È il dicembre del 1927, esattamente 90 anni fa, quando Grazia Deledda riceve il Nobel per Letteratura dall’Accademia Svedese, sebbene il premio sia relativo al 1926: è la prima donna italiana a ricevere questo riconoscimento. Nata a Nuoro nel 1871, si trasferisce a Roma nel 1900 col marito, un impiegato del Ministero delle Finanze. Le sue novelle, i suoi articoli, i suoi romanzi ebbero tantissimi lettori, in patria e all’estero, e si dice che fu proprio questo enorme successo di pubblico a spingerla verso il Nobel, così come le sue storie, impregnate di quel naturalismo così alla moda in quegli anni e che aveva segnato la seconda metà dell’Ottocento, e i mondi arcaici di cui ci racconta – la sua Sardegna, così lontana dalle città, dai salotti – e la natura selvaggia, quel destino che sempre pende sulla testa dei suoi personaggi, segnati da una colpa quasi ancestrale, spesso spazzati via da una punizione inevitabile.

È con Canne al vento, il suo romanzo più celebre, che vogliamo ricordarla a 90 anni dal suo successo internazionale. Il significato del titolo lo troviamo in Elias Portolu, il suo primo libro: «Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne; pensaci bene. Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere». E se subito riecheggiano le parole del Verga, della sua Fantasticheria, o quelle dei suoi personaggi del Ciclo dei vinti, la Deledda trascina il lettore in una terra mitica, quasi magica, affollata da personaggi veri e immaginari.
In Canne al vento, pubblicato nel 1913, sono raccontate le vicende dei Pintori una famiglia di Galtelli, nel Nuorese, un tempo aristocratica e adesso caduta in disgrazia. Il punto di vista è quello di Efix, il vecchio servitore legato alla famiglia da un senso di colpa per aver provocato involontariamente la morte del vecchio barone. Ed è proprio Efix a cercare di arginare il crollo della famiglia, delle tre sorelle, le figlie del barone, quando dal “continente” arriva lo scapestrato Giacinto, figlio della quarta figlia, l’unica a essere fuggita e ormai morta, mentre la storia si snoda nel solco della migliore tradizione verista.

Ma ciò che ancora oggi ci colpisce – e che in realtà appassionava anche i lettori dell’epoca – è l’uso che la Deledda fa del bagaglio folcloristico e magico, saccheggiato tra le campagne e i paesi della campagna sarda, quel lirismo ben miscelato con il linguaggio orale, il pensiero mitico e le paure ancestrali che muovono le emozioni dei personaggi. E poi i campi. Quei campi che di giorno vivono della fatica dell’uomo. Ma che di notte si popolano di presenze fantastiche, mentre la grande luna si arrampica in cielo e i versi degli animali notturni riempiono l’aria. In quel momento, è solo un istante, ci sono solo la voce del fiume e il sospiro delle canne, perché un attimo più tardi ecco che ha inizio la vita dei folletti, degli spiriti erranti, delle fate, dei fantasmi degli antichi baroni che scendono dalle rovine del castello, mentre le panas – le donne morte di parto – arrivano sulla riva a lavare i panni, a batterli con le ossa di morto. E gli esseri umani? Sono tutti accanto a Efix, in quella terra lontana, sui campi. E rimangono in ascolto.

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Didascalie immagini

  1. Grazia Deledda. (fonte)
  2. L’autrice alla cerimonia per l’assegnazione del Nobel (fonte)

IN COPERTINA:
Grazia Deledda (fonte) e la prima edizione di Canne al vento (fonte)