Il Festival d’Autunno del Maggio Musicale è composto da tre opere verdiane tutte a ‘stampo’ spagnolo: Trovatore, Ernani, Don Carlo oltre a un gioiello del repertorio barocco, mai rappresentato a Firenze finora, cioè Alcina di Georg Friedrich Händel. Come ha spiegato il sovrintendente Alexander Pereira “La nostra idea è di rendere questi Festival satelliti dei punti fermi della nostra programmazione futura e rendere Firenze la città dei Festival italiana; a questo si aggiunge, alla fine dell’anno, la fine dei lavori sul palcoscenico della Sala Grande che renderà il nostro Teatro allo stesso livello dei più grandi internazionali”.

Zubin Mehta, alla guida del Coro e dell’Orchestra del Maggio, sul podio dell’auditorium a lui dedicato per “Il trovatore“, titolo mediano della ‘trilogia popolare’. Per il Maestro è stato il terzo Trovatore fiorentino, dopo quello diretto nel giugno del 1990 con la regia di Giuliano Montaldo – con Luciano Pavarotti nel cast – e gli spettacoli che inaugurarono la 64ª edizione del Festival del Maggio con la regia di Pier Luigi Pizzi andati in scena nel maggio del 2001.

Alla conferenza stampa di presentazione, Mehta ha dichiarato di ricordare “ancora con piacere che durante le recite per il primo della mia carriera, al Metropolitan di New York, a causa di un’indisposizione, Franco Corelli non poté essere presente; e allora lo sostituimmo con un giovane e ancora sconosciuto cantante che credevamo fosse messicano, salvo poi scoprire che era spagnolo: Placido Domingo!”
Il Maestro aveva poi spiegato: “Per Il trovatore servono, così come per il Requiem, dei veri e propri ‘cannoni’ all’interno del cast: questa produzione, grazie anche allo splendido ensemble di artisti che ho a disposizione, dà il modo di sfruttare al meglio l’opera verdiana, valorizzando anche le sonorità del nuovo Auditorium. Tutti i membri del cast sono inoltre quasi perfetti nella pronuncia; una pronuncia che aiuta, a livello ritmico e musicale, a rendere ancora più espressiva la musica scritta da Verdi. Anche l’orchestra e il Coro sono splendidi, come sempre: non ho avuto neanche modo di correggerli; opere come questa sono il loro pane quotidiano e sono praticamente perfetti in ogni parte dell’esecuzione.”

Questa edizione – con scene e costumi curati da Luigi Perego e le luci da Luigi Saccomandi – è stata firmata da Cesare Lievi, tornato al Maggio dopo i recenti spettacoli de Lo sposo di tre, e marito di nessuna.
In un’opera dove la musica è tale da non aver bisogno di parole, il regista, sempre in conferenza stampa, si era soffermato sui caratteri oscuri e cupi che la caratterizzano e dove: “tutto avviene di notte o ai primi bagliori dell’alba. I personaggi si muovono in un paesaggio desolato, senza futuro, senza vita, imbrigliati in un destino di morte. Tutto sembra già finito e incenerito prima ancora di iniziare; sembra quasi che Verdi si sia ‘disinteressato’ alla trama stessa per mettere in evidenza, in modo anche brutale, quelle che sono le pulsioni nude e crude dei personaggi.

Ed è proprio questo groviglio emotivo e pulsionale che ho cercato di mettere in scena, un groviglio saldamente legato ad un passato che puntualmente torna. Il passato, a cui l’importantissimo antefatto dell’opera fa riferimento, porta con sé una forza distruttiva totalmente inevitabile, per chiunque. Il nostro lavoro è stato dunque quello di offrire una fiaba, genere caro ai romantici, dalle tinte profondamente nere e tragiche ma assolutamente vitale: quest’opera parla della nostra vita, di noi stessi e del mondo interiore che spesso soffochiamo e reprimiamo.”

All’ultima recita (delle quattro previste, tutte sold out), si spengono le luci e già alle prime note il pubblico viene rapito dalla lettura del maestro Zubin Mehta, che esalta Orchestra e Coro in splendida forma e perfetta simbiosi con il cast vincente dei cantanti a partire da Manrico (tenore) di Fabio Sartori, solido e affidabile nel ruolo tutt’altro che facile.

Il suo rivale, il Conte di Luna (baritono) Amartuvshin Enkhbat, già ospite al Teatro del Maggio in diverse occasioni, offre una strepitosa performance. Voce scura, ampia e potente poi, se proprio vogliamo dirla tutta, tecnica e dizione perfette.

Leonora (soprano) di Maria Jose Siri conferma tutti i giudizi positivi espressi quando l’abbiamo ascoltata ne I due Foscari lo scorso Festival del Maggio Musicale.
Azucena (mezzosoprano) di Ekaterina Semenchuck veramente una sorpresa per l’intensa interpretazione vocale e scenica con tecnica inossidabile ed estensione vocale da ricordare.
Altra gradita conferma il Ferrando (basso) di Riccardo Fassi: scenicamente perfetto e vocalmente ineccepibile, notato in occasione del debutto fiorentino ne I due Foscari.

Alla fine dello spettacolo grandissimi applausi per tutti gli interpreti e standing ovation per il Conte di Luna e Azucena, poi all’uscita del Maestro Mehta, il pubblico appassionato lo ha sommerso di applausi.
In sala presente anche Cecilia Bartoli che sta già provando in teatro con il cast dell’Alcina che, attesissima, debutterà il prossimo 18 ottobre.