A Livorno domenica scorsa la seconda delle due recite previste al Teatro Goldoni de Il piccolo Marat, dramma lirico in tre atti di Pietro Mascagni su libretto di Giovacchino Forzano. La prima rappresentazione, avvenuta il 2 maggio 1921 al Teatro Costanzi di Roma – con interpreti principali due stelle della lirica: Gilda dalla Rizza (Mariella) e Hipolito Lazaro (il piccolo Marat) – fu salutata da un enorme successo di pubblico, addirittura superiore a quello ricevuto, quasi trent’anni prima nello stesso Teatro dal giovanissimo compositore livornese con Cavalleria rusticana. Trionfale il giro che ne seguì nei teatri in Italia e all’estero, con oltre novanta produzioni negli anni Venti e titolo ancora acclamato, e molto rappresentato negli anni successivi, per scomparire progressivamente dai palcoscenici nel secondo dopoguerra. Si dovrà poi attendere un profondo conoscitore dell’opera di Mascagni come Gianandrea Gavazzeni, il grande direttore d’orchestra che fu tra gli artefici della “riscoperta” del valore del suo Teatro in tempi moderni.

L’edizione del centenario è stata curata nei minimi dettagli in una nuova produzione con allestimento del direttore d’orchestra e concertatore Mario Menicagli, alla guida dell’Orchestra della Toscana e del Coro del Goldoni (Maestro del Coro Maurizio Preziosi) e dalla regista Sarah Schinasi con scene e costumi William Orlandi e le luci di Christian Rivero. Tributo a un compositore che, per oltre quarant’anni dal finire dell’Ottocento, con il suo Teatro e le sue capacità di direttore d’orchestra, seppe scrivere pagine nuove nel modo di concepire ed eseguire il Teatro d’opera in Italia e nel mondo. Il piccolo Marat rappresenta l’opera della sua maturità artistica per intuizione, sviluppo e forma stessa del rapporto tra azione scenica e musica che lo caratterizza. E’ «l’inno della mia coscienza», disse lui stesso di quest’opera, pensata tra la primavera e l’estate del 1919 nel raccoglimento della sua villa di Antignano e sviluppata nei due anni successivi.

Avvicinarsi a questo titolo, senza pregiudizi e preconcetti (sappiamo bene quanto Mascagni sia stato oggetto per troppo tempo di tali inopportune attenzioni!), vuol dire porsi nelle condizioni di scoprirne quella forza che lo pervade, che – a dirlo con le parole di chi ebbe l’opportunità di vederla ed ascoltarla nei suoi primi anni – provocava “un brivido che trabocca in Teatro e di tutto un pubblico fa uno spirito solo, un solo incendio” (G. Bastianelli al Comunale di Bologna, 14 novembre 1923). Due anni esatti prima, a Milano, pochi mesi dopo l’acclamatissima première nella Capitale, Mascagni così scriveva: «Dopo il duetto del secondo atto la dimostrazione ha raggiunto un’altezza inverosimile: il teatro fu illuminato, la rappresentazione sospesa; tutto il pubblico era in preda a viva emozione, mentre il teatro s’empiva di garofani rossi. La pioggia di fiori è stata meravigliosa».

Tanti livornesi, ma anche melomani provenienti da tutta Italia si sono dati appuntamento per assistere a questa gemma rara ed è doveroso ricordare come, la città natale, abbia sempre tributato alle composizioni allestimenti straordinari in occasione dei centenari a partire proprio da Cavalleria Rusticana del 1990, proseguendo con Amico Fritz (1991), I Rantzau (1992), Guglielmo Ratcliff (1995), Iris (1998), Maschere (2001).

Una grande energia tra azione e musica: nella partitura de Il piccolo Maratcontano atti, situazioni, colpi scenici, e poco o nulla le parole o i versi” e si rimane conquistati dai “modi aggressivi, crudi, che il musicista escogita nell’affrontarli, tali da suggerire forse un’idea cinematografica” (acuta e puntuale annotazione di Gavazzeni).

Dopo la stagione, coincidente con Lodoletta (1917) e (1919), che alcuni critici definirono del disimpegno, Mascagni decise quindi di dedicarsi alla composizione di un’opera a sfondo politico in un periodo storico attraversato da profondi conflitti sociali. Giovachino Forzano, studioso della Rivoluzione francese, in precedenza aveva proposto a Mascagni una serie di soggetti ispirati a quel periodo e tra questi un libretto incentrato sulla figura di Robespierre e uno su quella di Maria Antonietta, di cui esiste uno spezzone di libretto.

