In scena al Teatro Regio fino a mercoledì 16 aprile, La dama di picche capolavoro di Pëtr Il’ič Čajkovskij considerata dal compositore il suo miglior lavoro in assoluto e, in effetti, la parabola tragica di Hermann, l’uomo che si consuma nel vortice della brama e del gioco d’azzardo, gli ispirò alcune delle pagine più ardenti e drammatiche del repertorio. La compose nel 1890 con ispirazione travolgente, su un libretto del fratello Modest, tratto dall’omonimo racconto di Aleksandr Puškin e la prima rappresentazione assoluta avvenne il diciotto dicembre dello stesso anno al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo dove è ambientata la storia alla fine del Settecento.

Tutto ha inizio quando il protagonista, German, scopre che una vecchia contessa possiede un metodo infallibile per vincere a carte: essendo ossessionato dal gioco d’azzardo, per ottenere il segreto seduce Liza, la nipote dell’anziana. Il compositore riesce in modo magistrale a temperare il senso di tragedia imminente, espresso in arie di grande intensità e dolore, con pagine permeate di nostalgia per il passato, in cui si rende continuamente omaggio allo stile rococò e a Mozart, di cui Čajkovskij era un fervente ammiratore.

Il podio è stato affidato a un giovane maestro, Valentin Uryupin diplomato al conservatorio di Mosca, già vincitore nel 2017 del prestigioso Sir George Solti International Conductor’s Competition di Francoforte, è stato assistente di direttori del calibro di Valery Gergiev e Vladimir Jurowski. Praticamente, nel Dna, ha il repertorio russo. Dopo il brillante esordio nel 2023 con La sposa dello zar di Rimskij-Korsakov, è tornato così a dirigere l’Orchestra del Regio, il Coro e il Coro di voci bianche, questi ultimi istruiti rispettivamente da Ulisse Trabacchin e Claudio Fenoglio, e un gruppo di solisti specializzati nel repertorio russo di fine Ottocento.

Diversamente da quanto comunicato a inizio Stagione, per sopraggiunte problematiche, La dama di picche è presentato con un allestimento differente da quello inizialmente annunciato quindi, per la prima volta a Torino, ecco una produzione realizzata lo scorso anno dalla Deutsche Oper di Berlino, frutto di un’idea concepita poco prima della pandemia dal genio visionario di Graham Vick, prematuramente scomparso nel 2021. La concezione scenica di Vick è stata raccolta e approfondita dal regista britannico Sam Brown, che così spiega il dramma di Hermann: «un uomo qualunque, prigioniero di un’esistenza incolore, sospeso in un limbo sociale da cui non vede via d’uscita. Vive nel dormitorio di una caserma, in uno spazio angusto che riflette la monotonia della sua condizione. La sua è una vita decorosa, ma priva di slanci, un’esistenza in cui il benessere è un miraggio e il desiderio di riscatto si alimenta di fantasie. Il mondo attorno a lui gli appare come uno spettacolo inaccessibile: lo contempla con uno sguardo febbrile, carico di invidia e smarrimento, come chi osserva una vetrina luccicante senza potervi entrare.

Si muove in una dimensione fatta di illusioni, una sorta di “realtà Instagram” ante litteram, dove la felicità altrui gli sembra scintillante e perfetta, ignaro delle incrinature che la percorrono. In questa società rigidamente strutturata, Lisa incarna l’aspirazione al dissenso: nata e cresciuta in un mondo di privilegi e regole inflessibili, sogna di sottrarsi alla gabbia dorata che la opprime. Hermann, al contrario, desidera ardentemente varcarne la soglia, illudendosi che solo lì possa trovare il rispetto, la ricchezza e l’amore che gli sono negati. Ma il destino, implacabile, gioca con le loro illusioni e li trascina in una partita senza vincitori, dove la realtà si impone con tutta la sua crudeltà».

Presenti alla terza rappresentazione, la pomeridiana di domenica scorsa in una Torino baciata da un clima prettamente primaverile, abbiamo notato con piacere un Teatro affollato, anche perché l’opera mancava dalla città piemontese dal 2009 quando fu diretta da Gianandrea Noseda. Difficile non ricordare il maestro Seymon Bychkov, sul podio del festival del Maggio Musicale Fiorentino 1999, con un grande cast e la regia dell’opera di Lev Dodin, presenti anche alle ultime due recite dirette da un giovanissimo Kirill Petrenko, oggi una delle bacchette più importanti del mondo.

Tornando a Torino, visivamente, lo spettacolo già all’apertura del sipario si presenta con un’impianto scenico a struttura concava e numerosi pannelli girevoli che mettono in mostra fondali coloratissimi a seconda della scena. Utilizzate anche proiezioni e didascalie in bianco e nero, su vecchi film anni Trenta, che raccontano San Pietroburgo e i trascorsi della Contessa ai tempi di Caterina la Grande. Tutto ben congeniato da Stuart Nunn che firma scene e costumi. Anche le luci sono usate magistralmente per tutto lo spettacolo da Linus Fellbom.

Il Direttore, alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio in stato di grazia, ha offerto un’eccezionale lettura dell’opera mettendo in risalto colori, sfumature e giusti equilibri con un apporto, definiremmo magistrale, dei due Cori. Il cast di canto è d’eccellenza iniziando dalla Contessa: di grandissimo livello il mezzosoprano Jennifer Larmore, non il personaggio che siamo abituati a vedere, ma una bellissima donna stile “Femme fatale” in grado di sedurre con un fascino travolgente.
German, Mikhail Pirogov, in una parte difficilissima per il tenore, mai una forzatura nel suo cantare: voce straordinaria e ottima presenza in scena.

Il soprano Zarina Abaeva dona a Liza la sua voce intensa.
Ottima sorpresa la Polina del mezzosoprano Deniz Uzun, sia nella romanza che nella “canzone Russa” del primo atto.
Bellissima prova anche del baritono Vladimir Stoyanov nella parte del Principe Eleckij (l’aria del secondo atto da brividi).
Molto bravi anche tutti gli altri cantanti.

Alla fine dello spettacolo, dopo quasi quattro ore di musica che sono volate, grandi applausi per tutti gli artisti e il direttore.
Possiamo solo augurarci che nei nostri teatri si continui a fare musica di altissimo livello come questa produzione segnalando che, il mese prossimo, assolutamente da non perdere – sempre al Regio – Hamlet di Amboise Thomas nella versione del protagonista per voce da tenore come la scrisse l’autore.