Possiamo provare a immaginarlo, in una fredda mattina d’autunno, è il 4 novembre del 1301, camminare nervosamente sul lungotevere, attraversare un ponte e soffermarsi a osservare i passanti. Il clima di Roma non è quello di Firenze, è più umido, appiccicoso, fastidioso. Così come sono fastidiosi i gruppi di pellegrini che continuano incessantemente ad arrivare, tutti in attesa di essere ricevuti dal papa, di ricevere una benedizione, o quanto meno di poterlo vedere da lontano. No, Roma è diversa, il fermento che si muove lungo le strade non è quello di Firenze, pieno di mercanti e artigiani. Poi, dell’ambasciata partita dal suo comune, è rimasto solo lui, gli altri sono stati congedati, quindi si sente anche un po’ sperso in quella città. Perché il papa, Bonifazio VIII, ha chiesto esplicitamente che lui rimanesse, per potergli parlare in privato. E lui non sa ancora se si tratta di un privilegio o di un losco tranello.
Lui è Dante, il sommo poeta, il padre della lingua italiana, così come ci viene raccontato in questo nuovo libro della medievista Chiara Mercuri, Dante. Una vita in esilio, appena uscita per Laterza, un saggio interessante capace di tratteggiarci non solo la figura del poeta e ambasciatore fiorentino negli anni trascorsi lontano dalla sua città, ma soprattutto di raccontarci cosa significava nel Trecento essere esiliati. Così, mentre Dante è in attesa di essere ricevuto, Carlo di Valois, della casa regnante di Francia, su invito di Bonifazio VIII entra in Firenze, facendosi consegnare il potere dai priori per darlo alla fazione dei Neri. Per gli avversari è la fine. Presto vengono pronunciate le condanne, anche Dante riceve la sua – baratteria, cioè un uso disonesto dei pubblici uffici: gli vengono confiscati i beni ed è condannato a due anni di esilio, pena che poi si trasformerà in un esilio perpetuo, perché deciderà di non presentarsi in città, lasciando i suoi beni e la sua famiglia. Ha inizio così il vagabondaggio di Dante, un vagabondaggio doloroso, perché “all’esilio non ci si abitua mai. È una ferita che non smette mai di sanguinare, che non puoi mai lasciarti alle spalle”.
Ma altri sono gli interrogativi che scaturiscono dalle pagine del libro, come l’ambigua amicizia che lo legò a Cangrande, a dir poco singolare, considerata la poca stima che il poeta aveva per Alberto della Scala, suo padre, uso a discutibili mezzi per governare. Forse Verona, rispetto ai paesi dell’Appennino, gli appariva una grande città, vicina all’Europa continentale.
Forse, semplicemente, immaginare Dante altero e presuntuoso – come lo vuole descrivere il cronista Giovanni Villani e come è immaginato dai più – è solo un errore di prospettiva, ci suggerisce la Mercuri. Perché Dante si ritrovò “costretto a mendicare il pane, ad assicurarsi un giaciglio col suo lavoro umile di mezzo ambasciatore, di quasi dama di corte”. Insomma, anche se sei Dante, la vita dell’esule è la più grande condanna che può essere inferta a un uomo. Il motivo? Sta tutto scritto in alcuni versi di Romeo e Giulietta, che aprono il volume “non esiste mondo fuori dalle mura di Verona: non c’è purgatorio, supplizio, l’inferno stesso. Essere esiliato di qui vuol dire essere esiliato dal mondo, e l’esilio dal mondo è la morte”.

Didascalie immagini

  1. La copertina del libro
  2. Chiara Mercuri. (fonte)

IN COPERTINA:
Particolare della copertina

Titolo: Dante. Una vita in esilio
Autore: Chiara Mercuri
Editore: Laterza
Collana: i Robinson
Anno edizione: 2018
Pagine: 240