Lo scorso 4 Novembre l’Ultima cena, il grande dipinto realizzato da Giorgio Vasari, è tornato nel Cenacolo della basilica fiorentina di Santa Croce, a cinquant’anni esatti dall’alluvione che lo danneggiò in modo quasi irrimediabile. Svelata alla presenza del Presidente Sergio Mattarella, l’opera è ora visibile all’interno del percorso museale di Santa Croce.

Giorgiovasari ultimacena photo zepstudio big

Molto si è parlato nelle ultime settimane delle celebrazioni per il 50° anniversario dell’alluvione che nel 1966 devastò Firenze. Sono tante le immagini di allora entrate nella memoria collettiva, ma quelle che riguardano il salvataggio del patrimonio artistico destano ancora oggi particolare commozione. Non a caso nell’immaginario di tutti fu proprio un’opera d’arte il simbolo della catastrofe: il celebre Cristo del Cimabue conservato in Santa Croce che Paolo VI definì la “vittima più illustre” dell’alluvione. Come il più celebre crocifisso anche l’Ultima cena fu letteralmente travolta dall’acqua e dal fango che la notte tra il 3 e il 4 novembre travolsero Firenze.

Originariamente dipinta dal Vasari nel 1564 per il refettorio del vicino monastero di clausura delle Murate, la tavola fu poi spostata quando lo stesso monastero fu chiuso, a seguito della soppressione degli ordini religiosi voluta dalle autorità napoleoniche (1808-10). L’opera fu quindi trasferita a Santa Croce nel 1815, prima nella cappella Castellani, poi nel Cenacolo e quindi nella Prima Sala dello spazio museale, dove si trovava al momento dell’alluvione.

Dopo aver trascorso oltre 12 ore in acqua, come molte altre opere pittoriche anche l’Ultima cena fu “ricoverata” nella Limonaia di Boboli, e qui fatta asciugare gradualmente; furono inoltre applicate delle “veline” protettive, la cui funzione era quella di evitare cadute di colore. Questo accorgimento, predisposto da Ugo Procacci e da Umberto Baldini (allora rispettivamente Soprintendente alle Belle Arti e direttore del Gabinetto di Restauro) servì a scongiurare almeno in parte i danni causati dall’umidità ai supporti lignei, che gonfiandosi e successivamente ritirandosi avrebbero poi determinato il distacco degli strati pittorici. In queste condizioni il dipinto del Vasari fu conservato in un deposito della Soprintendenza, insieme a tante altre opere considerate troppo danneggiate per essere recuperate.

Nel 2004 però, grazie all’avvento di nuove tecnologie, l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, avvia il progetto di restauro dell’opera che dopo ben 12 anni è stata finalmente svelata al pubblico. Un lavoro che è stato frutto di una collaborazione tra pubblico e privato: infatti il restauro, finanziato in parte dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è stato possibile grazie al sostegno di Prada (in collaborazione con il FAI), di Getty Foundation e della Protezione Civile (che da anni collabora con l’Opera di Santa Croce per la messa in sicurezza del suo patrimonio artistico).

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Una vera e propria sfida, oggi vinta, che sempre a Novembre è stata presentata come caso di studio al Salone del Restauro che si è tenuto proprio a Firenze. Infatti fino a tempi relativamente recenti si riteneva che l’unica soluzione per salvare dipinti così danneggiati consistesse nella separazione dello strato pittorico dalla sua base, per poi ricollocarla su una nuova superficie. Le misure imponenti di questo dipinto (composto da 5 tavole lignee per una superficie totale di 6,60 x 2,62 metri) rendevano questa operazione particolarmente rischiosa. Oggi invece grazie a nuove metodologie di lavoro, meno invasive, è stato possibile restaurare l’Ultima cena senza separare il colore dal proprio supporto.

Ultima cena

Il restauro quindi ha finalmente permesso di ammirare il dipinto del Vasari in tutta la sua bellezza: sono finalmente visibili i dettagli e i colori di questo capolavoro del manierismo, e grazie alle integrazioni apportate, osservando l’opera a distanza è veramente difficile cogliere i danni provocati dall’acqua. In questa Ultima cena Vasari mette su tavola quello che nelle sue Vite definisce “quel vero buono che, superato il secolo antico, fa il moderno sí glorioso”, cioè una resa realistica e – per i suoi contemporanei – moderna di personaggi e ambienti. Vasari infatti così descrive nello stesso passaggio il punto di arrivo della pittura del suo tempo:

(..) la maniera venne poi la piú bella, da l’avere messo in uso il frequente ritrarre le cose piú belle, e da quel piú bello, o mani o teste o corpi o gambe, agiugnerle insieme e fare una figura di tutte quelle bellezze che piú si poteva; e metterla in uso in ogni opera per tutte le figure, che per questo se dice ella essere bella maniera.

E qui gli ingredienti della “bella maniera”, così come la concepiva l’artista aretino, ci sono tutti: una composizione studiata fin nei minimi particolari, dove i volumi dei corpi, sistemati ad arte, rimandano alla perfezione formale dei pittori cinquecenteschi, che per Vasari erano il vero punto di riferimento. I corpi di alcuni apostoli si articolano in caratteristiche posizioni “asserpentinate” (in particolare Giuda di spalle in primo piano, separato dagli altri come da tradizione) creando un dinamismo senza rinunciare a ritmo e ordine. Nonostante una certa sobrietà non mancano inoltre “la copia de’ belli abiti, la varietà di tante bizzarrie, la vaghezza de’ colori” che sono per Vasari gli elementi imprescindibili della bella maniera. In particolare abiti e drappeggi risultano molto elaborati, così come il realismo dei dettagli degli oggetti (come i cibi e il vasellame in primo piano, appoggiate a terra).

Ultima cena

Grazie a uno schermo interattivo ad alta risoluzione posto in prossimità dell’opera, i visitatori potranno acquisire dettagli in più sull’opera, e soprattutto visualizzare lo stato del dipinto prima e dopo l’intervento dei restauratori. Infine, a completamento della ricollocazione del dipinto, è stato predisposto un apposito sistema di sicurezza che in caso di alluvioni e dopo un segnale di pre-allerta permette il sollevamento del dipinto fino a un’altezza di 6 m, scongiurando così altri danni in caso di un ulteriore allagamento.

Se il pionieristico restauro del crocifisso di Cimabue e la sua restituzione alla basilica di Santa Croce nel 1976 rappresentarono un vero punto di svolta per la città, il ritorno dell’Ultima cena del Vasari costituisce senza dubbio la chiusura di un cerchio, la fine di un percorso iniziato nel 1966 e che oggi nel 2016 può dirsi concluso, permettendo finalmente di guardare al futuro.

Dettagli

Ultima cena (Foto: ZEPstudio/Opera di Santa Croce)

Ultima cena (Foto: ZEPstudio/Opera di Santa Croce)

(Foto: Opificio delle Pietre Dure)

(Foto: Opificio delle Pietre Dure)

(Foto: Mondadori Portfolio/Archivio Giorgio Lotti/Giorgio Lotti)

Restauro giorgiovasari ultimacena dettaglio Ultima cena (Foto: ZEPstudio/Opera di Santa Croce) Ultima cena (Foto: ZEPstudio/Opera di Santa Croce) (Foto: ZEPstudio/Opera di Santa Croce)