In quei giorni, ogni pomeriggio, lui e il colonnello Hamilton puliti e ben vestiti scendevano a piedi verso San Frediano, facendosi largo tra la folla sporca e senza volto di via Toledo. Una discesa, quella dei due militari, nel cuore di una Napoli appena liberata dagli Alleati, ferita ed eccitata, che assomiglia alla discesa negli inferi danteschi. È così che ha inizio La pelle, forse il suo capolavoro. Ed è così che vogliamo ricordarlo, a sessant’anni esatti dalla sua morte, avvenuta a Roma nel luglio del 1957. Lui è Kurt Erich Suckert, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Curzio Malaparte, nato a Prato da madre milanese e padre tedesco. Un personaggio discusso, scomodo, soprattutto nel secondo dopoguerra, stimato e amato, odiato per le sue scelte. Sicuramente unico. Uno degli intellettuali italiani più arguti della prima metà del Novecento, capace di raccontarci la guerra – con Kaputt prima e La pelle poi – come nessun altro aveva fatto fino a quel momento, regalandoci un punto di vista diverso da quello della vittima o del partigiano, a cui il lettore medio sempre anela. E del resto i suoi romanzi, rispetto a molti altri dell’epoca, hanno un respiro internazionale.
La pelle malaparte 01
Volontario durante la prima guerra mondiale e decorato al valore militare, Malaparte si iscrisse al Partito fascista e divenne ben presto uno dei giornalisti più importanti dell’epoca; lavorò, tra gli altri, per Il Corriere della Sera e Il Mattino, fu direttore de La Stampa. In realtà, i suoi rapporti con il partito non furono mai idilliaci, tanto che venne anche imprigionato e spedito al confino nel ’33. Nel 1939 seguì l’esercito tedesco in Russia, come corrispondente del Corriere della Sera; poi tornò in Italia dove ebbe alterne vicende – si schierò a favore del nuovo governo Badoglio e fu nuovamente arrestato – finché cominciò a collaborare con il controspionaggio alleato e riuscì a diventare ufficiale di collegamento con il Comando supremo delle Forze alleate che marciavano verso nord. Ed è proprio durante la liberazione di Napoli che Malaparte concepisce il suo romanzo, che avrebbe dovuto chiamarsi La peste – come del resto s’intuisce dalle prime righe – e che invece, durante la sua pubblicazione avvenuta nel La pelle malaparte 021949, dovette cambiare nome in La pelle a causa dell’uscita proprio in quegli anni dell’omonimo capolavoro di Albert Camus.
È un romanzo crudele, La pelle, e grottesco, scandaloso. Un romanzo che lascia sbalorditi, che ferisce. Un romanzo per un’Italia, quella del secondo dopoguerra, che non era pronta ad ascoltare. O forse, più semplicemente, non voleva sentire quelle parole. Era un’Italia che voleva dimenticare, che voleva ricostruire. Un’Italia straordinaria, come hanno sempre raccontato a noi delle nuove generazioni. Ma forse non così straordinaria. A ognuno le sue colpe, noi abbiamo già le nostre.
Ha il ritmo del reportage, La pelle, uno stile quasi giornalistico, in certi punti apparentemente sguaiato, eppure sempre preciso, nei sentimenti, nelle descrizioni. I vicoli di Napoli sembrano, appunto, gironi infernali, animati da personaggi disegnati da Hieronymus Bosch, è una città diroccata, stremata, affollata. Ed è lì, in quegli stretti cunicoli, che i napoletani – affamati, sporchi – s’incontrano e si scontrano con i liberatori, i soldati provenienti da tutto il mondo. Ed è lì che avviene la tratta, la vendita, perché quando bene e male perdono di significato, ciò che conta è solo salvarsi la pelle, appunto. I soldati sfilano davanti alle passeggiatrici, spettinate e imbellettate; davanti ai bambini inginocchiati con le loro cassette di legno, le spazzole in mano, che urlano sciuscià, shoe shine; davanti ai bambini e alle bambine di dieci anni offerti dai genitori ai soldati marocchini, indiani, algerini. È il mercato della carne, del sesso. E intanto da tutta la provincia e dalle regioni vicine accorrono donne e bambini, ragazzi e ragazze in cerca di soldi, e il prezzo della carne scende inesorabile. È la legge del mercato, da cui neanche i blacks riescono a salvarsi; sì, perché tra i vicoli napoletani, avere un soldato nero da portarsi in giro, uno con il portafogli pieno di dollari, che ti paghi cibo e bevute, che ti porti a ballare, uno da fare ubriacare e da lasciare poi nudo e stordito in un vicoletto, è una specie di fortuna. E intanto gli americani, i vincitori, osservano, perché per loro Cristo sta sempre dalla parte del vincitore, per loro un popolo vinto è solo un popolo di colpevoli, perché la sconfitta non è altro che un atto di giustizia divina.

Dettagli

Titolo: La pelle
Autore: Curzio Malaparte
Prima edizione: Aria d’Italia, 1949
Ultima edizione: Adelphi, 2015

La liberazione di Napoli / Curzio Malaparte (fonte) Curzio Malaparte (fonte) Curzio Malaparte, La pelle