«Il design era la vita stessa.
Era il giorno dall’alba al tramonto»
Ettore Sottsass Jr. (Innsbruck, 1917 – Milano, 2007) è stato uno dei protagonisti del design e dell’architettura in quanto, la sua opera, ha ridefinito il ruolo del designer come autore capace di coniugare funzione e immaginario ed è stata celebrata, sin dagli anni Settanta, a livello internazionale quindi è impossibile ricondurlo a un’identità univoca essendo stato pittore, grafico, editore, fotografo oltre a figura cardine dell’architettura italiana del Novecento che ha attraversato il secolo scorso con uno sguardo critico, solo apparentemente disincantato, in realtà partecipe e sensibile.

A Pistoia, in Palazzo Buontalenti, prosegue fino a domenica 26 luglio, un’ampia retrospettiva curata da Enrico Morteo articolata in una successione di temi, seguendo un ordine prevalentemente cronologico. Oltre mille e quattrocento opere – disegni, progetti, fotografie, materiali documentari e oggetti di design – che coprono circa trent’anni di carriera, dall’immediato dopoguerra alla metà degli anni Settanta (1945-1975), periodo in cui i rapporti di Sottsass con la Toscana sono più intensi. Il titolo della rassegna, Io sono un architetto, riprende un’affermazione dello stesso Sottsass che sottolinea quanto si sentisse profondamente impegnato a progettare e costruire la relazione fra le fragilità di ogni individuo e l’infinito ordine del cosmo. Il sostrato culturale si forma proprio alla fine del conflitto mondiale, quando prende coscienza della sconfitta intellettuale e umana di un mondo che, sedotto dalle promesse della tecnica e del futuro, ne aveva svelato i risvolti più feroci. È da questa frattura che inizia una ricerca destinata a condurlo fuori dalle illusioni rassicuranti del progresso e dalla prospettiva di una società dell’avvenire intesa come destino inevitabile. All’ottimismo della pubblicità, all’efficienza dell’industria, alla falsa gioia del consumo, oppone l’indagine di emozioni elementari, di oggetti essenziali, di luoghi minimi capaci di accogliere incertezze, speranze, paure e desideri.

Nasce così una via che, al rigore della funzione, preferisce la forza del colore: spezza la gabbia delle strutture attraverso la luce, trasgredisce le regole in nome delle emozioni e recupera, nel linguaggio, la poesia dei simboli. Luce, colore, gesto e sentimento diventano materiali autentici del progetto, strumenti per costruire un’architettura fatta di luoghi, più che di spazi, dell’individuo più che della società, della tenerezza più che del calcolo.
Dopo la laurea al Politecnico di Torino, avvia a Milano la propria attività professionale e, nei primi anni Cinquanta inizia la collaborazione con la manifattura Bitossi a Montelupo Fiorentino, con una ricerca sulla ceramica divenuta poi fondamentale nel suo percorso. Con vasi e totem policromi esplora il rapporto tra forma, superficie e simbolo, aprendo il design a una dimensione espressiva e rituale.

Tra le collaborazioni con le aziende del territorio toscano, si segnala quella intrapresa, in qualità di art director, con Poltronova di Sergio Cammilli ad Agliana. Quando vi arriva, nel 1956, non ha alcuna esperienza nella produzione di mobili, ma, negli occhi brilla ancora l’utopia dell’America vista nello studio di George Nelson a New York, visitato nella primavera di quell’anno. Un sogno di ordine e felice razionalità misurato nei suoi limiti: dietro al miraggio del benessere c’è l’inganno della pubblicità, il vuoto del consumo, la violenza della società di massa e sceglie una sottile ironia per mettere in discussione la banale normalità dell’arredamento. Con Poltronova realizza arredi sperimentali – come i mobili della serie Fly, lo specchio Ultrafragola e i contenitori Superbox (che trasformano il mobile in una presenza plastica e narrativa), superando il funzionalismo tradizionale.

