Ho scelto il titolo con la citazione finale perché, mai come oggi, è tanto attuale considerando anche che Falstaff venne accolto con sorpresa.
Dopo l’insuccesso di ‘Un giorno di regno‘ Giuseppe Verdi non si era più cimentato in un’opera buffa però, alla fine della sua longeva carriera, più che ottantenne, quasi come una rivalsa, propose questo capolavoro.
La storia è semplice: incoraggiato dal successo di Otello, Arrigo Boito propose al Maestro una nuova collaborazione, la bozza di un libretto per un’opera comica tratta da “The Wives of Windsor “.(Le allegre comari di Windsor) di Shakespeare. Nel 1889, il compositore supera ogni perplessità iniziando a lavorarci e, il 9 febbraio 1893, i milanesi poterono assistere alla prima scaligera in una serata di mondanità e pettegolezzi. Il grande pubblico non capi subito un’opera così distante dall’autore popolare che tutti conoscevano, ma in sala ad applaudire, c’erano anche Giacomo Puccini e Pietro Mascagni.
“Falstaff è un dono, è un dono tanto grande quanto leggero, è un’opera che vuole leggerezza per poter parlare e raccontarci i suoi segreti. È un miracolo di unità e compattezza, ogni momento è unico, essenziale e straordinario, è una corsa folle verso la sua conclusione” ci spiega il regista Jacopo Spirei di questo dramma lirico in tre atti e, alla replica a cui ho assistito, il Teatro Regio di Parma era gremito in ogni ordine di posto con pubblico proveniente da diversi paesi del mondo che si dà appuntamento in città per il Festival Verdi salito ad alti livelli oltre all’offerta di rarità come Jerusalem (opera inaugurale 2017) mentre per il prossimo anno è in cartellone Le trouvere nella versione francese.

Tornando alle parole del regista, Jacopo Spirei prosegue: “Falstaff è un uomo che parla liberamente in un mondo in cui le apparenze sono la cosa più importante. È personaggio positivo, negativo e neutro allo stesso tempo. E, per nostra fortuna, la figura di John Falstaff è anche una satira feroce alla borghesia e alla nostra società nel senso più ampio del termine. La straordinarietà del messaggio di Verdi, così come di ogni artista assoluto, è di saper travalicare tempi, gusti ed epoche, perché sa parlare di noi”.

Il sipario – un enorme Union Jack – si apre facendo intravedere la stanza di sir John all’Osteria della Giarrettiera in una Gran Bretagna dei nostri giorni e, fin da subito, è palpabile l’ironia dell’opera: da come i paesani di Windsor si pongono nei confronti di Falstaff a come lui contrasti con l’altolocata classe borghese con figli punk o rocchettari. Uno strano equilibrio evidenziato dal cedimento iniziale del pavimento e che resterà inclinato fino alla fine.

Non smetterò mai di ripetere che l’opera si può modernizzare, cambiando spazi e tempi, ma la non si può snaturare come certi registi scelgono di fare per celare la loro incapacità. Questo allestimento è un chiaro esempio di idee ben realizzate dove il rinnovamento niente toglie alla tradizione verdiana anzi, ben vengano coup de teatre come quando Falstaff – rivolto verso il pubblico e travestito da cacciatore in nero – si presenta a mezzanotte al Parco alla Grande Quercia. Il lampadario del Regio si illumina di una luce magica e l’interno del teatro diventa parte integrante della scena.

Quelle scene di Nikolaus Webern che, con i costumi di Silvia Aymonino e le luci di Fiammetta Baldisseri, sono perfette per ricreare un clima di sudditi di “Her Majesty, Queen Elizabeth” il cui ritratto, fra l’altro, è ben visibile nella camera di Sir John.

Il M° Riccardo Frizza ha affrontato una partitura tanto complessa con estrema attenzione ai particolari permettendo alla Filarmonica Arturo Toscanini e al Coro, guidato da Martino Faggioni, di regalarci momenti bellissimi e un finale veramente emozionante. Plauso generale ai protagonisti ben calati nei nei rispettivi personaggi.

Sir John Falstaff – in tutte le altre recite interpretato da Roberto De Candia – in quella del 15 ottobre, a cui ho assistito, era affidato al giovane baritono georgiano Mikheil Kiria con bella voce e timbro e una grande interpretazione (speriamo di rivederlo presto in Italia).

L’altro baritono Giorgio Coaduro (Ford) nonostante l’annuncio di una indisposizione, ha cantato veramente bene. Il tenore Juan Francisco Gatell con bel timbro e bellissima voce ha sfoderato un Fenton molto interessante. Bene anche la triade formata da: Dott Cajus (il tenore Gregory Bonfatti), Bardolfo (il tenore Andrea Giovannini) e Pistola (il basso Federico Benetti).

Il soprano Amarilli Nizza, perfettamente calata nel personaggio di Mrs Alice Ford, ha cantato con bella voce. Molto brava ed elegante La Nannetta di Damiana Mizzi a suo agio nella parte e molto complice nei duetti con Fenton. Abituato a vederla nei repertori barocchi, il mezzosoprano Sonia Prina mi ha piacevolmente sorpreso la sua interpretazione nei panni di Mrs. Quickly. Bene anche la Mrs.Meg Page interpretata dal mezzosoprano Jurgita Adamonyte.

Alla fine grandi applausi per tutti.