Di tutte le mie creature, il Fidelio è quella la cui nascita mi è costata i più aspri dolori, quella che mi ha procurato i maggiori dispiaceri. Per questo è anche la più cara ; su tutte le altre mie opere, la considero degna di essere conservata e utilizzata per la scienza dell’arte.”       (Ludwig van Beethoven)

Tutto il mondo si sta preparando a festeggiare i duecentocinquanta anni dalla nascita (Bonn, 17 dicembre 1770) di uno dei musicisti più amati al mondo e il Teatro Comunale di Bologna gioca la sua carta in anticipo proponendo Fidelio (op 72 b), un singspiel in due atti su libretto di Joseph Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke le cui fonti letterarie sono tratte da Léonore ou l’amour conjugal.

Si racconta come Beethoven fosse rimasto colpito vedendola rappresentata, tanto da decidere di realizzarne un’opera e abbiamo aperto con le parole scritte per descrivere quel suo unico lavoro teatrale, un percorso che, per Beethoven, fu lungo e travagliato. L’insuccesso del primo testo, in tre atti, del 20 novembre 1805 al Theater an der Wien lo costrinse a lavorare a una nuova versione presentata l’anno successivo, il 29 marzo 1806, sempre nello stesso teatro con esiti ancora negativi. Passarono ben otto lunghi anni prima della terza, e definitiva, stesura che approdò al Teatro di Porta Carinzia a Vienna il 23 maggio 1814.

Dopo la capitale austriaca l’opera andò in scena a Praga diretta da Carl Maria Von Weber e nel 1815 a Berlino, nel 1816 ad Amburgo per poi proseguire a Dresda nel 1823 e nel 1829 ancora a Parigi. Poi Londra (1832), Edimburgo (1835), oltreoceano approdò a New York (1841) per poi ritornare in Europa a Lione (1841) e finalmente in Italia a Milano (1883) e a Roma (1886).
La messinscena del nuovo Fidelio bolognese – in coproduzione con la Staatsoper di Amburgo – si avvale della regia di Georges Delnon e del suo team: Kaspar Zwimpfer (scene), Lydia Kirchleitner (costumi), Michael Bauer (luci ) e i video FettFilm.

Partendo dai concetti di “libertà” e “verità” e dalla lotta per essi della storia politica tedesca. Pizarro, il governatore della prigione, vuole eliminare Florestan, reo di aver combattuto per la verità. Leonore rinuncia alla propria identità per liberare il marito e ci riesce. A questo punto, si chiede il regista: «che tipo di libertà è questa? Che cosa succede dopo che la libertà è stata riconquistata?». Sono domande che l’opera di Beethoven pone, senza alla fine offrire una risposta.
Invece, per Delnon, la cronologia delle esecuzioni del Fidelio, attraverso i vari sistemi politici tedeschi ha reso il titolo stesso un “archivio” che condensa in sé tutta la storia della Germania, sollevando interrogativi dolorosi su che cosa possa essere oggi il sogno – o forse l’incubo – tedesco. Florestan è una sorta di Cristo repubblicano che viene catturato e liberato per la nostra salvezza mentre Leonore diviene un nuovo modello di donna capace di farsi carico di responsabilità politiche.

Ottima l’idea di svolgere la scena, per tutta l’opera, in un’unica stanza fedelmente arredata all’epoca della Stasi con in fondo grandissime finestre a vetro dove è proiettato un bosco animato simbolo di libertà e cerbiatti, ma anche lupi famelici. Armadi scorrevoli, come archivi nascosti o come celle dove i prigionieri sono stipati dal regime di polizia e gli annunci vengono fatti attraverso una radio gracchiante che fa volare la mente ai lager nazisti. Efficaci i cambi scena con l’ausilio di un telo nero che cala.

A dirigere l’opera è chiamato l’israeliano Asher Fisch, specialista del repertorio mitteleuropeo, che ritorna sul podio dell’Orchestra del Teatro dopo il successo in concerto con la Sinfonia n.2 “Resurrezione” di Mahler lo scorso aprile. Direttore principale della West Australian Symphony Orchestra di Perth, Fisch fa capire, sin dell’overture, la padronanza del testo offrendone una bellissima lettura. Orchestra e Coro, eccellentemente preparati, lo seguono molto bene e il “coro dei prigionieri”, da solo, vale il biglietto dello spettacolo. Nel canto si impone il  soprano  Simone Schneider (Leonore sotto il nome di Fidelio) con una interpretazione magistrale. Bene anche tutti gli altri con un particolare plauso per Lucio Gallo (Don Pizarro) specialmente nella parte del cattivo.

Alla fine applausi per tutti ed estremamente gradito il messaggio di ribadire il trionfo della libertà e della giustizia sulla tirannia.

Didascalie immagini
alcunu momenti del Fidelio in scena a Bologna
foto © 2019 Andrea Ranzi-Studio

 

FIDELIO
Opera in due atti
Musica di Ludwig van Beethoven
Libretto di Joseph Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke

Direttore Asher Fisch
Regia Georges Delnon

Maestro del Coro Alberto Malazzi

Scene Kaspar Zwimpfer
Costumi Lydia Kirchleitner
Luci Michael Bauer
Video fettFilm
Assistente alla regia Holger Liebig

In collaborazione con la Scuola di Teatro di Bologna Alessandra Galante Garrone
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna con Staatsoper Hamburg

Personaggi e Interpreti

  • Don Fernando Nicolò Donini                                          
  • Don Pizarro Lucio Gallo
  • Florestan Erin Caves /
    Daniel Frank (12, 14 e 15 novembre)
  • Leonore Simone Schneider /
    Magdalena Anna Hoffman (12, 14 e 15 novembre)
  • Rocco Petri Lindroos
  • Marzelline Christina Gansch /
    Anna Maria Sarra (12, 14 e 15 novembre)
  • Jaquino Sascha Emanuel Kramer
  • Due prigionieri Andrea Taboga e Tommaso Norelli

Date
dal 10 novembre al 16 novembre 2019

(la recensione si riferisce alla replica del 13 novembre)

Dove e quando

Evento: Teatro Comunale – Largo Respighi, 1 – Bologna