È il Natale del 1944. La città è sotto assedio, l’armata russa è ormai alle porte e i cannoneggiamenti si fanno sempre più pesanti e terribili. L’esercito tedesco non riesce più a mantenere le posizioni e perde quartiere dopo quartiere. Chi può fugge in campagna, là è più facile trovare qualcosa da mangiare, mentre gli altri si rintanano nei rifugi improvvisati sotto gli edifici di una Budapest irriconoscibile; sono Karinthy 01perlopiù donne, bambini e anziani, perché gli uomini sono in guerra o fuggiti. E chi non lo è, chi ancora si aggira come un topo tra le macerie che sempre più invadono le strade e le piazze, deve avere qualcosa da nascondere. Lo sanno bene le terribili croce frecciate, gli spietati filonazisti ungheresi che, da quando sono saliti al potere, si stanno macchiando delle più terribili atrocità – e continueranno a farlo fino in fondo – rastrellando appartamenti e cantine alla ricerca di ebrei da portare in riva al Danubio e giustiziare.
Tutto è grigio, tutto è morte. Ma ecco che d’improvviso in Apponyi tér, facendosi largo tra i blocchi di cemento di una civiltà sull’orlo del disfacimento, arriva bel bello Józsi Berengi, un uomo dall’aspetto piacente e dai bei modi, voce suadente e argomenti da vendere, una fame inesauribile, gran fumatore, una passione sfegatata per il calcio e per le belle donne. O meglio, per tutte le donne, perché lui è in grado di carpire qualsiasi barlume di bellezza in ogni donna che gli si avvicina. Certo, è ebreo, e Budapest in quel Natale del ’44 non sarebbe proprio – come dire – il posto adatto a lui. Sbagliato! Budapest è proprio il posto adatto a lui. Perché mentre tutt’intorno infuria la guerra e si avvicendano i rastrellamenti, Beregi riesce a farsi proteggere, coccolare e sfamare da tutte le donne che incontra, dalla gelosissima prostituta Nelli e dall’attempata signora Ferenczy, moglie di un colonnello che in quel momento è a difendere i sacri confini della patria, dall’adolescente Adri col suo cappotto di cammello fino alla temibile Mikucz, la donna di ghiaccio, che sotto la divisa delle croce frecciate e gli stivali indossa una sottoveste di pizzo nero.
Sono questi i Tempi felici di Ferenc Karinthy – personaggio incredibile e versatile, romanziere, traduttore e campione di pallanuoto! – un romanzo breve apparso in Ungheria nel 1972 e appena uscito in Italia edito da Adelphi, che ancora una volta è capace – bontà sua – di carpire perle di letteratura dimenticate sparse per il mondo. Ma Ferenc (1921-1992) innegabilmente è per gran parte della sua vita affaccendato a togliersi di dosso un fantasma, quello di suo padre Frigyes.
Frigyes Karinthy era stato un autore di grande fama in Ungheria, e tutt’ora è considerato uno dei più grandi letterati ungheresi. Ha incantato il pubblico con le sue poesie e i suoi drammi, ha tradotto in ungherese Pirandello e Dickens, ha esposto per la prima volta al mondo la teoria dei sei gradi di separazione nel suo racconto Catene del 1929, secondo la quale ognuno di noi può essere collegato a un’altra persona o a un oggetto tramite una catena di conoscenze e relazioni che presupponga non più di cinque intermediari. E come se non bastasse, è arrivato addirittura a descrivere con eccezionale ironia l’asportazione del suo tumore al cervello nell’incredibile Viaggio intorno al mio cranio, per morire infine mentre si allacciava un paio di scarpe. Insomma, un fantasma molto ingombrante che amava dire che «con lo humour non si scherza».
Karinthy 02
Ma se Frigyes Karinthy rappresenta al meglio lo spirito dei suoi tempi, suo figlio Ferenc ha su di sé il peso dell’eredità paterna e di un totalitarismo – quello sovietico – che schiaccia sempre più la sua nazione e il suo popolo. Eppure, anche dopo la terribile repressione del 1956, quella dei carri armati per le strade, anche dopo che molti dei suoi amici e colleghi fuggono dall’Ungheria, lui decide di rimanere, perché non può immaginare di vivere altrove, perché come dirà «La mia lingua è la mia vita». Si dedica così alle sue traduzioni, di Molière e Goldoni, e ai suoi libri, malgrado il regime lo tenga sempre sotto controllo. E se il breve e burlesco Tempi felici non è forse l’apice della sua opera – da tutti invece indicato in Epepe, il romanzo angosciante e opprimente uscito nel 1970 che l’ha reso noto in tutto il mondo – ha però il pregio di ricordarci che, se con lo humour non si scherza, forse con la tragedia qualche volta si può.
O è meglio farlo, per continuare a vivere e sperare.

Dettagli

Titolo: Tempi felici
Autore: Ferenc Karinthy
Titolo originale: Aranyidõ
Traduzione: Laura Sgarioto
Editore: Adelphi Edizioni
Collana: Piccola Biblioteca
Anno edizione: 2016
Pagine: 120

Budapest dopo la liberazione nel 1945 (fonte) Ferenc Karinthy, Tempi felici Ferenc Karinthy (fonte)