Per la prima volta a Torino i Dialoghi delle Carmelitane (Dialogues des Carmélites) di Francis Poulenc, in scena dal 31 marzo al 12 aprile, esplora temi di fede, paura e coraggio. L’opera, capolavoro del Novecento, è andato in scena in prima rappresentazione assoluta il 26 gennaio 1957 – tra l’altro in lingua italiana – al Teatro alla Scala (la versione francese debutterà all’Opèrà di Parigi il 21 giugno dello stesso anno) dove riscosse un certo successo poi, per decenni messo in ombra, ridimensionato dalla critica a causa del contenuto considerato reazionario. Da un lato perché la musica aderisce al tradizionale sistema tonale, pur con giochi di prestigio e alterazioni armoniche, dall’altro perché il libretto, tratto da una sceneggiatura di Georges Bernanos, narra di una storia vera dell’epoca del Terrore: sedici monache ghigliottinate nel 1794 a Compiègne per «aver tenuto raduni contro-rivoluzionari» come sentenziato nell’editto di condanna, in realtà condannate perché semplicemente per la loro esistenza, ossia per puro fanatismo.

Nella celebre produzione di Robert Carsen creata nel 1997 per il Dutch National Opera & Ballet di Amsterdam, i ricordi tornano al febbraio 2004 quando, nell’allestimento al Teatro degli Arcimboldi di Milano (La Scala era chiusa per ristrutturazione), il maestro Riccardo Muti diresse lasciando il pubblico folgorato da un capolavoro musicale assoluto, ma anche da uno spettacolo indimenticabile e, domenica scorsa all’ultima replica torinese, a distanza di ventidue anni, è stato impossibile non commuoversi nel rivederlo e ascoltarlo, diretto da Yves Abel come alla prima di Amsterdam.

Compiègne, 1794. La Rivoluzione irrompe nella clausura e trasforma la vita di un convento in una domanda radicale: che cosa significa avere fede quando tutto crolla? Ispirata alla vera storia delle sedici carmelitane ghigliottinate durante il Terrore giacobino, Dialoghi delle carmelitane è un teatro dell’interiorità, dove la musica alterna tensione e contemplazione, luce e ombra, mettendo a nudo la paura che condiziona, la violenza del potere e la scelta del sacrificio. La lettura di Robert Carsen è diventata un riferimento internazionale per l’essenzialità del linguaggio scenico e la forza emotiva con cui restituisce il nucleo morale e spirituale dell’opera.

Per il regista canadese si tratta di un’opera profondamente atipica, dove al centro non c’è il consueto intreccio di passioni e morte, ma una questione esistenziale trattata in forma rarefatta e filosofica. Il dialogo è il vero motore drammaturgico: i personaggi “parlano” molto, ma non sempre riescono davvero a comunicare. In uno spazio astratto, quasi sacro, sono i corpi, le distanze e la luce a costruire i luoghi dell’azione; nessun realismo descrittivo, nessuna simbologia imposta, per lasciare allo spettatore la libertà di riempire la scena con la propria esperienza interiore.

Evitare oggetti e segni superflui significa sottrarsi a un’“iper-teatralità” e accompagnare l’opera verso la sua dimensione più universale, come riflessione sul coraggio, sulla paura e sulla responsabilità individuale. Figura chiave è Blanche de la Force, personaggio letterario fragile e timoroso creato da Gertrud von Le Fort, il cui cammino interiore – dalla paura alla scelta consapevole del sacrificio – rende visibile il cuore etico del dramma.

Proprio questa capacità di parlare a tutti, al di là di ogni appartenenza religiosa, rende la lettura di Carsen tanto potente sul piano umano, spirituale e intellettuale. Anche nella celeberrima scena finale, il regista evita ogni realismo crudo per cercare, nella musica di Poulenc, una dimensione ulteriore. Il risultato è un’immagine stilizzata di intensa bellezza, che il regista ha definito una “danza verso la luce”: non solo tragedia, ma attraversamento, trasformazione, compimento.