Ma Mascagni risultò assai poco ispirato da questi soggetti, come si evince da una lettera indirizzata a Forzano “Come si può mettere in musica l’acquisto dei voti dei deputati della Convenzione? […] E poi, Forzano, si può far cantare Robespierre? Lei lo vede Robespierre tenore, o anche baritono, o basso profondo? Io non me la sento”.

Nonostante ciò, la Rivoluzione continuò a esercitare un certo fascino sulla fantasia di Mascagni e di Forzano che trovò ispirazione in Noyades di Nantes di George Lenôtre e in Sous la terreur di Victor Martin. Il soggetto trae spunto da un criminale episodio avvenuto negli anni del Terrore della Rivoluzione francese, che però, con i suoi protagonisti principali, resta confinata sullo sfondo di una vicenda complessa e truce, ma molto più umana: l’amore di un figlio per la madre che sa di essere in estremo pericolo di vita e che decide di fare di tutto per salvarla; ancora l’amore, ma tra i due protagonisti per antonomasia – il tenore e il soprano – che si fanno forza per ribellarsi alla crudeltà dell’ ”Orco”, lo spietato persecutore dei prigionieri politici, condannati a morte senza processo; la coscienza umana e civile che non volge lo sguardo da un’altra parte rispetto alla ferocia, ma si ribella ed adopera per farla cessare (i ruoli del “Carpentiere” e del “Soldato”).

A Livorno, la scena è costituita  da un’impianto fisso, illuminata la parte inferiore e cupa quella superiore, il tutto ben illuminato, un ponte simboleggia la Libertà e, alla fine del dramma, si tingerà con i colori della bandiera francese. Il tutto ben supportato dall’eccellente lettura musicale.
Va detto che la parte del canto mette alla prova i cantanti in quanto difficile  e impervia per tutti. I due protagonisti, Il piccolo Marat del tenore Samuele Simoncini, ha una voce bellissima che regala emozioni, mentre Mariella del soprano Valentina Boi è perfettamente calata nel personaggio. Il duetto finale del secondo atto è stato bissato su incalzante richiesta del pubblico che non smetteva di applaudire.

Non è un’opera dall’ascolto “facile” né immediato, ma “complessa e straordinaria”: ce lo ricorda nella sua nota Mario Menicagli.
Sarah Schinasi ha aggiunto: un’opera “pervasa da una disperazione surreale che espressa dalla musica  arriva come una spada dritta al cuore che ci trafigge fin dalle prime battute con un sentimento di coscienza collettiva, come l’avrebbe definita Jung, risorge, e ci immerge nella sofferta ma appassionata narrativa di una battaglia verso la luce attraverso le tenebre”.

Bene sia vocalmente che scenicamente sia il cattivo, l‘Orco (basso) sostenuto da Andrea Silvestrelli, che il Carpentiere (baritono) di Alberto Mastromarino, ma la rivelazione è stata quella del Soldato (baritono) di Stefano Marchisio, oseremmo dire da manuale. Bravissimi tutti gli altri e, alla fine, applausi interminabili per tutti.
Ultimissima annotazione che tale edizione del Centenario è stata dedicata alla memoria del Maestro Antonio Bacchelli che la diresse nel 1979 e che doveva essere per lui il trampolino di lancio per una luminosa carriera, purtroppo stroncata da un destino avverso.




Dettagli

Didascalie immagini

alcuni scatti effettuati durante l’esecuzione
foto © Augusto Bizzi
courtesy Fondazione Teatro della Città di Livorno “C. Goldoni”

IL PICCOLO MARAT

Edizione del Centenario
Dramma lirico in tre atti su libretto di Giovacchino Forzano
musica di Pietro Mascagni
Dedicato alla memoria del M° Antonio Bacchelli

Direttore  Mario Menicagli

Regia Sarah Schinasi

Scene e costumi William Orlandi
Light designer Christian Rivero

Orchestra della Toscana

Coro del Teatro Goldoni Livorno
Maestro del coro Maurizio Preziosi

Casa Musicale Sonzogno di Piero Ostali, Milano

Personaggi e interpreti

  • L’Orco Andrea Silvestrelli
  • Mariella  Valentina Boi
  • Il piccolo Marat  Samuele Simoncini
  • La Mamma  Silvia Pantani
  • Il soldato  Stefano Marchisio
  • La spia Alessandro Martinello
  • Il ladro Pedro Carrillo
  • La tigre  Michele Pierleoni
  • Il carpentiere Alberto Mastromarino
  • Il capitano dei “Marats” Carlo Morini
  • Il portatore d’ordini Luis Javier Jiménez García
  • Prima voce Marco Mustaro
  • Seconda voce Simone Rebola
  • Il Vescovo Paolo Morelli

Nuovo allestimento e produzione della
Fondazione Teatro Goldoni Livorno