Terza opera di Benjamin Britten per Deborah Warner che, dopo il successo dello scorso anno con Peter Grimes e, precedentemente, nel 2018 con Billy Budd (lavoro per il quale ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti internazionali compreso il Premio Abbiati della critica), firma The Turn of the Screw, titolo sostenuto per la prima volta nel 1997. Acclamata per le sue regie innovative sia nella prosa che nell’opera – tra cui una serie di lavori molto apprezzati con l’attrice Fiona Shaw e un recente Re Lear con una donna nel ruolo principale, l’attrice Glenda Jackson – la regista inglese rafforza il suo rapporto con il Teatro dell’Opera di Roma, affascinata dal complesso lavoro che la librettista Myfanwy Piper ha svolto sulla fonte letteraria di Henry James.

La regista si è ispirata anche alle opere del pittore scozzese James Pryde, alle sue figure longitudinali e ha dichiarato: «È stato un piacere presentare Billy Budd e Peter Grimes al Teatro dell’Opera di Roma, e così, quando è arrivato l’invito a dirigere The Turn of the Screw, ho colto al volo l’occasione di rivisitare una delle opere più drammaticamente inquiete di Britten. Un’opera da camera basata sulla storia di fantasmi di Henry James, che Britten ascoltò per la prima volta alla radio quando aveva diciotto anni, interpretata da un cast corale di sei elementi. Due di questi sono bambini, a cui sono affidati due dei ruoli più impegnativi del repertorio per giovani cantanti. Un’opera inquieta e inquietante, con una splendida partitura musicale, basata su un tema che il compositore stesso ha dichiarato essere profondamente vicino al suo cuore, il pezzo affronta infatti la ricorrente preoccupazione di Britten per la perdita dell’innocenza».

Con le scene curate da Justin Nardella, i costumi di Luca Costigliolo e le luci di Jean Kalman, al bebutto sul podio dell’Orchestra dell’Opera di Roma è Ben Glassberg, che nel 2021 ha già affrontato The Turn of the Screw con la regia di Andrea Breth presso il Théâtre Royal de la Monnaie. Il direttore londinese ha precisato «Quest’opera di Britten è un capolavoro di concisione compositiva. Con mezzi così modesti e idee musicali fondamentali, egli tesse un intero mondo immaginario attraverso il quale assistiamo alla distruzione dei personaggi sul palcoscenico. Realizzare una nuova produzione di quest’opera con la geniale Deborah Warner è un’occasione meravigliosa per rivisitare un’opera che adoro e che mi sta molto a cuore».

Straordinario capolavoro del gotico letterario di Henry James tradotto genialmente da Britten in un crescendo di tensione, The Turn of the Screw è costruito con un prologo, due atti e sedici scene; il libretto come già quelli di Peter Grimes e Billy Budd, torna sul rapporto con la giovinezza, inconfessabile e fatale. Ad animare l’opera sono infatti dinamiche allusive e mai decisamente dichiarate. Un silenzio perturbante e ambiguo avvolge tanto la vita privata di Henry James quanto la biografia di Britten e dei suoi personaggi.

Così in The Turn of The Screw, letteralmente “giro di vite”, il racconto di due piccoli orfani in una grande tenuta di campagna, assediati dalla presenza di una coppia di spettri, diventa in fondo il pretesto per parlare sottotraccia di relazioni umane complesse, non ultima proprio quella fra giovani e adulti. Warner, col suo nuovo allestimento romano pone l’accento proprio sulla perdita dell’innocenza e non a caso il racconto è affrontato dalla prospettiva dei bambini.

Questa recensione si riferisce all’ultima replica, quella di domenica 28 settembre e, nell’affollata sala del Teatro Costanzi, si intravedevano parecchi addetti ai lavori, molto pubblico internazionale e tanti amanti di opere poco rappresentate; anche se, va detto, negli ultimi anni, a Roma la musica del compositore inglese viene di sovente proposta.

All’apertura del sipario lo spazio si presenta scuro, pochissimi sono gli arredi in scena, tra cui un pianoforte e, nella parte in fondo al palcoscenico, si apre un fondale mostrando un bosco lussureggiante, mentre i vari personaggi entrano ed escono da aperture laterali. I costumi tradizionali sono valorizzati da luci magistralmente utilizzate e lo spettacolo, seppur minimalista, riesce a tenere il pubblico quasi in ipnosi. Indubbiamente la regista Deborah Warner, e il suo team, hanno fatto un lavoro straordinario. Non da meno la parte musicale, affidata a un direttore giovane quasi sconosciuto in Italia, ma in patria è una bacchetta di riferimento per la musica di Benjamin Britten: Ben Glasseberg, alla guida di soli tredici musicisti dell’orchestra dell’Opera di Roma, ci ha offerto una’eccellente lettura del capolavoro.

Tutto inglese il cast musicale, bravissimo sia per capacita attoriali che di canto partendo dai due ragazzini Miles (Zandy Hull) e Flora (Cecily Balmforth) che hanno fatto sognare il pubblico; beh, possiamo sbilanciarci definendoli eccezionali.
Nei due ruoli, The Prologue e Quint, il tenore Ian Bostridge mostra una voce molto particolare e un’emissione rotonda.

Governess, del soprano Anna Prohaska, la definiremmo penetrante anche scenicamente.
Brave, sia vocalmente che scenicamente, anche le altre due soprano Emma Bell (Mrs Grose) e Cristine Rice (Miss Jessel).
Alla fine dello spettacolo grandissimi applausi per tutti e tante chiamate sul proscenio per direttore e cantanti.