine per un lavoro con Aix en Provence e Musikfest Bremen che ha diviso il pubbilico non solo bolognese: gli integerrimi tradizionalisti e chi accoglie revisioni e libertà di scelta. La regia è ripresa da Herbert Stoeger e il “Singspiel” (spettacolo operistico con dialoghi parlati in lingua tedesca su libretto di Christoph Friedrich Bretzner rielaborato da Johann Gottlieb Stephanie il giovane, andato in scena per la prima volta al Burgtheater di Vienna nel luglio del 1782) è ora ambientato in un Oriente vicino a noi trasformando il palcoscenico in un deserto di sabbia e tende berbere dove hanno luogo le contrastate vicende tra le due coppie di amanti protagoniste e i loro antagonisti, leggibili anche come metafora dei contrasti tra Occidente e Oriente.
1ratto del serraglio foto roberto casalucci
I dialoghi, riscritti dal drammaturgo Albert Ostermaier, trasportano l’azione negli anni ’20 del Novecento (gli anni di Lawrence d’Arabia e del tardo colonialismo europeo), quando le potenze occidentali – con in testa l’Inghilterra – fecero del Medio Oriente il territorio dell’estrazione del petrolio, della ricchezza, del potere, con il pretesto della lotta contro gli ottomani alleati con i tedeschi, suscitando nelle popolazioni un risentimento profondo, di cui l’Isis è il prodotto finale di oggi.
3ratto del serraglio foto roberto casalucci
Nel deserto ai confini con il decadente Impero Ottomano, Selim Pascia ha rapito alcuni inglesi con lo scopo di scambiarli e, a differenza del Ratto originale dove alla fine tutti verranno perdonati da Selim con il disappunto di Osmin, qui si conclude tragicamente con l’uccisione degli ostaggi.
Il deserto domina sempre e il cambio avviene nel mettere o togliere la tenda berbera.
5ratto del serraglio foto roberto casalucci
La scena si apre con il deserto e il pensiero corre, ma solo per un attimo, alla fastosa residenza di Selim e si muovono sei mimi soldati e qui, ancora, sottolineo come i mimi siano entrati nelle regie di quasi tutti teatri: spesso sottovalutati dal melomane purista, sono invece artisti a tutto tondo e di primaria importanza nella narrazione.
Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci
Non concordo con certe critiche perché lo spettacolo, può piacere o meno, ma sollecita lo spettatore a una personale riflessione storico-politica anche per l’efficacia delle scene di Annette Murschetz capaci di creare un forte impatto visivo per l’inevitabile associazione con le immagini di cronaca quotidiana (di supporto i costumi di Heide Kastler e le luci di Reinhard Traub).
Suggestivo, nel secondo atto, il fuoco acceso nel campo che illumina la notte nel deserto.
Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci
Dopo esser riusciti con l’inganno a far bere Osmin e i soldati, i prigionieri fuggono ma vengono ripresi ed è qui che l’opera si trasforma in tragedia. Infatti, dopo il perdono di Selim – in dei flashback si vedono i prigionieri  ricomparire –  Osmin, disubbidendo al Pascià, si ripresenta in scena con le teste dei quattro prigionieri.
Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci
Sul podio il giovane danese Nikolaj Znaider, violino virtuoso, oggi sempre più impegnato nella direzione d’orchestra, al suo debutto in Italia in un’opera, ha eseguito una bella lettura della partitura mozartiana coadiuvato da un ottima Orchestra e dal Coro diretto dal maestro Andrea Faidutti.
A livello vocale svetta il basso Osmin di Mika Kares con voce elegantissima e veramente da manuale.
Corretti i cantanti; le due soprano (Konstanze interpretata da Cornelia Gotz mentre Julia Bauer era la cameriera Blonde) coadiuvate da i due tenori Belmonte (Bernard Berchtold)  e Pedrillo (Jhannes Cum). Selim Pascià, la voce recitante di Karl-Heinz Macek, di  forte impatto visivo e molto bravo.
Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci
Alla fine  dello spettacolo, appena il telo nero chiude la scena sono stati tanti i buuu indirizzati alla regia, ma anche gli applausi dalla ‘fazione’ diciamo più  all’avanguardia. Applausi all’Orchestra e al Coro, al Direttore con ovazioni speciali a Osmin di Mika Kares.