Parallelamente, un altro passaggio di fondamentale importanza nella carriera di Sottsass è la collaborazione con Olivetti. Nel 1957 Adriano e Roberto gli affidano il design della nuova divisione elettronica dell’azienda di Ivrea e, progettando oggetti come la macchina per scrivere Valentine, ha l’occasione per confrontarsi con il vero design industriale, ma anche con il mistero di tecnologie d’avanguardia dalle prestazioni ancora indefinite e approfitta per mettere in scena la natura sconosciuta di questi strumenti innovativi: superfici argentee, magiche e misteriose, stereometrie semplici, geometrie elementari che danno forma a un inedito paesaggio. A Massa, la Olivetti Synthesis produce gli oggetti per l’ufficio che Sottsass disegna, coniugando rigorosa ergonomia e nuovi paesaggi cromatici. Anche il mistero dell’elettronica e dell’intelligenza artificiale devono essere ricondotti nella dimensione di una umana comprensione e, a Pisa, prende forma il primo calcolatore elettronico italiano a cui Sottsass consegna un cangiante abito di etereo alluminio. Tra rigore e fantasia, ridefinisce l’identità della macchina per il lavoro e, insieme, del lavoro stesso.

Nel 1962, un viaggio in India e una grave forma di nefrite lo inducono a mutare il modo di sentire e di partecipare al mondo. La sala che documenta questo periodo propone un design in cui ogni oggetto è investito di un significato ancora più intenso: non c’è più spazio per la banalità di una vita inconsapevole, e gli oggetti devono indicarci il posto dell’uomo nel cosmo. Esemplari a tal proposito sono le numerose serie di ceramiche progettate a metà degli anni Sessanta, fra cui Le ceramiche delle tenebre, i piatti della serie Offerta a Shiva, Le ceramiche di fumo, Le ceramiche Yantra.

Alla fine degli anni Settanta, cede il proprio archivio al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma. La sua carriera però prosegue: nel 1981 fonda il gruppo Memphis, che impone sulla scena internazionale un linguaggio fatto di colori accesi e forme anticonvenzionali.
Il nucleo espositivo si costruisce a partire dai documenti, molti dei quali inediti, conservati nel ricco fondo integrato da prestiti dalla Fondazione Vittoriano Bitossi, dal Centro Studi Poltronova per il Design, da istituzioni pubbliche e da archivi e collezioni private. Si tratta, nella maggioranza dei casi, di carte, fogli di lavoro e di studio, ognuno dei quali non esaurisce la compiutezza di un pensiero o di un progetto, ma il cui insieme restituisce l’elaborarsi di una ricerca. A questi si affiancano alcuni gioielli raramente esposti e allumini ispirati allo stile di vita americano così come rappresentato nei film di Hollywood. Sono oggetti che testimoniano l’evoluzione di un linguaggio che, quando incontrerà la terracotta toscana, saprà condizionare l’idea di ceramica contemporanea. E poi ancora oggetti che hanno fatto la storia del design internazionale.

Pur fermandosi sulla soglia della tendenza postmoderna, la mostra ne dispiega la ricchezza delle premesse, rivelando con chiarezza le illusioni di un futuro modernista, positivo e ottimista, che alla fine non si è realizzato. Di questo paesaggio fatto di illusioni e disincanto, di speranze e di misteri Sottsass non è stato solo limpido testimone, ma partecipe protagonista, architetto visionario capace di suggerire alternative, di proporre visioni, di elaborare utopie, realtà solo possibili, ma irraggiungibili.

In occasione della retrospettiva, Electa ha pubblicato un catalogo dove, oltre ai saggi, un ricco lemmario evoca interessi, sensibilità, atteggiamenti di Ettore Sottsass. Le voci individuate forniscono la possibilità di penetrare nel laboratorio creativo dell’architetto e restituiscono la ricchezza di un percorso di ricerca fra l’uomo, le proprie emozioni, il mondo e rilegge criticamente quel trentennio di attività.