Il 22 maggio se n’è andato uno dei grandi del Novecento, lo scrittore statunitense di origini ebraiche Philip Roth, era ricoverato in un ospedale di Manhattan, nella sua New York.
Capire cos’ha significato la sua opera per gli scrittori della generazione successiva ai suoi primi romanzi – ma anche per sceneggiatori e registi, Woody Allen tanto per citare il più famoso – è un’impresa difficile, forse impossibile al momento. Ancora troppo attuali e troppo poco storicizzati sono i suoi romanzi per tirarci fuori le gambe.

Della sua enorme produzione, conclusasi in realtà già nel 2012 con l’annuncio di Roth che non avrebbe mai più scritto niente, possiamo ricordare Pastorale americana, forse il suo romanzo più famoso, un affresco spietato della società occidentale, premio Pulitzer nel 1998. E poi lo scatenato personaggio di Zuckerman, suo alter ego, colto e stravagante, protagonista di tante avventure. E come dimenticare il conflitto tra la vita e la morte di Everyman, l’ironia di Addio Columbus, l’ipocrisia di Ho sposato un comunista, l’antisemitismo del Complotto contro l’America. Ma l’elenco sarebbe troppo lungo.
Per salutarlo però, e in qualche modo per ringraziarlo di tutte quelle meravigliose ore di lettura che mi ha regalato fin da quando ero ragazzo, volevo ricordare il suo strampalato Lamento, quel monologo fiume che l’ha portato al successo nel 1969, il libro da cui tutto in qualche modo è cominciato. E allora facciamo finta per un istante di essere il dottor Spielvogel, famoso psicanalista, e di ascoltare la confessione di Alexander Portnoy, suo paziente, a cui è stato chiesto di tornare indietro nella memoria e raccontare i fatti più salienti della propria vita, prima di poter cominciare la terapia.
E allora come per magia – perché questo riescono a fare alcuni, pochi, scrittori – incontreremo ancora una volta la sua famiglia ebraica. Il padre, stitico assicuratore. E l’onnipresente madre, quella specie di divinità che lo attendeva a casa con latte e biscotti per farsi raccontare la giornata a scuola, capace di scovare ogni sporcizia sul suo collo o sotto le unghie. E poi c’era il sesso naturalmente. Prima vissuto come un monologo, chiuso in bagno, e poi in giro con tutte le ragazze che ci stavano; tutte non ebree, come se Portnoy sentisse il bisogno in qualche modo di entrare nella loro vita, di penetrare la società americana bianca e protestante, il loro ambiente sociale. Fino alla travolgente passione con la Scimmia e l’arrivo in Israele, quando Portnoy si accorge incredulo come lì è tutto ebraico. Grazie Philip.

Didascalie immagini

  1. Philip Roth (fonte)
  2. La copertina originale del Lamento di Portnoy

IN COPERTINA:
Philip Roth (fonte)