Dettagli

Die Entführung aus dem Serrail (Il ratto dal serraglio)
Singspiel in tre atti K 384
Libretto di Christoph Friedrich Bretzner
rielaborato da Johann Gottlieb Stephanie il giovane
Adattamento dei dialoghi di Martin Kušej e Albert Ostermaier
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Prima rappresentazione: Vienna, Burgtheater, 16 luglio 1782

Personaggi e interpreti
Selim, pascià Karl-Heinz Macek
Konstanze, amante di Belmonte Cornelia Goetz
Blonde, cameriera di Kostanze Julia Bauer
Belmonte Bernard Berchtold
Pedrillo, servitore di Belmonte Johannes Chum
Osmin Mika Kares

Mimi
Valerio Ameli, Arjuna Colzani, Oussama Mansour, Luca Nava, Rodolfo Salustri, Roberto Serafini

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna

Produzione del Teatro Comunale di Bologna con Aix en Provence Festival e Musikfest Bremen

Direttore Nikolaj Znaider            
Regia Martin Kušej
Scene Annette Murschetz
Costumi Heide Kastler
Luci Reinhard Traub
Assistente alla regia Herbert Stoeger
Assistente alle scene Sabine Freude
Aiuto costumista Hannah Petersen
Assistente alle luci Rainer Janson
Maestro del Coro Andrea Faidutti

[Libretto tratto da Tutti i libretti di Mozart, a cura di Marco Beghelli. Per gentile concessione di Garzanti Editore S.p.A. Copyright © 1990. Questa messa in scena presenta tagli e adattamenti rispetto al libretto originale. La traduzione dei nuovi dialoghi – segnalati nrl libretto da un filetto a fianco del testo – è di Barbara Grüning]

Teatro Comunale di Bologna dal 20 al 29 gennaio 2017

 