La storia di Dialogues des Carmélites affonda le radici in un episodio storico realmente accaduto: l’esecuzione, il 17 luglio 1794 a Parigi, nell’ultima e più repressiva fase del regime del Terrore, di sedici suore carmelitane che rifiutarono di rinunciare ai loro voti religiosi, passate alla storia come le martiri di Compiègne. Il tragico evento ispirò nel 1931 il romanzo Die Letzte am Schafott (L’ultima al patibolo) di Gertrud von Le Fort, da cui nel 1947 Raymond Bruckberger trasse una sceneggiatura cinematografica, affidando a Georges Bernanos la scrittura dei dialoghi. Pubblicati nel 1949, i Dialogues ottennero un notevole successo teatrale, tanto che nel 1953 l’editore Ricordi propose a Francis Poulenc di trasformarli in un’opera. Affascinato dalla profondità psicologica dei personaggi, in particolare femminili, il compositore completò la partitura nel 1956. Poulenc dedicò la partitura alla memoria della madre e dei compositori che considerava suoi maestri ideali: «alla memoria di mia madre, che mi ha dischiuso alla musica, di Claude Debussy, che mi ha donato il gusto di scriverla, di Claudio Monteverdi, Giuseppe Verdi e Modest Musorgskij, che mi sono serviti da modello».

Nonostante lavori sulla rete ferroviaria, scioperi e ritardi rendano sempre più difficile spostarsi in treno, anche questa volta siamo riusciti a raggiungere in tempo l’affollato Regio per l’ultima recita dei Dialogues des Carmélites e, prima dell’inizio, parlando con amici torinesi è interessante sapere che, molti, sono tornati anche due volte ad ascoltare questo capolavoro dove, la messa in scena di Carsen, è stata ripresa da Christophe Gayral con le scene di Michael Levine, i costumi di Falk Bauer, le coreografie di Philippe Giraudeau e le luci affidate a Robert Carsen e Cor van den Brink. Niente ha smarrito fascino e bellezza e, quello che da trent’anni ancora stupisce il pubblico, è il palcoscenico vuoto, il nulla o quasi. Solo pareti grigie o oro, qualche panca, un tavolo e nient’altro, ma, soprattutto, l’assenza di simboli religiosi. Non esiste il tempo e le luci, magistralmente utilizzate, fanno il resto. Finale da cardiopalma senza ghigliottina e sangue, solo suore vestite con un camice bianco che vanno incontro al proprio destino danzando e, una a una, cadendo come se l’anima lasciasse il corpo oramai esanime. Il “Salve Regina” finale, da solo vale il biglietto dello spettacolo, e il pubblico, in religioso silenzio è come se partecipasse al martirio.

Alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio il franco-canadese Yves Abel che ben conosce la partitura e l’ha eseguita magistralmente, soprattutto la narrazione delle vicende, le pause, il cesello dei singoli strumenti, i momenti chiave come l’agonia della madre superiora e il finale. In splendida forma il Coro con la nuova direttrice Gea Garatti Ansini (al suo primo impegno al teatro torinese). Molto bene il nutrito cast dei cantanti: il personaggio principale, Blanche de la Force affidato al soprano Ekaterina Bakanova che possiede un bel timbro e che è scenicamente perfetta per il ruolo. Una menzione speciale per Madame de Croissy l’anziana priora del contralto Sylvie Brunet-Grupposo che, nella scena dell’agonia sul letto di morte, sia vocalmente che scenicamente, disegna un personaggio straordinario. Molto bene anche la nuova priora Madame Lidoine del soprano Sally Matthews; colpiscono freschezza ed eleganza del soprano Maria Pia Vitale nel ruolo di Soeur Constance de Saint-Denis. Bravissime Antoinette Dennefeld (mezzosoprano) Mere Marie dell’Incarnation, Lorrie Garcia (mezzosoprano) Mere Jeanne de l’Enfant Jesus e Martina Myskohild (mezzosoprano) Soeur Mathilde. Al baritono Jean-Francois Lapointe il ruolo del padre di Blanche, le Marquise de la Force, che ha sfoderato gran classe e presenza scenica. Il tenore Valentin Thill nel ruolo del fratello di Blanche, le Chevalier de la Force, voce limpida che emerge nel famoso duetto con la sorella. Molto bene anche tutti gli altri.
Alla fine dello spettacolo grandissimi applausi per tutti ben consapevoli di aver assistito a un spettacolo dove tutto ha funzionato alla perfezione e che, anche a distanza di anni, si conferma una delle più belle produzioni del genio di Robert Carsen.