Follia ed estasi di un amore ritrovato, un triangolo amoroso, un contrasto per motivi politici, la minaccia di una tragedia sfiorata. Niente di particolare se non si trattasse del capolavoro romantico di Vincenzo Bellini dove è la musica a fare la differenza. Così ogni azione umana, ogni conflitto, ogni male, viene trasformato in melodie lunghe, celestiali, dal profilo sinuoso, che sospendono il tempo e – dal 24 gennaio 1835 – esercitano, su chiunque ascolti, un effetto ipnotico. Poco importa se la guerra civile inglese fa da sfondo perchè l’orchestra del compositore, forse complici i natali catanesi, mantiene luce mediterranea, quella stessa che affascinò Chopin e Wagner proprio quando si stavano aprendo le porte della celebrità europea, ma la morte se lo portò via a soli trentatré anni.

Tra le sue opere I puritani, vertice assoluto del belcanto italiano, è la più raffinata nella strumentazione e la più varia nei caratteri: «il gaio, il tristo, il robusto dei pezzi, tutto è stato marcato dagli applausi» come lo stesso compositore scrisse all’amico Francesco Florimo, all’indomani della prima al Théâtre-Italien di Parigi. I caratteri composti nel 1834 su libretto di Carlo Pepoli (dal dramma storico Têtes rondes et Cavaliers di Jacques-François Ancelot e Joseph-Xavier Boniface “Saintine”) ne rappresentano la quintessenza del linguaggio: partitura di estrema raffinatezza, costruita su equilibri sottilissimi tra voce e orchestra, in cui tensione e abbandono, estasi e tormento si fondono in un canto di straordinaria purezza.

Nel più classico dei triangoli amorosi, Elvira, figlia del governatore puritano, ama il cavaliere Arturo, sostenitore degli Stuart, suscitando la gelosia di Riccardo. Il giorno delle nozze, Arturo sceglie di salvare la regina Enrichetta di Francia, prigioniera dei puritani, fuggendo con lei e compromettendo il proprio destino. Convinta di essere stata tradita, Elvira sprofonda nella follia, mentre Arturo viene condannato a morte. Solo il loro ricongiungimento e l’amnistia proclamata dal vittorioso Cromwell scioglieranno il conflitto, restituendo ai due amanti la speranza e la felicità.

Trascorsi ben undici anni dall’ultima rappresentazione al Teatro regio di Torino, l’ultimo capolavoro belliniano è in scena fino a domani (ultima delle sei rappresentazioni, mentre questo articolo si riferisce alla pomeridiana del 10 maggio) nel nuovo allestimento di Pierre-Emmanuel Rousseau che firma anche scene e costumi (luci di Gilles Gentner, coreografia di Carlo d’Abramo) proponendo una lettura elegante e intimista, sospesa tra neoclassicismo e romanticismo. Al centro della sua interpretazione il regista pone la figura di Elvira, sola e smarrita in un mondo dominato dal conflitto: «Una donna sola, al centro di una guarnigione di soldati… La ragione vacilla. Ama perdutamente Arturo, il rivale politico. Si sente abbandonata, lotta contro le allucinazioni. “I puritani” è la storia di questa donna, preda della follia» sottolinea.

Nel gesto di Arturo, che salva una regina condannata sacrificando la propria felicità, si consuma una frattura irreparabile. Elvira, smarrita, sprofonda nella follia, mentre il mondo attorno a lei si disgrega e solo il ritorno, la verità e una grazia inattesa, ricompongono l’ordine infranto. La dimensione drammaturgica si intreccia con una forte visione del tempo, della memoria e, durante i tre atti, le scenografie si trasformano progressivamente in rovine dal sapore romantico, mentre i costumi si fanno via via più consunti, segnando il logorarsi delle certezze e delle identità. Il rosso che attraversa la Stagione e diventa simbolo di passione, follia e resistenza, segno di un sentimento che sopravvive alla guerra.

Sul podio del regio il ritorno di Francesco Lanzillotta (dopo aver diretto Norma nel 2022 e La rondine nel 2024), rinnovando così il sodalizio artistico con Rousseau. Alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro, si è fatto artefice per esaltare il belcanto ai massimi livelli, restituendo ogni purezza e vertiginosa difficoltà della scrittura belliniana. Una brillante lettura per valorizzare i singoli strumenti, cesellandone i suoni, l’eccellente intesa con i cantanti solisti e il Coro (diretto da Gea Garatti Ansini) che ha offerto una prova di grande rilievo.

Quando si spengono le luci, prima che inizi la musica, il sipario si apre e, in sala, il silenzio è assoluto. Sul palco si vede l’interno di una dimora elegante con in fondo una camera da letto. Elvira – a lato della scena – immobile, osserva in silenzio e i suoi ricordi ritornano alla sua infanzia. Nella stanza appare lei bambina che gioca, ma, a un certo punto, sua madre si suicida e lei assiste prima di esser portata via, evento che la segnerà per tutta la vita rendendola debole e mentalmente instabile. Dopo questa premessa di Pierre-Emmanuel Rousseau, inizia la musica (qui la scena è fissa, una dimora con pareti e porte che scorrono e creano gli ambienti, vetrate, lampadari in cristallo e una doppia rampa di scale). L’oscurità prevale sempre, il colore grigio e le luci, cambiando di colore, creano atmosfere gotiche.

La vicenda è trasportata nell’epoca in cui visse Vincenzo Bellini con costumi sobri ed eleganti. La camera dove è morta la madre, resta sempre al centro, anche nel secondo atto dove Elvira, in preda alla follia, con pennellate rosse, scriverà il nome del suo amato: Arturo. In seguito, nell’ultimo atto, la dimora viene distrutta dalla guerra e spiccano i particolari di porte scardinate e tappezzerie macchiate. Anche nell’ultima parte dell’opera il regista ha proposto la sua visione quindi, non come da libretto, amnistia generale per gli sconfitti e i due innamorati che si ritrovano abbracciandosi, bensì Arturo ferito a morte ed Elvira che, sopraffatta dal dolore, muore anche lei: un tragico finale che Vincenzo Bellini non aveva scritto.

Il tenore John Osborn, nella parte di Arturo Talbot, belcantista assoluto nella parte impervia, è sempre stato in crescendo fin dal primo atto “A te, o cara, amor talora..” per poi proseguire, nel terzo atto, “Credeasi misera…” dove ha raggiunto un livello straordinario. Il soprano Gilda Fiume al debutto nel ruolo di Elvira veramente brava raggiungendo, nella scena della pazzia, una credibilità che il pubblico ha apprezzato applaudendo. Di livello anche la prova del baritono Simone del Savio nella veste di Riccardo Forth e anche il basso Nicola Ulivieri nei panni di Giorgio Valton. Molto bene anche tutti gli altri.
Alla fine, dopo tre ore e mezza di musica, grandissimi applausi per tutti, sopratutto per il tenore John Osborn, una vera gemma del belcanto.
Arrivati quasi alla fine della stagione operistica, segnaliamo che nei giorni scorsi è stata presentata “Fatale” la stagione 2026 /2027 con titoli interessanti tra cui, alcuni, assenti da molto tempo, come La boheme di Ruggero Leoncavallo e Iris di Pietro Mascagni.