Testo illustrativo del regista Martin Kušej
(courtesy Fondazione Teatro Comunale di Bologna)
È sorprendente, che un’opera in sé e per sé giustamente semplice e naif della fine del diciottesimo secolo, mostri improvvisamente 250 anni più tardi una così grande attualità sociale e politica. Ora si potrebbe a ragione notare, che è anche il gran pregio delle opere di Mozart, quello di pulsare al battito di una umanità estrema, e che queste opere sono sempre abitate da una attualità leggera e da una conoscenza immensa circa gli abissi dell’anima e i più profondi sentimenti umani.
Aggiungo di buon grado, che nella presente opera, per poter sentire concretamente la dimensione mozartiana, a me così cara ed emozionante, devo innanzitutto ascoltare e sprofondare nella parte musicale. Il libretto, la trama e la costellazione dei personaggi sono troppo semplici. Nel nostro mondo attuale la maggioranza dei soggetti usati sono superati o di una semplicità ridicola. È interessante come in tutte le rappresentazioni che ho visto e in tutte le registrazioni che ho sentito, si insista nella parte parlata del testo di questo Singspiel su questo ‘tono’ per me insopportabile. Un ‘tono’ raramente sacro, qualche volta dal sapore convenzionale di un’allegria viennese, un TONO sofferente o anche da schiamazzo cabarettistico, che ricorda un teatro di marionette o un teatro di corte demodé. Su questo non ho dubbi e mi impegnerò per poter rielaborare con i cantanti un linguaggio adeguatamente moderno e recitabile, che corrisponda anche al nuovo significato contemporaneo del RATTO già menzionato!
Altrettanto poco posso accettare queste versioni ridotte al minimo, attraverso le quali da centinaia di anni l’industria dell’opera cerca di turbare nei Singspiel l’equilibrio tra il parlato e la musica a favore della seconda. Fino a un certo punto comprendo perfettamente questo tentativo, dal momento che il libretto originale non è in realtà nessun buon esempio di poesia musicale drammatica. In ogni caso nelle parti musicali si conserva la lingua tedesca, pertanto è molto importante fare attenzione a un certo equilibrio del linguaggio.
È interessante come anche in altri famosi Singspiel tedeschi, del quale mi sono potuto occupare come regista, si tratti un tema molto simile. Se si guarda al FIDELIO, come è noto, qui pure si tratta di amore o di un tradimento fatto per volere d’amore. Non voglio ora addentrarmi nei dettagli, in ogni caso il tradimento gioca un grande ruolo anche nelle relazioni tra i personaggi del RATTO. Queste possono essere d’amore o anche di dominio o di amicizia, persino relazioni ideologiche o cariche d’odio vengono alla luce... sempre connesse a un possibile tradimento o a una rottura della fiducia. Si tratta a dire il vero di una condizione oggettiva molto umana e nota a tutti, a partire dalla quale si può raccontare con maggior motivazione anche un pezzo di teatro musicale assolutamente attuale!
Menziono qua il FIDELIO anche perché il libretto, ossia il suo testo narrato, ha vissuto per lo più lo steso destino di quello del RATTO. Solo pochi registi e in poche rappresentazioni si è fatto lo sforzo di ricercare il significato drammaturgico del testo e di riportare poi il risultato di questa ricerca nel lavoro con i cantanti. No, questo viene accorciato e di conseguenza ci troviamo con delle meravigliose, piacevoli e belle esecuzioni musicali, tenute assieme da un paio di rudimentali righe di parlato. Questo non accadrà qui!
Nel preparare il RATTO DEL SERRAGLIO, ho notato anche un’altra cosa interessante: se si guarda alla trama semplicemente così come è, compare improvvisamente davanti agli occhi, esattamente ciò che accade oggi giorno quotidianamente... uomini europei bianchi (turisti) presi, rapiti e tenuti prigionieri da arabi (turchi), o in ogni caso rapitori mussulmani. Questi cercano di liberarsi da soli senza successo e anche i tentativi dall’esterno o con il riscatto dei soldi falliscono. Alla fine essi si trovano nelle mani dei loro rapitori senza speranza di salvarsi. Nei tempi dell’umanesimo illuminato era ancora possibile trovare per questa storia un finale positivo; oggi noi sappiamo con mortale affidabilità che i terroristi arabi decapitano i loro prigionieri.
L’idea di rappresentare l’opera nel deserto è sorta velocemente. Questo è un luogo estremo, che mostra i personaggi abbandonati in situazioni molto dure, impedendo così ogni deformazione in un giardino-paradiso da fiaba orientale. Io ho appreso Mozart da Nikolaus Harnoncourt - impensabile che nel suo mondo mozartiano acuto e analitico si potessero annidare il kitsch e l’innocenza. Tuttavia, quando si tratta di una modernizzazione dell’opera si deve procedere in modo molto accorto ed equilibrato (in particolare dopo l’attentato mortale a Charlie Hebdo). Qui il divertimento termina velocemente ed è ben consigliabile nella messa in scena del RATTO di cercare ciò che è esemplare, una distanza artificiale, affinché la rappresentazione non scivoli in una piatta attualizzazione; ciò non può essere soddisfatto inoltre né attraverso la musica, né attraverso il linguaggio, né attraverso le azioni dei personaggi.
Abbiamo pertanto riportato la trama agli anni venti e trenta del secolo scorso. Questa distanza storica ci porta in modo persino sorprendente in un tempo, che noi non abbiamo così presente, ma che di fatto riflette di nuovo molti dei motivi e soggetti dell’opera mozartiana. Nei disordini della prima guerra mondiale c’erano anche i fronti orientali e le battaglie tra l’impero ottomano, come alleato della Germania, e le forze coloniali, Francia e soprattutto Inghilterra. Già allora si trattava di potere, di sfere di influenza e soprattutto di petrolio. In questa guerra proprio la Germania cercava di sfruttare l’identità culturale e religiosa delle popolazioni arabe a favore della sua battaglia contro le potenze dell’Intesa - e si può affermare che i concetti di Jihad e Al Qaida, oggi del tutto correnti, hanno origine in questo periodo. Questo fronte, questa guerra, che è andata avanti fin gli anni venti del ventesimo secolo, costituirebbero lo sfondo alla trama della nostra rappresentazione, uno sfondo che emerge con grande cautela di tanto in tanto.
Mi sono sforzato tuttavia di lasciare i personaggi nella loro realtà teatrale, ma avrei potuto dar loro anche un concreto sfondo politico per le loro azioni e la loro situazione. Questo rappresenta un grande vantaggio rispetto alla versione originale del libretto, nel quale tutte le molteplici situazioni e sequenze di azioni risultano molto improbabili, del tutto prive di logica e sciocche. Sono convinto che soprattutto la prigionia per Pedrillo, Costanza e Bionda debba essere estremamente brutale e pericolosa, cosicché tutti i piani e gli sforzi, in particolare di Belmonte, acquistano una forte tensione drammatica. È chiaro che di fronte a un tale retroscena pericoloso e grave dobbiamo confrontarci spesso anche con la irrazionalità umana (la ‘sindrome di Stoccolma’, la componente sessuale, un pascià Selim del tutto enigmatico). D’altra parte Osmino non può in nessun modo essere compreso come un imbecille alla buona, come viene invece spesso rappresentato - proprio il suo odio profondo e la sua violenza mi spaventano molto; allo stesso tempo è presente nel personaggio una componente molto umana, che mette innanzitutto in dubbio l’insieme...
Si dovrebbe qui dunque immaginare meno un realismo filmico, quanto la situazione come in uno di questi ‘diorami’, ossia delle ‘vetrine’, come li conosciamo nei musei di scienze naturali o della tecnica; in cui si può raggiungere una quasi perfetta illusione della profondità spaziale e della vicinanza alla realtà e si possono riprodurre scenari naturalistici, storici o del mondo animale, veramente ingannevoli! Tuttavia si tratta qui sempre di una creazione artificiale, di un dettaglio o di una situazione esemplare, che fa da surrogato alla realtà.

Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci Due delle locandine fotografate in città Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci Una scena del 'Ratto del Serraglio' foto©Roberto Casalucci